Ecco il rapporto sul futuro del lavoro del MIT

Il rapporto sul futuro del lavoro del MIT non è uno tra i tanti in materia che escono praticamente ogni minuto. Prima di tutto per la firma, il MIT è stato un’istituto di punta delle rivoluzioni digitali che hanno cambiato il lavoro come lo conosciamo. Poi per le tesi, intelligenti e mirate in una forma breve e agile. Si tratta infatti di un report molto equilibrato, sia su potenzialità che attuali limiti di robotica e AI.  Comunque prima di tutto si parla di centralità del lavoro, rovesciando il paradigma “californiano”, quello della seconda era delle macchine di Brynjolfsson e McAfee. Mentre in Brynjolfsson e McAfee la tesi è quella della tecnologia che rende imminente la distruzione del lavoro, nel MIT-pensiero il lavoro rappresenta l’elemento di centralità sociale, ancora indiscutibile, per i prossimi anni. La differente concezione tra costa est e ovest degli Stati Uniti, in un contesto di diverse idee di capitalismo, balza subito agli occhi.

Curiosamente, ma non troppo per chi segue questi temi emerge quindi un nodo che sara’, secondo il rapporto, IL nodo degli anni ’20. La complessita’ e le criticità del mercato richiedono,  secondo il MIT, oltre all’immissione di tecnologie, robotica e AI nella produzione e nei servizi  una dose strategica di flessibilità umana. Questo comporta enormi problemi su tutti i piani citati ed altri molto vicini (es. come notato nel rapporto il sistema dell’educazione). Eccolo qua il nostro nodo tradotto in italiano: “i sistemi produttivi [meglio, la loro componente tecnologica, ndr] devono costantemente adattarsi a condizioni che mutano rapidamente. Allo stato delle tecnologie attuali la presenza umana spesso sorpassa nella flessibilità quella delle macchine”.

Non ci vuole molto a capire che, nello scenario degli anni ’20, si prevede come l’evoluzione tecnologica, nell’ambito produttivo, abbia pause e punti ciechi, e che tocchi alla flessibilità del lavoro riempire i vuoti di investimento sulle tecnologie e di praticabilità dell’immissione di robotica e Ai nei processi produttivi. In una concezione del lavoro che, quindi, prevede piu’ collaborative robot che robot che sostituiscono, tout court, gli umani,  il MIT cerca anche di delineare anche il futuro delle politiche legate all’innovazione: ” tecnologie, specializzazioni, mercati non determinano, da soli, la diseguaglianza o la promozione sociale. Le istituzioni educative, la regolazione del mercato del lavoro, il regime dei contratti collettivi, i mercati finanziari, gli investimenti pubblici, le politiche di tassazione e di finanziamento giocano, tutte assieme, un ruolo importante.

Insomma, i ricercatori del MIT provano ad applicare il loro schema regolazionista rispetto all’innovazione. E’ evidente che citare, in un contesto regolazionista, i mercati finanziari (che vanno in bolla che è un piacere sulle innovazioni tecnologiche e fanno la parte del leone in materia ) è come dire che la volpe sta nel pollaio a puro scopo decorativo per la gioia dei pittori. Allo stesso tempo in qualsiasi contesto regolazionista, che riguardi l’innovazione tecnologica, i mercati finanziari vanno citati altrimenti si è scollegati dal principale polmone di finanziamento all’evoluzione tecnologica.

vengono cosi’ proposte delle politiche

a)di  sgravi fiscali a sostegno del capitale fisico (cosi’ definito) e dell’innovazione nelle competenze del lavoratore. E’ praticamente ammettere che il sistema di finanziamento “californiano”  capitale di rischio-startup ha dei problemi e preparare le condizioni per una gigantesca ristrutturazione dei bilanci pubblici americani (auguri..)

b) di  rinnovato ruolo dei lavoratori nella dimensione dello stakeholder. Insomma una nuova veste alla codeterminazione tedesca proprio quando i sindacati sono al minimo. Qui si apre, pur sapendo che i sindacalisti del mondo reale (cioe’ outside Italia) non sono dei caproni tecnologici tecnofobi nell’animo come quasi sempre  da noi, il problema delle competenze dei rappresentanti della forza lavoro su questi temi.

c) di rafforzamento  l’innovazione per i complement workers visto che si guarda soprattutto a un futuro di robot collaborativi con la forza lavoro.

d) di rafforzamento del primato dell’America (scritto testuale, nemmen Us..quando si dice le concessioni al patriottismo) su tecnologie e innovazione . E questo apre una serie di guerre commerciali, tecnologiche e finanziarie niente male con Europa e Cina.

 

Intelligente, sintetico, problematico, il rapporto sul futuro del lavoro del MIT riesce a far vedere, con discrezione, una serie criticità globali del rapporto tra Robotica, AI e, appunto, lavoro (umano). Dalla necessità di rinnovare il conflitto con il lavoro, costringedolo a un disciplinamento organizzativo ed educativo per la dimenzione collaborativa del rapporto con le tecnologie; al difficile rapporto con il convitato di pietra della finanza; alla questione della regolazione del lavoro con stumenti distrutti negli ultimi decenni di ristrutturazione (grandi istituti contrattuali), alla legittimazione della concorrenza tecnologica con Europa e Cina. Legittimazione che contiene guerre commerciali e finanziarie di non piccolo livello. Gli anni ’20 sono partiti.

il link per

https://workofthefuture.mit.edu/

Print Friendly, PDF & Email
Copy link

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.