Il capolavoro di Sciu Aldo: retrocessi a Natale

di Nello Gradirà

Con la 13a sconfitta in 18 partite (la quarta consecutiva, la sesta in casa) il Livorno scivola a 9 punti dalla zona play out e 10 dalla salvezza diretta. Il campionato non è ancora arrivato al giro di boa e teoricamente ci sarebbe il tempo per una clamorosa rimonta: ma non per questa squadra e non per questo ambiente.

Il cambio di allenatore c’è già stato, nelle modalità ridicole a cui questa società ci ha da tempo abituato (vedi assunzione della “badante” Filippini), e non ha dato né poteva dare alcuna scossa.

La squadra è inguardabile, triste, così inadeguata che fa perfino tenerezza. A memoria d’uomo l’unica annata peggiore di questa è stata l’88-’89, quella in cui gli amaranto (ribattezzati Pro Livorno, con Paolo Salemmo presidente) riuscirono a beccare undici gol in due partite dal Trento e finirono all’ultimo posto della C1 con soli 20 punti.

Ma allora il Livorno era sull’orlo del fallimento e appena due anni dopo sarebbe sprofondato in Eccellenza. Ora invece è in mano a uno degli uomini d’affari più solidi d’Italia, che è sempre stato dipinto dalla sua orchestra di violinisti come una specie di Re Mida capace di ottenere il massimo investendo il minimo grazie alla propria competenza sia imprenditoriale che calcistica.

La verità è che dopo l’epopea della rinascita e dei quattro campionati consecutivi di A con tanto di coppa UEFA (che peraltro l’oculato presidente genovese fece di tutto per evitare) certi risultati non sono più arrivati e i numeri non gli danno ragione.

Più che sulla competenza l’uomo dal k-way giallo ha sempre contato sui favori dei padroni del calcio, ma ora nel palazzo non ha più molte amicizie e nel giro che conta non è ben visto. Tempo fa il presidente del Napoli (altro personaggio tanto simpatico quanto competente) lo marchiò a fuoco: “Quando Spinelli imparerà a spendere per fare il mercato e non la questua, potrà parlare. (…) Deve imparare che i giocatori non si possono chiedere solo in prestito o pagarli poco”.

Dal 2008 in poi questa sarebbe (sarà) la quinta retrocessione: quelle dalla A alla B tutte all’ultimo posto con punteggi da sottosviluppo, poi c’è stata quella del 2016 in C (grazie all’ideona di ingaggiare “Mortolo Butti” su suggerimento dell’amico Lucianone Moggi) e ora questa che promette di essere la più indecorosa di tutte.

Aggiungiamoci due salvezze in extremis in B, tra cui quella dell’anno scorso in cui all’ultima giornata gli amaranto non furono capaci di battere neanche il già retrocesso Padova e si salvarono solo grazie ai risultati degli altri campi, e qualche campionato anonimo sia in B che in C.

Anche la promozione di due anni fa, raggiunta grazie a un incomprensibile vantaggio accumulato nel girone d’andata, fu vissuta più con sofferenza che con entusiasmo perché arrivata con una squadra stracotta e solo grazie al suicidio del Siena.

In pratica negli ultimi dieci anni l’unico campionato decente è stato quello della promozione in A con Davide Nicola, quasi casuale, non dovuta certamente ad alcuna programmazione e per questo ancora più bella.

Questo lungo promemoria serviva per chiarire che -lo si voglia o no- l’epoca di Spinelli a Livorno è finita da un pezzo.

Certo, ci saranno sempre i suoi trombettieri a dire che se va via lui si torna a giocare con il Ponsacco, ma la risposta è facile: con il Ponsacco non ci abbiamo giocato perché i rossoblu se la passano peggio di noi, ma abbiamo rimediato alla grande con il Gavorrano, il Renate e la Giana Erminio.

La cosa stupefacente è che a distanza di vent’anni dal suo arrivo a Livorno il “Gabibbo giallo” continua puntualmente con la sua recita stucchevole a scadenze fisse: prima si dichiara innamorato di Livorno (come in questa sdolcinata intervista https://gianlucadimarzio.com/it/telefonami-tra-ventanni-aldo-spinelli-livorno-questo-nostro-anniversario-damore), poi quando arriva il momento di spendere è stanco, ci rimette un sacco di soldi, vuol vendere ma non trova nessuno, piange perché i livornesi lo hanno lasciato solo, e così via con tutti i tormentoni che ben conosciamo.

Tormentoni che da un po’ di tempo hanno trovato un nuovo protagonista nel rampollo Robertino, offese a tutta randa alla città, agli sportivi, a personaggi più che rispettabili come Igor Protti con toni ancora più arroganti e maleducati di quelli abitualmente usati dal vecchio Aldo. Forse sarebbe opportuno chiedere a Robertino di parlarci dei suoi successoni alla guida dell’Alessandria, oppure ricordargli che dal bilancio del Livorno sono usciti più soldi per la sua paghetta che per qualche centravanti di peso, e qui c’è da dire che nessuna amministrazione comunale, in cambio dell’utilizzo degli impianti sportivi pubblici e più ancora del nome della città, si è mai azzardata a nominare un revisore dei conti che facesse chiarezza sulla reale situazione finanziaria della società in modo da far cessare i piagnistei.

