Visioni

L’ambiguo mago del Cremlino

Le “anime morte” di Gogol’ in Russia non sono mai morte, si potrebbe azzardare: il cinismo e il vuoto morale che faceva apparire quegli squallidi funzionari raccontati da Gogol’ ancora più morti dei servi della gleba (le “anime”) sembrano sopravvivere fino agli albori della contemporaneità, fino all’ascesa di Vladimir Putin. Su quest’ultimo avvenimento si concentra il recente film di Olivier Assayas, Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (Le Mage du Kremlin, 2025), ma non solo. Il film (non ci sorprende il fatto che non ci sia nessun russo né fra gli attori né fra i produttori o i collaboratori), liberamente tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli e sceneggiato dal regista insieme a Emmanuel Carrère, ci mostra anche la temperie socio-culturale dei primi anni novanta, dopo la caduta del blocco sovietico. Attraverso lo sguardo del “mago del Cremlino” Vadim Baranov, che ha un nome fittizio ma che è ispirato a un personaggio reale (magistralmente interpretato da Paul Dano), un produttore di reality show che diventerà il consigliere di Vladimir Putin, solchiamo l’antinferno della progressiva capitalizzazione della Russia. Il personaggio di Baranov, giovane regista teatrale, nei primi anni novanta frequenta locali in cui, a fianco della musica punk-rock, si mettono in scena spettacoli d’avanguardia e sperimentali, in ambienti – in cui droga, alcool e spregiudicatezza si intrecciano strettamente alla letteratura e all’arte – che rimbombano, come una grande cassa di risonanza, della cultura occidentale, americana ed europea. I giovani russi passano da una festa sfrenata a circoli intellettuali dove si leggono i poeti russi e occidentali, e tutto sembra ambiguamente fondersi in un calderone indistinto. Gli scrittori e i poeti che prima erano oggetto di censura adesso si possono leggere liberamente e sembra che non ci sia nessuna differenza fra il desiderio di cultura e il desiderio di ricchezza.

Uno dei punti di forza del film ci sembra proprio questo: sulle teste dei giovani russi paiono essere piombati all’improvviso e contemporaneamente gli anni sessanta, settanta e ottanta americani ed europei. Gli anni sessanta e settanta della cultura, della trasgressione e dell’impegno politico, gli anni ottanta del nuovo desiderio di ricchezza e del disimpegno. Nelle rutilanti sequenze dedicate ai primi anni novanta sono racchiuse l’ambiguità e la molteplicità dei volti di una mescolanza di istanze diversissime fra di loro. I nuovi oligarchi nascono proprio in quell’ambiguo coacervo, come il mefistofelico Dmitrij Sidorov (interpretato da Tom Sturridge; sotto questo nome fittizio si cela un reale oligarca) che ‘ruba’ la fidanzata a Vadim, la bellissima e altrettanto ambigua Ksenija (interpretata dall’attrice svedese Alicia Vikander), che Vadim conosce durante una performance in cui lei, cantando, cavalca un bestiale “uomo cane” sotto il quale si nasconde – come scopriremo in seguito – un colto e raffinato regista d’opera. Pure se, come già accennato, nei crediti del film non compare alcun riferimento a fonti di ispirazione russe, lo sguardo di Assayas appare ben focalizzato sull’ambiguità di quegli anni; e, diciamola tutta, appare focalizzato sul mondo e sulla cultura russa senza alcuna distorsione filo-occidentale, senza alcuno sguardo ‘orientalista’, si potrebbe azzardare, citando Said. L’universo russo non compare come nemico e ‘straniero’ ma appare ben sintetizzato dall’interno dallo sguardo di Vadim Baranov che sta raccontando la sua vicenda esistenziale a uno studioso americano (Jeffrey Wright) che si è recato in visita a Mosca. In questo, sono stati bravissimi l’americano Paul Dano e l’inglese Jude Law a interpretare rispettivamente Baranov e Putin dotandoli di una perfetta anima russa.

L’ambiguità multiforme e ‘polifonica’ – se vogliamo utilizzare un termine mutuato dallo studioso Michail Bachtin – di quei primi anni novanta sembra avere dei punti di contatto con la narrativa fantastica e surreale degli anni novanta realizzata dallo scrittore russo Viktor Pelevin, in cui il passato regime si innesta su un mondo nuovo, grottescamente distorto, rappresentato anche in torsioni futuristiche e distopiche. Ad esempio, nel racconto che dà il titolo a una raccolta di Pelevin del 1994 (tradotta in italiano nel 2000), Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, il protagonista, camminando all’imbrunire in squallidi sobborghi di provincia, si imbatte in un gruppo di lupi mannari capeggiati da un colonnello dell’esercito. Chissà, forse da parte di Pelevin vi è un rimando al gruppo ultranazionalista dei “lupi della notte”, che diverranno collaboratori di Putin, che vediamo anche nel film. Baranov, una volta diventato l’oscuro braccio destro del leader russo, stringe alleanza con qualsiasi gruppo politico, dall’estrema destra all’estrema sinistra, che possa accrescere la popolarità di Putin fra la gente. Fra di essi vi sono, appunto, anche i “lupi della notte” che rappresentano non solo una banda folkloristica di motociclisti con giubbotti in pelle nera ma anche un organizzato gruppo nazionalista paramilitare. La molteplicità e l’aspetto proteiforme di questi anni è anche bene rappresentata dal già ricordato “uomo cane”: un bestiale personaggio, rozzo e primitivo, che sembra capace solo di abbaiare e camminare a quattro zampe è in realtà un raffinato regista d’opera. L’intera Russia, probabilmente, si rispecchia nell’uomo cane: rozza, violenta e primitiva, abbacinata dalla ricchezza capitalista da una parte, custode di una cultura millenaria, di una tradizione socio-culturale assai più raffinata di quella occidentale, dall’altra. E, diciamolo pure, una cultura ancora sconosciuta per il ben più rozzo Occidente. Come afferma il poeta russo Gorčakov rivolgendosi alla sua traduttrice italiana, in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, “voi non capite niente della Russia” e – inversamente e implicitamente, dice il poeta – anche i russi non capiscono niente dell’Occidente.

