Foucault e la biopolitica

Articolo di Maria Turchetto pubblicato su Senzasoste, edizione cartacea di giugno 2014

 

Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte (Michel Foucault, La volontà di sapere)

Trent’anni fa moriva, a Parigi, Michel Foucault, una delle menti più brillanti del Novecento.
Quando, nel 1970, fu chiamato al prestigioso Collège de France a ricoprire la cattedra di Storia del pensiero filosofico, che era stata di Jean Hyppolite, ottenne di cambiarne il titolo in Storia dei sistemi di pensiero. La scelta è significativa. Per Foucault, le diverse epoche storiche sono caratterizzate da una particolare “episteme” (forma di conoscenza), concepita come un sistema implicito e anonimo di regole del pensare che definisce le condizioni di possibilità entro il quale si formano i “saperi”. Tale episteme non si coglie tanto al livello della filosofia – che è piuttosto una riflessione di secondo grado sulle regole del pensare – quanto al livello dei saperi strettamente legati alle pratiche sociali, che mostrano lo stretto legame tra sapere e potere.
Per questo l’interesse di Foucault si focalizzò innanzitutto su discipline come la psicopatologia e la medicina clinica, mostrando come le pratiche dell’isolamento dei folli e dei malati negli ospedali e nei manicomi portò a fare della follia e della malattia oggetti di scienza (Storia della follia nell’età classica, 1961; Nascita della clinica, 1963); successivamente sul diritto penale e sul sistema carcerario (Sorvegliare e punire, 1975); mentre in Le parole e le cose (1966) tre grandi “sistemi di pensiero” – episteme antica, classica e moderna – vengono delineate a partire da discipline come la biologia, la linguistica e l’economia politica: le “scienze dell’uomo”, in quanto essere che vive, parla e lavora.
Ma è soprattutto in un’opera dedicata alla storia della sessualità (La volontà di sapere, 1976) che Foucault definisce, attraverso la celeberrima categoria di “biopolitica”, il nesso tra potere e sapere che caratterizza il capitalismo. Nelle società precedenti “il potere si esercitava essenzialmente come istanza di prelievo, meccanismo di sottrazione, diritto di appropriarsi di una parte delle ricchezze, estorsione di prodotti, di beni, di servizi, di lavoro e di sangue, imposti ai sudditi. Il potere era innanzitutto diritto di prendere: sulle cose, il tempo, i corpi e infine la vita […]. L’Occidente ha conosciuto a partire dall’età classica una trasformazione molto profonda di questi meccanismi di potere. Il prelievo tende a non essere più la forma principale, ma solo un elemento fra altri che hanno funzioni d’incitazione, di rafforzamento, di controllo, di sorveglianza, di organizzazione e di organizzazione delle forze che sottomette: un potere destinato a produrre delle forze, a farle crescere e ad ordinarle piuttosto che a bloccarle, a piegarle o a distruggerle. Il diritto di morte tenderà da questo momento in poi a spostarsi […] sulle esigenze di un potere che gestisce la vita” (La volontà di sapere).
Dalle tecniche di “gestione della vita” prende forma l’episteme moderna: tecniche che operano al livello “macrofisico” del controllo delle popolazioni attraverso le grandi istituzioni della “polizia” (nel senso che questo termine aveva nel XVIII secolo: igiene pubblica, istruzione, mantenimento dell’ordine pubblico, alimentazione, ordinamento delle città) e al livello “microfisico” del disciplinamento dei singoli, ridotti a singolarità da peculiari dispositivi. Tra il XVI e il XIX secolo prende forma “una nuova tecnologia […]: la messa a punto […] di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, si era sviluppato […] negli ospedali, nell’esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina […]. La società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi” (Sorvegliare e punire, corsivo mio).
Per un approccio all’opera di Michel Foucault consiglio vivamente la lettura del Résumé des cours (1970-1982): i sunti dell’insegnamento e del lavoro seminariale svolto durante ciascun anno accademico presso il Collège de France. Ne esisteva un’ottima edizione curata nel 1994 dal CSOA Godzilla di Livorno e pubblicata dalla BFS di Pisa, oggi purtroppo esaurita. C’è un’altra edizione successiva (Feltrinelli, 1999) forse ancora disponibile. Oltre a rappresentare una summa del pensiero di Foucault, questi sunti mostrano molto efficacemente il suo percorso di ricerca: dall’analisi delle istituzioni penali e psichiatriche, alla definizione della “biopolitica” come cifra dello Stato moderno, alla riflessione sulle “tecnologie del sé”. Una “raccolta di brevi saggi notevolmente ricca e bella, e con un enorme potenziale sovversivo” (Résumé des cours, Introduzione del CSOA Godzilla), che può guidare alla lettura delle opere più importanti.

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