Noam Chomsky: «La carenza di ventilatori rivela la crudeltà del capitalismo neoliberista»

Di C.J. Polychroniou | 06/04/2020 | Noam Chomsky

 

Il Covid-19 ha preso d’assalto il mondo. Ci sono centinaia di migliaia di persone infettate (probabilmente molte di più dei casi confermati), la lista dei morti cresce esponenzialmente e le economie capitaliste sono in stallo, cosa che rende praticamente inevitabile una recessione globale.

La pandemia era stata anticipata molto prima della sua comparsa, ma le azioni tendenti a prepararsi per questa crisi si sono limitate a causa dei crudeli imperativi di un ordine economico nel quale “la prevenzione di una catastrofe futura non produce profitti”, dice Noam Chomsky in questa intervista esclusiva per Truthout. Chomsky è professore emerito di linguistica all’ Istituto Tecnologico del Massachusetts (MIT) e professore laureato all’Università dell’Arizona, autore di più di 120 libri e migliaia di articoli e saggi. In questa intervista argomenta che lo stesso capitalismo neoliberista è responsabile della risposta inadeguata degli Stati Uniti di fronte alla pandemia.

 

C.J. Polychroniou: Noam, l’epidemia della nuova malattia del coronavirus si è propagata nella maggior parte del pianeta e gli Stati Uniti hanno giù più casi di qualsiasi altro Paese, compresa la Cina, dove ha avuto origine il virus. Crede che sia un’evoluzione sorprendente?

 

Noam Chomsky: Le dimensioni della piaga sono sorprendenti, clamorose direi, ma non la sua comparsa. Né il fatto che gli Stati Uniti stiano dando la peggior risposta possibile alla crisi.

Da anni gli scienziati ci avvisano della comparsa di una pandemia, insistendo su questo dall’epidemia di SARS del 2003, anch’essa causata da un coronavirus, per la quale sono stati sviluppati vaccini che non hanno superato la fase preclinica. Quello era il momento di cominciare a mettere in pratica sistemi di risposta rapida che ci preparassero ad un’altra epidemia e a mettere da parte le dotazioni di riserva che potessero essere necessarie. Si sarebbe potuto anche mettere in atto iniziative per sviluppare delle difese e delle forme di trattamento per una probabile ricomparsa di un virus ad essa relazionato.

Ma i progressi della scienza non sono sufficienti. Ci dev’essere qualcuno che prenda delle decisioni. E questa opzione è ostacolata dalla patologia dell’ordine socio-economico contemporaneo. I segnali del mercato erano evidenti: la prevenzione di una catastrofe non produce profitti. Il governo avrebbe potuto intervenire, ma lo impedisce la dottrina imperante: “il governo è il problema”, ci diceva Reagan con il suo sorriso smagliante, il che significava che è giusto delegare le decisioni, ancora di più, al mondo imprenditoriale, impegnato a ottenere profitti e libero dall’influenza di chi dovrebbe preoccuparsi per il bene comune. Gli anni successivi iniettarono una dose di brutalità neoliberista all’ordine capitalista senza restrizioni e alla distorta forma di mercato che crea.

La gravità della patologia si evidenzia attraverso una delle sue mancanze più drammatiche (e letali): la carenza di respiratori, che costituisce uno dei principali colli di bottiglia nel momento di affrontare la pandemia. Il Dipartimento di Sanità e Servizi Sociali aveva anticipato il problema e stipulato un contratto con una piccola ditta perché fabbricasse respiratori economici, facili da usare. Ma intervenne la logica capitalista. La ditta fu acquisita da una grande corporazione, la Covidien, che mise da parte il progetto e “nel 2014, senza aver consegnato alcun respiratore al governo, la direzione della Covidien comunicò a funzionari dell’istituto [federale] di ricerca biomedica il suo desiderio di rescindere il contratto, secondo tre ex funzionari federali. I dirigenti si lamentarono che il contratto non era abbastanza remunerativo per la compagnia”.

E questa è la verità, non c’è alcun dubbio.

Ma allora intervenne la logica neoliberista, imponendo che il governo non potesse intervenire per rimediare a questo enorme difetto del mercato che ora sta creando il caos. Così come argomentò educatamente il New York Times, “la paralisi dell’iniziativa che pretendeva di creare un nuovo tipo di respiratore economico e di facile uso mette in evidenza i pericoli di subappaltare a imprese private progetti con grandi implicazioni di sanità pubblica; il fatto che esse si focalizzino sul raggiungimento del massimo profitto non sempre è in armonia con l’obiettivo del governo: essere preparati per una futura crisi”.

