Gli anni del fordismo all’italiana

Il miracolo economico tra repressione in fabbrica e motorizzazione di massa

Negli anni ’30 Mussolini aveva chiesto ad Agnelli di produrre una vettura che costasse meno di 5mila lire, e la FIAT mise sul mercato la Topolino che però costava 8.900 lire e rimaneva fuori portata per le classi popolari.
In Italia prima della Seconda Guerra Mondiale il modello fordista non era quindi riuscito a imporsi, ma dopo la guerra il Piano Marshall permise di importare in Italia le modalità di produzione americane. Alla FIAT andarono più del 12% degli aiuti concessi all’industria italiana (il 26,4% dei fondi devoluti al settore meccanico e siderurgico).
In cambio però gli americani chiesero di sbarazzarsi del sindacato e degli attivisti di sinistra presenti in fabbrica.
A partire dal 1949 il presidente della FIAT Vittorio Valletta mise in atto una sistematica strategia di discriminazione degli operai socialcomunisti. Furono diverse migliaia i licenziamenti per “motivi disciplinari”, e coloro che non furono licenziati vennero “confinati” all’Officina Sussidiaria Ricambi, fuori da Mirafiori, ribattezzata “Officina Stella Rossa”.
Prima del 1952 la FIOM aveva circa il 65% dei consensi. Alle elezioni del 1955 la FIOM crollò al 37%.
Vittorio Valletta, nato a Genova nel 1883, durante la I guerra mondiale aderì alla Massoneria. Diventò amministratore delegato della FIAT nel 1939, e al momento dell’entrata in guerra assicurò il governo le forniture belliche richieste, ma chiese che le autorità garantissero l’ordine interno “militarizzando i dipendenti”, applicando cioè alla fabbrica le disposizioni del Codice Militare di Guerra.
Nel 1945 Valletta era stato epurato per collaborazionismo con i tedeschi, ma l’anno successivo venne reintegrato vista la difficoltà di trovare dirigenti esperti nel settore.
Fu nominato presidente e rimase in carica fino al 1966.
Valletta impone alla FIAT una gerarchia rigidissima, caratterizzata da una disciplina assoluta. Gli operai indossano una tutta blu, i capireparto una giacchetta nera ed un distintivo che riporta il loro grado.
Valletta affianca al “bastone” la “carota” di iniziative assistenziali e incentivi economici, che garantiscono la pace sociale in fabbrica. La fedeltà all’azienda assicura quel livello di produttività che può garantire salari più alti. Gli operai diventano così potenziali acquirenti del prodotto automobilistico.
Il 9 marzo del 1955 al salone dell’auto di Ginevra viene presentata la FIAT 600.
Poteva raggiungere i 90 kmh, consumava un litro ogni 14 km, costava 600mila lire e si poteva acquistare a rate. Si può quindi considerare la prima vera auto di massa italiana, e diventa uno status symbol per le classi popolari..
Nello stesso anno il Parlamento vara un piano decennale per la costruzione di autostrade, a cui Valletta partecipa decidendo insieme ai massimi dirigenti dell’IRI addirittura i tracciati delle autostrade.
Nel 1947 le auto circolanti nel nostro paese erano poco più di 184.000, appena una ogni 123,5 abitanti. Nel 1950 342.000, e nel 1956 il parco automobilistico nazionale superava il milione di unità (mentre i televisori erano ancora meno di 400 000, anche perché costavano più del doppio di una Seicento). Nel 1964 le auto private in circolazione arrivarono a 4 670 000.
Nel ’50 la fabbrica occupava 20.000 persone, nel 1970 saranno 55.000.
A Mirafiori venivano prodotti la quasi totalità dei componenti. In pochissimi anni diventò un immenso stabilimento con un perimetro di oltre dieci chilometri
Alla fine della guerra Torino aveva circa 600.000 abitanti; nel 1961 raggiunge il milione:
Solo nel quinquennio 1955-60 gli immigrati meridionali a Torino furono quasi 85 000.
Della Seicento vennero prodotti più di 5 milioni di esemplari, dei quali 2.700.000 a Torino e il resto all’estero (Germania, Spagna, Cile, Argentina, Jugoslavia). Rimase in produzione fino al 1969, l’anno dell’autunno caldo e della riscossa operaia.

di Nello Gradirà (tratto dall’archivio di Senzasoste)

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