La burrasca perfetta

C’è una guerra in corso contro il covid-19 e Livorno si trova investita da una burrasca virale perfetta, a causa di una particolare serie di circostanze che hanno favorito un exploit dell’epidemia. Vari cluster si sono manifestati, quasi simultaneamente, nelle RSA, nel carcere delle Sughere e in alcune scuole della città. Il Nautico, il Professionale e i Geometri, infatti, dovranno osservare dei periodi di chiusura (dal 2 al 15 novembre) a causa del covid-19 che ha colpito alunni, docenti e ATA, dopo la recente riduzione delle lezioni in presenza (già ridotte del 75% dal DPCM del 24/10).
La situazione all’ospedale è molto critica per mancanza di posti letto, di medici e infermieri.
Il tracciamento dei contatti è impossibile per l’eccessivo numero di casi e per non essere stato adeguatamente potenziato e strutturato in vista del ritorno del virus. Analogamente il sistema tamponi procede a rilento (e con fortissimi ritardi nelle risposte), inducendo a non dichiararsi o a sfuggire il confinamento fiduciario.
Se a tutto questo si aggiunge il cedimento di un’economia in crisi di liquidità per mancanza di lavoro e per la stretta creditizia operata dal sistema bancario da qualche tempo, il cerchio si chiude lasciando poco spazio a una soluzione rapida e ottimistica della crisi epidemica ed economica. Lo stato di ansia in città è palpabile come attestato dalla progressiva caduta di fiducia verso le istituzioni, sia a livello nazionale sia regionale.
Troppi sono stati gli errori, troppi i ritardi, troppe le inefficienze commesse.
Il tentativo di scaricare mediaticamente buona parte della colpa sull’irresponsabilità delle persone non tiene a una verifica obiettiva dei fatti.
La verità è che si poteva fare molto e non si è fatto nulla.
Questa è la sentenza definitiva.
Un fenomeno pandemico come quello che ci ha colpito è, certamente, il frutto di svariate cause e il lassismo mostrato verso il rispetto delle forme minime di prevenzione ha influito, ma questo non può essere usato come alibi per sgravare l’elite politica dalla sua propensione al vaniloquio e alle sue evidenti incapacità a gestire il ritorno della seconda ondata del virus. Occorre rivedere i piani d’intervento e le strategie in tempi brevi, consapevoli che la convivenza con il virus sarà più lunga di quanto sperato.
Il buon senso dovrebbe spingere ad affrontare la burrasca virale agendo su due direttrici temporali una presente, caratterizzata dall’assenza di reddito e servizi, l’altra futura, legata a quello che sarà il post crisi virale in termini di deficit pubblico, welfare e occupazione.
I tempi che ci aspettano sono e saranno molto difficili e questo dovrebbe indurci seriamente a porci molte domande sull’attuale sistema economico – che ci ostiniamo a sostenere – nonostante trovi radici nelle ineguaglianze e divori la natura e la nostra umanità per il profitto. Occorre cambiare, prima che sia troppo tardi per farlo: la rivolta delle piazze – al di là dalle varie vecchie e trite strumentalizzazioni politiche – è il segno che la corda delle tensioni sociale si è fatta troppo tesa e sta per rompersi.
La sinistra deve sapersi confrontare, il prima possibile e con coraggio, con questa dura realtà iniziando a prendersi cura della società, con proposte e progetti concreti che siano alternativi e diversi da quelli fino ad oggi dominanti.

{D@ttero}

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