L’Afghanistan e lo spettacolo cinico

“Ci sono più persone morte che vive. E il loro numero è in aumento. 

Quelle viventi diventano sempre più rare”.

Eugène Ionesco, “Il Rinoceronte”.

 

Nel 2001, per rispondere agli attacchi realizzati da Al Qaeda l’11 settembre a New York, in tutto il mondo la stragrande maggioranza delle giornaliste e dei giornalisti, delle analiste e degli analisti, delle politiche e dei politici, chiedevano a gran voce un intervento militare in Afghanistan.

Questo intervento, garantivano, avrebbe liberato le donne afghane dall’oppressione del regime talebano. 

Nel mondo delle bollicine di sapone in cui abitano, gli eserciti non lanciano bombe ma costruiscono pace. 

Nel mondo reale, è obbligatorio analizzare la realtà se non si vuole essere succubi dalla propaganda.

Il guaio, per restare al buon Ionesco, è che se “pensare contro la corrente del tempo è eroico, dirlo è una pazzia”.

Vent’anni dopo, le stesse giornaliste, analiste e politiche che hanno difeso quel intervento militare, l’occupazione del territorio afghano, l’imposizione della forza armata e persino i molteplici attacchi con cui gli statunitensi e i loro alleati hanno massacrato la popolazione civile lungo 20 anni, lamentano la situazione in cui resta il Paese in seguito alla vittoria dei talebani (naturalmente, esistono vergognose eccezioni). 

Per quanto stupefacente, riescono a separare completamente la presenza ventennale degli USA e della NATO in Afghanistan di quanto avvenuto in quel Paese proprio in questi 20 anni.

Non suona meglio il tono consolatorio di chi si augura che i talebani rispettino la loro parola, e cioè si limitino ad applicare la Sharia.

“Diversamente da Joe Biden, Mursal, richiedente asilo in Grecia, non è stata sorpresa dalla velocità con cui è caduta Kabul. Lei sa di prima mano l’efficacia con cui i talebani hanno terrorizzato la popolazione per costringerla al silenzio o alla complicità. 

“Un giorno, dei combattenti talebani hanno fatto irruzione nella scuola. Presero il mio maestro per il bavero e il loro capo gli disse: ‘Domani ritorneremo. Se sei ancora qui, ti sgozzeremo’. Poi si voltò verso di noi e disse: ‘Se vi vedo qui domani, vi sgozzerò tutte’. Non sono mai più tornata a scuola.” (Helen Benedict, “The Story of an Afghan Girl.”, “The Nation”, New York 16 agosto 2021).

Ecco la traduzione del “solo la sharia”: vietare alle donne di uscire per strada senza un accompagnatore maschile, di studiare, di ridere in pubblico, a fare rumore camminando … 

“Solo la sharia perché ora sono più civili e hanno bisogno di stabilire rapporti internazionali”.

Nei 20 anni di occupazione USA-NATO non è stato certamente raggiunto l’orrore imposto dal regime talebano. Ma, dopo due decenni della loro occupazione militare, l’Afghanistan continuava a essere uno tra i peggiori luoghi al mondo per le donne, come documentano da oltre 20 anni organizzazioni per i diritti umani, attiviste e giornaliste afghane.

Ma, forse, loro non comunicano o, quanto meno, mai sono riuscite a essere ascoltate. 

E’ indubbio che col ritorno dei talebani le loro vite peggioreranno ulteriormente ma lo è altrettanto che dopo 20 anni di occupazione, l’80% delle donne afghane era ancora analfabeta, che oltre la metà era vittima della violenza maschile nella propria famiglia, che il 75% era sottoposta a matrimoni forzati, spesso prima di compiere 16 anni …

Si discute ora di accoglienza e di possibili canali umanitari. Ma, almeno dal 2015-2016 arrivano migliaia di rifugiate afghane in tutti i campi profughi di Europa e il loro numero supera persino quello delle rifugiate siriane e irachene. 

Tuttavia, perché per l’Europa l’Afghanistan era un Paese sicuro per le donne, l’Europa scelse di non accettarle come rifugiate. 

E, salvo rare eccezioni, nessuna tra le nostre giornaliste, politiche e analiste alzò la voce, malgrado sapessero che le afghane fuggivano da aggressioni sessuali, da sistematiche violenze di genere, da discriminazione e dall’assoluta mancanza di qualsiasi prospettiva futura. 

Scrivevano le donne dell’organizzazione afghana RAWA nel 2008: “In seguito all’invasione del nostro Paese le sofferenze e gli atti di depravazione contro le donne non sono stato ridotti. Anzi, è aumentato il livello di oppressione e la brutalità che giorno dopo giorno colpisce la parte più debole della nostra società. Il governo corrotto e mafioso e i suoi guardiani internazionali giocano senza vergogna con l’intollerabile sofferenza delle donne afghane, che usano come loro strumento di propaganda per ingannare la popolazione in tutto il mondo”. 