Qualcuno comunque nei tormentoni continua a cascarci e ora gira la storiella del vecchio padre affezionato alla città e del più giovane figlio che invece vuole evitare di dilapidare il capitale di famiglia. Come in ogni favola anche questa ha un lieto fine: il vecchio padre alla fine investirà nel mercato di gennaio rifacendo la squadra di sana pianta.

Pare incredibile ma nel 2015 c’era perfino qualcuno che chiedeva a Spinelli di celebrare degnamente l’anno del centenario facendo investimenti da nababbo.

Ma ormai l’uomo in giallo il bonus di aver riportato il Livorno nel calcio che conta se l’è totalmente giocato. E a dire le cose come stanno, anche il ciclo d’oro dei primi anni Duemila non è tutto merito dell’imprenditore ligure: certo, dopo anni di dirigenze improbabili e di fallimenti a catena era necessario un presidente solido e con “entrature” nel palazzo, ma è stato grazie a tutto l’ambiente, che voleva fortemente risalire, e grazie a giocatori come Protti e Lucarelli che non hanno certo guardato all’ingaggio pur di vestire la maglia amaranto, che il Livorno è riuscito a venir fuori dalle categorie inferiori. Se si fosse trattato della sbandierata competenza di Spinelli e dei suoi direttori sportivi, buonanotte… Basti ricordare la batteria di bidoni stranieri passati per l’Ardenza, da Cesar Prates a Zé Rodolfo, da Sidny a Enyinnaya per inquadrare al meglio il personaggio.

Ma a quell’epoca a Livorno resuscitavano anche i morti, giocatori dati per finiti trovavano nuove motivazioni e legavano al meglio con il pubblico e con la città. Tutto il contrario di ora dove giocatori anche validi vengono a svernare svogliatamente in attesa di migliori opportunità.

Quei tempi probabilmente non torneranno più, ed è stata persa l’occasione per consolidare la società ad alti livelli e seguire il modello di altre provinciali di lusso: nessun settore giovanile di peso, nessun osservatore esperto, nessun investimento in strutture, niente di niente…

A differenza di quanto dice Robertino nessuno ha mai preteso che venisse Cristiano Ronaldo, ma a forza di prestiti a costo zero, di giocatori presi al reparto di ortopedia, di allenatori e dirigenti “yes-man”, del sistematico allontanamento dei giocatori più carismatici e affezionati alla maglia, della svendita dei giovani più promettenti, i risultati non potevano essere diversi.

E va aggiunta anche una scientifica opera di divisione della tifoseria che mai si era vista, neanche ai tempi bui dei fallimenti a catena. Il risultato inevitabile, in tempi di tornelli e pay-tv, è uno stadio sempre più vuoto.

La Livorno calcistica è stata progressivamente depauperata: come il contadino che ammazza la gallina e se la mangia, senza pensare che dopo non avrà più uova. E ora siamo esattamente a questo punto: basta guardare i ferri arrugginiti che escono dalle gradinate dell’Armando Picchi per capire che ci vuole una svolta, e che l’obiettivo va ben al di là della salvezza quasi impossibile di quest’anno (a proposito, ora aspettiamo il ritorno di Breda tra un paio di mesi, così la farsa si completa).

Si dirà: il Livorno non lo compra nessuno. Ma la città ha una grande ricchezza che nessuna amministrazione ha mai provato a mettere sul tavolo: cioè la più bella zona sportiva del mondo. A due passi dal mare abbiamo lo stadio, l’ippodromo (chiuso), due palazzetti dello sport, una piscina, il camposcuola, il campo da rugby, il palazzetto della scherma e gli impianti di Villa Letizia (tennis e altro). Non si tratta di svendere al primo arraffasoldi che passa, ma di pensare a un progetto di valorizzazione di questo patrimonio, accordandosi con i privati interessati a investire nello sport professionistico ma garantendo l’utilizzo pubblico degli impianti e impegnandosi nella promozione dello sport dilettantistico ed amatoriale.

Purtroppo si stanno perdendo occasioni su occasioni: lo stesso vale per la promozione turistica dove nessuno riesce a cavare un euro dalla presenza di qualche milione di croceristi che passano di qui ogni anno. Oppure pensiamo alla questione delle strutture sanitarie su cui siamo fortemente penalizzati. Se si guarda ad altre realtà, non ci sono solo società di primo piano che hanno costruito o stanno costruendo il nuovo stadio, ma anche società di pari livello con il Livorno (es. Pescara, Crotone) o altre che in questo momento sono nelle categorie inferiori, come ad esempio la Casertana e il Como. Non siamo certo sostenitori delle grandi opere inutili, e sicuramente in molti casi gli intenti speculativi saranno predominanti, ma per superare la crisi la città ha bisogno di forti investimenti, e in questo senso anche un progetto importante per la cittadella sportiva avrebbe un ruolo centrale. E non va tralasciato il fatto che le condizioni dello stadio sono preoccupanti anche dal punto di vista della sicurezza.

Poi naturalmente ci sarà sempre chi aspetta che Spinelli costruisca Livornello o che “si frughi” al mercato di gennaio… Beh, auguri!

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