La legge di Mordor
Per la logica e la morale la forza non può essere fonte di diritto. Il “diritto del più forte” ci riporta all’epoca in cui l’uomo era lupo per l’altro uomo (homo homini lupus), ma ci riporta per di più indietro nel tempo, alle vicende sanguinose che hanno ferito l’umanità: l’epoca delle conquiste coloniali, avvenute a spese del sangue dei nativi, spossessati delle loro risorse e dei loro territori, e calpestati nella loro cultura e nelle loro tradizioni, queste ultime spesso cancellate così come sono state cancellate intere etnie.
Etnocidio, spoliazione, uso della forza e negazione del diritto all’autodeterminazione dei popoli sembrano oggi prevalere sui principi del diritto internazionale e umanitario, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa delle identità culturali che resistono all’oppressione.
Parafrasando Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale, si potrebbe affermare che, alla luce delle vicende che segnano il Medio Oriente e molte altre aree del mondo, il più forte non si limita a usare la forza, ma la trasforma in fonte di diritto, imponendo l’obbedienza come dovere e punendo severamente ogni forma di resistenza individuale o collettiva.
In questo quadro rientrano, secondo numerosi osservatori e organizzazioni per i diritti umani, pratiche discriminatorie e sistemi di dominio che trovano espressione nei territori palestinesi occupati. Allo stesso modo, le grandi potenze militari, regionali e globali, continuano a giustificare le proprie guerre attraverso narrazioni mutevoli: la guerra giusta, la guerra per la democrazia, la guerra preventiva contro minacce chimiche o nucleari, oppure la difesa degli interessi strategici e geopolitici nazionali.
Ogni conflitto sembra trovare il proprio abito ideologico: quando una narrazione non è più credibile, ne viene confezionata una nuova. Nel frattempo, la violazione della sovranità degli Stati, gli omicidi mirati e i massacri di civili vengono tollerati in nome della lotta al terrorismo. Tali atrocità vengono liquidate come semplici errori di calcolo o, il che è in sé ancora più aberrante, teorizzate come un ‘effetto collaterale’ necessario, giustificato da un cinico calcolo costi-benefici tra il sacrificio di vite umane e lo sradicamento della minaccia.
Lo spettro del terrorismo è divenuto negli anni una categoria politica capace di legittimare pratiche che altrimenti sarebbero considerate inaccettabili: da Guantánamo alle devastazioni di Gaza, dalla carestia denunciata da numerose organizzazioni umanitarie alla situazione della Cisgiordania, dove le violenze dei coloni e il sostegno delle forze di occupazione evocano, per modalità operative, alcune delle pagine più oscure della storia europea del Novecento.
Mentre il mondo occidentale appare spesso distratto da altre priorità – il benessere economico, gli equilibri energetici, gli eventi sportivi o le promesse della rivoluzione tecnologica – si è aperto un profondo abisso nella condotta morale dell’Occidente. Di fronte alle carneficine collettive e alla sofferenza di intere popolazioni considerate corresponsabili del terrorismo, emerge il pericolo di una progressiva assuefazione all’ingiustizia e ai massacri di innocenti. Da Gaza alla Cisgiordania, dall’Ucraina ai numerosi conflitti dimenticati che raramente conquistano le prime pagine, il dolore umano continua ad accumularsi nell’indifferenza generale. Molte tragedie restano anonime, semplicemente perché troppo lontane dai nostri interessi immediati. Ogni sera osserviamo il mondo dai nostri salotti, indignandoci quando viene violato il nostro spazio vitale, ma spesso restando silenziosi quando le stesse ingiustizie colpiscono altri popoli. È come se la nostra coscienza civile si fosse assopita.
A questo proposito risulta particolarmente rilevante la recensione di Roberta De Monticelli al saggio di Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale, pubblicata su Il Manifesto il 4 giugno. De Monticelli si sofferma sulla nozione di ‘violenza destituente’ proposta da Daniele per denunciare i doppi standard che minano la credibilità stessa del diritto internazionale, laddove ciò che viene riconosciuto come crimine in alcuni contesti viene considerato legittima difesa in altri. Secondo questa analisi, la questione palestinese ha evidenziato una crescente distanza delle classi dirigenti europee dal principio di uguaglianza formale davanti alla legge. Ritengo che la metafora del ritorno del potere di Sauron – signore della Terra di Mezzo, ma calato nel nostro mondo – descriva efficacemente la percezione di chi vede affermarsi la logica della forza sulla logica del diritto. La ‘legge di Mordor’ sembra assediare non soltanto i popoli colpiti dalla guerra, ma anche gli intellettuali, i mezzi di informazione e le istituzioni che dovrebbero svolgere una funzione di argine critico.
Pertanto, al di là delle diverse opinioni politiche, resta una verità difficilmente contestabile: le popolazioni civili coinvolte nei conflitti hanno bisogno di protezione, assistenza e accesso agli aiuti umanitari. Per questo motivo, il mondo dovrebbe impegnarsi con maggiore determinazione e imporre l’apertura di corridoi umanitari efficaci, che delegittimino l’assedio e l’induzione alla carestia come armi di guerra di massa, se non altro per dare corpo e sostanza concreta alla tutela della dignità delle persone colpite dalla guerra, indipendentemente dalla loro nazionalità, appartenenza etnica o collocazione geopolitica. Qualora ciò non fosse possibile a causa del rifiuto dei nuovi imperialismi neocoloniali, si dovrebbe procedere a sanzionare, boicottare e definanziare i paesi che si rendono complici e attori in prima persona di tali brutali comportamenti, i quali offendono l’umanità tutta. Difendere il diritto umanitario significa difendere l’umanità stessa.
Infine tengo a precisare che non siamo giornalisti e che il nostro sito non costituisce una testata professionale. Il nostro è un impegno umile, volontario e senza scopo di lucro, che nasce per contrastare una deriva sociale lucidamente descritta da Hannah Arendt nel capolavoro Le origini del totalitarismo: «L’aspetto probabilmente più sorprendente e sconcertante della fuga dalla realtà è l’abitudine a trattare i fatti come se fossero mere opinioni», una condizione in cui «tutti i fatti possono essere cambiati e tutte le menzogne rese vere». I nostri valori e i nostri sforzi si concentrano proprio qui: fare resistenza contro le prevaricazioni e combattere l’incapacità di distinguere tra fatti e opinioni, sollevando il velo di Maia sulle post-verità della nostra quotidianità.
D@ttero
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