Malamovida, alcol e prostituzione: questi sono i giovani di Livorno?
Il 12 luglio 2021 si è svolto, al Comune di Livorno, l’incontro tra il Sindaco, l’Amministrazione, il Questore e i rappresentanti dei Quartieri Uniti Ecosolidali sui problemi legati alla vivibilità dei quartieri, soprattutto in riferimento ai giovani, alla movida, alcol, droga, prostituzione.
Un unione tra i vari comitati di quartiere è da considerarsi cosa molto utile e interessante per le possibili prossime iniziative per evitare alcune situazioni troppo pesanti nei quartieri di Livorno.
Ma alcune considerazioni di fondo si rendono necessarie per inquadrare meglio la situazione delle nuove generazioni nelle nostre città:
La generazione rubata
Ci sono altre generazioni che ci dovrebbero riguardare da vicino e che invece sono spesso dimenticate o nascoste: quelle generazioni rubate a intere popolazioni dell’Africa in secoli e secoli di colonizzazioni e di guerre calde, di furti di donne e di uomini, di futuro squarciato con mitra, petrolio e interessi clientelari.
Come quella generazione rubata intravista sotto il cielo profondo del film del 2002 di Philippe Noyce (il soggetto è tratto dal libro “Barriera per conigli” di Doris Pilkington) che affronta il tema dei bambini aborigeni australiani forzatamente allontanati dalle loro famiglie. Si tratta di bambini mezzosangue nati dall’incrocio tra inglesi e nativi. Nell’Australia del 1931, per volontà del governo, i bambini di sangue misto venivano sottratti con la forza alle famiglie aborigene per essere deportati in appositi centri di rieducazione come quello di Moore River.
Quei giovani strappati al proprio futuro e ai propri sogni mancano a tutti noi adesso e rappresentano un monito per non dimenticare ciò che riguarda tutti i paesi poveri del mondo che ormai stanno prendendo una proporzione indefinibile in termini di miseria, fame, lavoro sfiancante, impossibilità di sogni e vita futura, la vita vera del nostro essere più autentico.
Ma questa globalizzazione selvaggia e questo sistema onnicomprensivo ormai non lascia spazio e possibilità anche ai figli dell’Occidente e ci presenta il conto in termini di migrazioni e di guerre “di pace”, di lavoro precario e di pensioni impossibili, di sogni e di felicità, di movida e alcol a fiumi, di droga e prostituzione.
Ma allora cosa manca ai giovani? Un lavoro, una famiglia, un’esistenza futura, un progetto politico? Gli spazi culturali? Oppure un I-Phone 11, una Google car o essere un influencer da milioni di followers ? O forse soltanto dei sogni? E quali sono i sogni della gioventù livornese, italiana, tedesca, orientale, dei nuovi emigrati, di quei ragazzi che spopolano sui video patinati di Instagram o Tik Tok? Le nostre città devono continuare a rubare il futuro alle prossime generazioni?
Sicurezza e percezione
Giornali, Tv e social sembrano seguire esclusivamente quei temi che portano ad aumentare le loro vendite, i loro ascolti e i loro proventi pubblicitari, non solo quelli legati a gruppi editoriali di destra. La malamovida, droga e prostituzione, la sicurezza, la paura, l’omicidio, i furti rendono sempre bene in termini economici e in termini politici dove le destre hanno costruito i propri voti e consensi intorno ad un bombardamento mediatico pervasivo, costruito da spin doctor, fake news e falsi account, sul fronte della sicurezza, sul pericolo di questi delinquenti, stranieri e ora giovani alla deriva. Spesso l’intervento delle forze dell’ordine viene visto come l’unico rimedio possibile ai disagi vissuti nei quartieri.
La grande trasformazione
Il problema dell’informazione di questi ultimi anni fa parte di un processo più ampio di grande trasformazione del modo di raccontare grandi eventi storici, fatti politici e piccoli eventi quotidiani.
In questo processo economico, culturale, mediatico e digitale, rimane fondamentale la battaglia intorno all’accesso alla conoscenza per cercare di riprendersi gli spazi pubblici e culturali rubati in questi anni di ristrutturazioni selvagge e complesse. In sostanza alcuni spazi culturali restituiti ai giovani non bastano se non sono inseriti in un grande progetto e insieme sociale e politico che rimetta in gioco radicalmente la nostra maniera di essere, di vivere i vari stadi della vita di una persona e di far parte realmente dello spazio della città.