Raccontava Maryam Rawi al “Centro Balducci” nel 2009: “Violenze, stupri, aggressioni sono la quotidianità in Afghanistan. Il mio paese non è affatto pacificato e la situazione è molto più grave di quella che viene descritta sulla stampa internazionale. In trent’anni di occupazione tutto è cambiato, ma niente è veramente cambiato. 

Nel 1979 sono arrivati i sovietici, poi i talebani, oggi gli occidentali. In ciascuna di queste fasi le donne sono state le vittime principali. Durante il regime talebano non era loro permesso lavorare né andare a scuola, non potevano lasciare le loro case se non accompagnate da un parente e non potevano farsi vedere senza il burqa. Oggi stiamo tornando a questo” (“Donne afghane senza pace. La drammatica testimonianza delle donne di RAWA premiate al «Balducci» per la lotta ai soprusi di una guerra senza fine”, “La vita cattolica”, Udine 2 maggio 2009).

Ora le nostre giornaliste, politiche e analiste alzano la voce. Lo fanno perché gli USA e la NATO se ne sono andate con la coda tra le gambe dall’Afghanistan. 

Lo fanno perché, arroganti quanto i loro colleghi maschi, consciamente e/o inconsciamente “sanno”, “sentono”, “percepiscono”, capiscono”…, che le cose vanno bene quando le truppe statunitensi e della NATO sono presenti in forza e cominciano ad andare male quando queste, costrette o meno, devono andarsene.

È “un forte sentimento tardo colonialista”.

Nel gennaio 2021 quasi la metà della popolazione afghana aveva bisogno di aiuti umanitari per sussistere malgrado la pioggia di miliardi investiti per l’Afghanistan in questi 20 anni.

La pioggia di miliardi è servita solo per l’acquisto di armi e per la “sicurezza”. 

Educazione, sanità pubblica, sviluppo delle capacità di governo, costruzione di infrastrutture, democratizzazione… non hanno mai fatto parte delle priorità.

Era propedeutico alla corruzione: eterni progetti ricevevano milioni di dollari senza mai vedere la luce mentre i loro protagonisti, ben agghindati, in magnifiche auto blindate e lucenti elicotteri, scialacquavano denaro e opportunità (prima di andarsene). 

Un marziano, magari di nome Gino, avrebbe detto che il caos era evitabile, ma che non tutti i partecipanti al festino avevano interesse a evitarlo.

Scrive nel suo ultimo rapporto annuo (gennaio 2021), Amnesty International: “Il conflitto in Afghanistan ha compiuto 20 anni e continua a produrre un alto numero di vittime civili. I talebani e altri gruppi armati lanciano attacchi deliberati contro la popolazione civile contravvenendo il diritto internazionale umanitario. Nessuno è stato condannato per questi crimini e persiste la più totale impunità”.

Citando la Missione di Assistenza dell’ONU in Afghanistan (UNAMA), Amnesty International continua: “Dal 1 gennaio al 30 settembre 2020 hanno perso la vita 2.177 civili e altri 3.822 sono stati feriti gravemente … I talebani sono autori del 45% di questi crimini … Le forze favorevoli al governo di oltre un quarto, 602 vittime mortali e 1.038 feriti. Le forze militari internazionali di 83 morti e 30 feriti … I gruppi armati e le forze di sicurezza afghane – includendo le milizie formate dal governo – hanno continuato a reclutare bambini per impiegarli in combattimento. Questi bambini subiscono molteplici abusi, anche di tipo sessuale”. 

Citando i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), che cifrava in 4 milioni gli sfollati in Afghanistan, Amnesty International commenta; “Ciò significa un incremento riguardo gli 1,2 milioni del 2016 e il mezzo milione del 2013 … Durante questo periodo la popolazione sfollata è sopravvissuta con difficoltà, in molti casi è stata costretta a vivere in campi densamente popolati scontrandosi costantemente con difficoltà per l’accesso all’acqua potabile, alle cure mediche e al lavoro”. 

Va da sé: la pandemia ha peggiorato ulteriormente tutti questi dati. A maggio 2021, prima che partisse l’offensiva talebana, si parlava di oltre 5,5 milioni di sfollati.

Il 5 agosto 2021, mentre i talebani avanzavano verso Kabul, la statunitense Human Rights Watch (HRW) avvertiva: “Il governo afghano continua a non garantire misure di giustizia per gli atti di violenza contro donne e bambini”. 

Patricia Gossman, direttrice per l’Asia di HRW, aggiungeva: “I donanti internazionali debbono garantire il loro impegno di protezione delle donne afghane intrappolate tra la non azione del governo e l’espansione del controllo talebano”.

Nell’aprile 2021, HRW aveva avvertito: “Comandanti e combattenti talebani hanno messo in atto un campionario di minacce, intimidazioni e violenza contro i giornalisti dovunque abbiano una influenza significativa, incluso a Kabul … Normalmente, gli autori delle minacce conoscono a fondo il lavoro, la famiglia e i movimenti dei giornalisti, e usano questa informazione per costringerli all’autocensura, all’abbandono de loro lavoro o a conseguenze violente”.

Non riesco a credere che tali minacce siano arrivate fino a Roma e/o a Milano.

 

Rodrigo Andrea Rivas

19 agosto 2021

 

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