La mossa politica di Baranov, per far ottenere al leader il maggior successo, è di stampo populista; secondo lui, Putin deve arrivare in qualsiasi modo possibile al cuore della gente, del popolo. Le modalità populistiche ‘spettacolari’ di Baranov, incentrate appunto su uno spettacolo ipernazionalista (ad esempio nell’allestimento delle Olimpiadi invernali di Soči nel 2014, con una rappresentazione tremendamente kitsch che abbiamo ritrovato pari pari nel kitsch estremo dello spettacolo di chiusura di Milano-Cortina 2026), ci possono far venire in mente l’esasperato populismo della destra italiana oggi al potere. Un populismo tipicamente occidentale e che, in Russia, arriva con un forte effetto rebound, amplificato e ‘mostrificato’. Emerge allora potentemente l’aspetto kitsch e spettacolare del potere, come sa bene Baranov, che non a caso è uno specialista di reality show; ed è tramite la spettacolarità più ostentata e la volgarità più ferina che esso riesce a raggiungere meglio il popolo come, da noi, bene ci ha mostrato Reality (2012) di Matteo Garrone. La figura di Putin, montata e costruita dall’oligarca Berezovskij (interpretato da Will Keen) e da Baranov, è ferina al punto giusto: rivestita di una ferocia che esce dall’ombra e diventa spettacolo fino ad assumere le parvenze di una specie di capriccioso e potentissimo imperatore romano fatto salire al trono da un gruppo di congiurati.

Prima del collasso totale della Russia in una disgregazione di stati indipendenti e in uno stato capitalistico sul modello occidentale, in cui pochi miliardari detengono la ricchezza del paese e il popolo versa in condizioni di povertà, in cui il potere è disseminato orizzontalmente fra i nuovi miliardari favoriti dal palazzo del Cremlino di Eltsin, – ecco che Putin, ex agente dei servizi segreti, riporta in verticale quel potere, ripristinando il controllo centrale dell’ economia e delle decisioni politiche nella sua persona e nei suoi ministri. In questo suo nazionalismo ci sono delle verità sacrosante, come ad esempio quando afferma che la Russia non ha “perso” la guerra fredda, e non ha da dire più niente all’ occidente che non sia un messaggio vuoto, perché l’universo russo è totalmente diverso da quello occidentale.

Certamente – come vediamo nel film – Berezovskij, che ha portato Putin al potere, non si aspettava una deriva reazionaria come questa, e morirà suicida nella sua casa in Europa. La deriva reazionaria è però accompagnata da aspetti positivi, la possibilità per noi europei e americani di capire delle verità sulla Russia che non siano semplice propaganda occidentale: la guerra in Ucraina è nata sotto la spinta della Cia ed è stata favorita da miliardari oppositori di Putin; la democrazia occidentale non ha una maggiore dignità di quella russa, se è vero sotto molti aspetti che la nostra libertà è solo libertà di consumare prodotti senza poter incidere nulla sul potere; Putin è sì un dittatore, ma un dittatore votato alla conservazione del suo paese, il suo stile di vita non è lo stile di vita dissipato in futili lussi da emiri arabi o in frequentazioni sessuali a dir poco opinabili come vediamo che è accaduto ai vertici della politica americana; un filo di ferro è quello che separa il confine russo dagli occidentali, un confine che si muove, che incassa spinte e che le rimanda, che non ha bisogno di intelligenza perché si muove senza dover comunicare niente, nessuna posizione riguardo ai problemi in occidente e nessuna penetrabilità in esso o da esso all’ interno. In effetti Putin non è un imbonitore e non ha mai tentato di convincere noi europei alla sua causa, non cerca tra di noi consensi, siamo anni luce lontano dalla Russia, come ai tempi dei soviet e della guerra fredda.

La Russia pare davvero lontana anni luce, misteriosa e segreta per lo sguardo dell’Occidente. Il film, benché realizzato interamente da una troupe occidentale, lo mostra bene anche nella contrapposizione fra spazi e paesaggi. L’Occidente compare soprattutto nel prepotente e chiassoso skyline di New York, opulenta città del capitale, e nella solarità incantata e disimpegnata della Costa Azzurra dove gli oligarchi si sono fatti la loro villa miliardaria. Mosca e la Russia sono perennemente ricoperte di neve e di gelo sotto cieli tenebrosi e crepuscolari mentre gli interni eleganti e cupi sono avvolti da un silenzio ovattato che potrebbe risuonare da un momento all’altro di un violento e terribile caos. Baranov, parlando con Ksenija, mentre si trova sulla barca della ragazza (arricchitasi anche lei al seguito dell’oligarca Sidorov), in mezzo al mare e al sole della Costa Azzurra, dirà, quasi angosciato: “stasera sarò a Mosca”, come se passasse in poche ore, per mezzo di un viaggio aereo, dalla spensieratezza solare alla malinconia dell’oscurità. L’Occidente, inconsapevolmente solare nella sua tragica razionalità, non potrà mai comprendere quella Russia lontana, sempre più lontana, che nelle sequenze finali di un grande film come L’arca russa (2002) di Aleksandr Sokurov, si perde in una fitta nebbia nordica dicendo per sempre addio all’Europa.

Per Codice Rosso, AS Jane e Guy van Stratten