Crisi economica devastante
La realtà è che siamo di fronte a una crisi economica e sociale, soprattutto giovanile, devastante in termini di disoccupazione, la precarizzazione, salari invisibili, redditi inesistenti, sogni concreti e relazioni umane. L’accumulazione infinita del capitale è arrivata, nelle città occidentali, a limitare persino la sfera riproduttiva; ormai a Livorno e in Italia in generale nascere è diventato quasi impossibile.
Ripensare radicalmente al futuro dei giovani vuol dire creare un insieme multilineare che permetta alle nuove generazioni di crescere, giocare, istruirsi, avere cura di sé e degli altri, amare e vivere tutti i luoghi cittadini.
I comitati di quartiere
I comitati di quartieri spesso nascono, a volte con iniziative lodevoli, per esigenze legate alla vivibilità del quartiere ( degrado, traffico, parcheggi, antenne satellitari). Ma nella maggioranza dei casi i comitati rimangono fini a se stessi in quanto non contribuiscono a una reale crescita dell’insieme cittadino, privilegiando singole battaglie, spesso importanti, ma slegate da un processo politico e sociale che metta in discussione i concetti di partecipazione, spazio cittadino, interessi clientelari legati ai soliti gruppo di potere, reale e concreto ritorno economico e culturali ai cittadini di quei progetti che sono stati calati dall’alto ( Porta a terra, Salviano 2, rigassificatore, nuovo ospedale ecc) che non hanno portato nulla alla città.
La città digitale
Il linguaggio, le categorie e gli strumenti del 900 non sono però sufficienti per comprendere il fenomeno dei giovani e dei loro disagi attuali. Oltre le città del capitale e le città del futuro siamo di fronte a una serie di spazi virtuali come quelli delle applicazioni, dei social, dei videogiochi, EA Sports che costituiscono e dettano il ritmo e il tessuto della vita quotidiana di una città. A partire dagli anni 80, con un’accelerazione forte negli anni 90 e un’esplosione decisiva negli ultimi 10 anni, con l’ausilio di nuove tecnologie, social e applicazioni, i videogiochi sono diventati una parte costitutiva dell’esperienza delle nuove generazioni. Se non esiste più il futuro di un tempo, allora non esiste più il gioco di una volta che permetteva di crescere, conoscere e controllare una città nel senso delineato da Colin Ward nel suo libro “Il Bambino e la Città”.
Il gioco è elemento legato e sorretto da un’economia reale che sviluppa miliardi di dollari, tecnologie invasive e modelli di riferimento (“Un game designer crea un’esperienza” ( Salen e Zimmerman – Rules of play”). La dipendenza da videogioco e l’ansia dei like sono in aumento in tutti i paesi, soprattutto tra i giovani (basti pensare al fenomeno dei ragazzi che non escono più di casa e che non interrompono il gioco nemmeno per mangiare…). La pandemia in corso non ha fatto altro che aumentare un fenomeno già in corso da anni, modificando ulteriormente la geografia, i tempi e gli spazi delle nostre città.
In quel mondo digitale il tempo della città si trasforma in un tempo interiore, chiuso, potente, pervasivo, algoritmo puro controllato da un potere che forse mai è stato così profondo e invasivo dove è difficile costruire relazioni, modi, spazi e tempi collettivi.
Certamente esistono molti altri piani e linee di lettura per capire e migliorare la condizione giovanile e tutte le iniziative di quartiere, in concerto con l’amministrazione comunale, possono essere utili a restituire alcune strutture alla vita cittadina dei giovani ( per esempio la mappatura dei luoghi pubblici , come sottolineato nell’analisi del quartiere San Jacopo, può essere strumento utile a trovare risorse e spazi per i giovani).
Rimane la questione giovanile che dovrà prendere un’altra direzione e un’altra svolta con un progetto politico, sociale e culturale che tenga conto della grande e profonda trasformazione antropologica e sociale in corso che le nostre città, i nostri politici e la nostra informazione non riescono proprio a capire.
Rimangono soprattutto le nuove generazioni che un giorno si stancheranno del lavoro precario, della disoccupazione, del “divano” degli altri, della Play, di Instagram e della “malamovida” e si riprenderanno gli spazi, i tempi e i sogni della vita vera.

