La Livorno fantastica delle “Notti bianche”

C’è una Livorno fantastica e favolosa: è quella ricostruita da Luchino Visconti per il suo film Le notti bianche (1957). Dopo un sopralluogo in città, il regista scelse di ricreare l’ambientazione del film nei teatri di posa di Cinecittà (scelta dovuta soprattutto alla necessità di riprodurre in tempi brevi svariati fenomeni atmosferici come la nebbia, la pioggia, la neve). Le strade e i canali ricostruiti da Visconti alludono chiaramente al quartiere Venezia di Livorno, una Livorno che, a sua volta, allude alla Pietroburgo del romanzo di Dostoevskij da cui il film è tratto. Le notti bianche, infatti, è una storia in cui la città russa assume quasi il ruolo di protagonista: i canali e il lungofiume notturno in cui si incontrano il “sognatore” e la “sognatrice” sono contemporaneamente uno sfondo etereo e fantasmatico e profondamente corporeo. Basti soltanto pensare ad altre opere dostoevskijane come Il sosia o Delitto e castigo: Pietroburgo è lì, come un grande fantasma ma anche come un grande corpo, fisicamente presente, incarnazione delle ossessioni e delle turbe dei personaggi.

Nell’immaginazione di Visconti, Pietroburgo sarebbe stata rappresentata nientemeno che da Livorno, una Livorno fantastica e immaginifica, beninteso. Eppure, nonostante la ricostruzione nei teatri di posa, la città è riconoscibilissima: l’intrico di vicoli, ponti e canali, gli sfondi che si perdono in sognanti prospettive panoramiche su luci di case lontane sono una vera e propria immagine onirica e fantastica del quartiere Venezia. Il regista ha anche ricostruito una parte di strada con dei portici moderni che sembrano alludere a via Grande. Nel film, poi, il protagonista, interpretato da Marcello Mastroianni, fa un preciso riferimento a Piazza Grande (a mezzanotte, egli infatti così si rivolge alla “sognatrice” Natalia: “a quest’ora in Piazza Grande ci sarà sicuramente un bar aperto”).

Quella rappresentata ne Le notti bianche è una  di quelle città senza luogo, “di cui sarebbe certo impossibile” – come scrive Michel Foucault nel suo studio sulle utopie ed eterotopie – “trovare traccia in qualche carta geografica o in qualche cielo, semplicemente perché non appartengono a nessun luogo”. Si tratta di uno spazio utopico proiettato al di là del reale, in un immaginario che apre la strada alle più diverse convergenze del possibile. Da utopia ed “eterotopia” (cioè uno spazio “altro”, separato dal normale contesto quotidiano) a “non luogo” il passo è più breve di quello che si potrebbe credere: oggi, in effetti, il quartiere Venezia, complice la gentrification, si presenta vicino a ciò che, secondo Marc Augé, caratterizza i “nonluoghi”. Se, secondo l’antropologo francese, i “nonluoghi” sono soprattutto quelle organizzazioni dello spazio della “surmodernità” come i centri commerciali o gli aeroporti, anche un quartiere un tempo popolare, riallestito secondo le dinamiche della gentrification (la quale prevede la ricolonizzazione, da parte della borghesia, di uno spazio cittadino, un tempo caratterizzato da degrado edilizio e sociale, abitato da un ceto medio basso) può considerarsi tale. È così che luoghi ‘autentici’, anche caratterizzati da degrado, vengono trasformati in salotti buoni cittadini, connotati da abitazioni e locali eleganti. I luoghi popolari vengono trasformati in luoghi eleganti e i negozi e i locali popolari vengono trasformati in nuove strutture pronte ad accogliere l’elegante borghesia (e in ciò la “Venezia” è in buona compagnia: pensiamo a Montmartre a Parigi o al Pigneto a Roma). Lo stesso movimento, all’interno di questo spazio, è subordinato alla presenza dei nuovi centri di aggregazione sociale: un movimento che non è troppo diverso da quello all’interno di un “nonluogo”. Secondo Augé, “il non luogo è il contrario dell’utopia: esso esiste e non accoglie alcuna società organica”.

Il quartiere Venezia ormai appare come un “nonluogo” deputato soprattutto alla movida notturna, un movimento incanalato in flussi precisi dominati dalla mappatura degli eleganti centri di aggregazione. Un “nonluogo” caratterizzato anche dalle evidenti contraddizioni della contemporaneità, come gli scoli di fogne a cielo aperto che si gettano direttamente nei fossi oppure la vicina Piazza della Repubblica, prima asfaltata come un’autostrada, poi sommersa da un orrendo ghiaino, a dispetto degli originari blocchi di pietra. Certo, siamo davvero lontani dallo spazio fantastico rappresentato da Visconti. Anche in un “non luogo” non sarebbe poi male ricordare, con segnaletica o iniziative, che la città delle Notti bianche allude proprio al quartiere Venezia. Tempo fa, un amico in visita a Livorno volle andare a visitare il quartiere proprio per un “omaggio al film”. Forse, sarebbe una ulteriore incentivazione culturale.

Ma tant’è. Oggi siamo sommersi dai “nonluoghi” (la cultura appare da essi davvero lontana) e la rappresentazione del film di Visconti finisce per assomigliare alla definizione di “fantastico” attuata da Tzvetan Todorov: “Il fantastico è l’esitazione provata da un essere il quale conosce soltanto le leggi naturali, di fronte a un avvenimento apparentemente soprannaturale”. Un quartiere Venezia e una Livorno come quelle del film, oggi, ci apparirebbero veramente come un “avvenimento soprannaturale” e davanti ad essi esiteremmo spaventati e increduli, quasi come davanti ad uno spettro. Talmente soprannaturale che a mezzanotte, in Piazza Grande, c’erano ancora dei normalissimi bar aperti.

 

gvs

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, trad. it. elèuthera, Milano, 2009.

Michel Foucault, Utopie eterotopie, trad. it. Cronopio, Napoli, 2011.

Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica, trad. it. Garzanti, Milano, 2000.

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