A parte la riverenza rituale al governo buono e ai suoi lodevoli obiettivi, questo commento è abbastanza veritiero. Potremmo aggiungere che l’obiettivo del massimo profitto non è “sempre in armonia” neanche con la speranza di “sopravvivenza dell’umanità”, prendendo in prestito la frase di un rapporto svelato del JPMorgan Chase, la più grande banca degli Stati Uniti, nel quale si avvisava che la “sopravvivenza dell’umanità” era in pericolo continuando sulla rotta attuale, alla quale contribuivano gli investimenti della stessa in combustibili fossili. Cosicché la Chevron cancellò un remunerativo progetto di energia sostenibile perché avrebbe ottenuto più profitti distruggendo la vita sulla Terra. La ExxonMobil non aveva neanche ipotizzato un investimento di questo tipo perché prima aveva realizzato calcoli di redditività più precisi.

Ed era totalmente logico, secondo la dottrina neoliberista. Come ci hanno spiegato alla loro epoca Milton Friedman ed altri luminari neoliberisti, compito dei dirigenti delle grandi imprese è massimizzare i profitti. Qualsiasi deviazione da questo obbligo morale distruggerebbe le fondamenta della “vita civilizzata”.

In ogni caso ci riprenderemo dalla crisi del Covid-19, pagando un prezzo importante e forse terribile, specialmente per la popolazione più povera e vulnerabile. Ma non ci riprenderemo dal disgelo della banchisa polare e da altre conseguenze devastanti del riscaldamento globale. Anche in questo caso la catastrofe sarà prodotto di un malfunzionamento del mercato, in questo caso di proporzioni veramente distruttive.

L’Amministrazione attuale era stata ampiamente informata della probabilità di una pandemia. È un fatto che nell’ottobre scorso si era svolta una simulazione ad alto livello. Durante tutti i suoi anni da presidente, Trump ha reagito nel modo in cui ci ha abituato: ritirando i finanziamenti e smantellando qualsiasi parte rilevante del governo e mettendo in pratica regolarmente le istruzioni dei suoi padroni corporativi per eliminare le regole che ostacolano i profitti e salvano delle vite –e guidando la corsa verso l’abisso della catastrofe ambientale, di gran lunga il suo maggior crimine; in pratica il più grande crimine della storia se ne consideriamo le conseguenze.

Già all’inizio di gennaio c’erano pochi dubbi su quello che stava succedendo. Il 31 dicembre la Cina aveva informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) della diffusione di sintomi simili a quelli della polmonite da cause sconosciute. Il 7 gennaio, la Cina informò l’OMS che gli scienziati avevano individuato l’origine della malattia in un coronavirus ed erano riusciti a ricostruire il genoma, che misero a disposizione del mondo scientifico. Per tutto gennaio e febbraio, l’intelligence statunitense cercò di richiamare l’attenzione di Trump in tutti i modi possibili senza riuscirci. I funzionari informarono la stampa che “non riuscivano a convincerlo a fare alcunché in merito anche se i segnali d’allarme erano accesi”.

Ma Trump non se ne restò zitto. Emise una serie di dichiarazioni fiduciose informando il pubblico che il coronavirus non era più grave di una tosse; che teneva tutto sotto controllo; che stava gestendo la crisi alla perfezione; che era molto grave ma che lui già sapeva tutto prima di tutti gli altri; e così successivamente, con tutto il repertorio di spiacevoli affermazioni. È una tecnica ben costruita, come la prassi di raccontare bugie in modo così veloce che il concetto stesso di verità scompare. Qualunque cosa succeda, Trump è sicuro che i suoi fedeli seguaci lo difenderanno. Lanciando frecce a casaccio, qualcuna deve per forza colpire il bersaglio.

Per coronare questo impressionante record, il 10 febbraio, con il virus che percorreva il Paese da un capo all’altro, la Casa Bianca ha pubblicato la sua proposta di bilancio annuale, che aumenta ancora di più i forti tagli a tutti i principali capitoli sanitari di responsabilità del governo (in pratica qualsiasi cosa che possa aiutare la gente) mentre accresce il finanziamento di ciò che è davvero importante: l’esercito e il muro [con il Messico].

Una conseguenza di ciò è lo scandaloso ritardo dei test e la loro limitatezza, molto al di sotto di altri Paesi, il che rende impossibile l’utilizzo di quelle strategie di tracciamento dei contagi che hanno evitato all’epidemia di andare fuori controllo nelle società che funzionano. Anche i migliori ospedali mancano di sufficienti attrezzature di base. Gli Stati Uniti in questo momento sono l’epicentro della crisi.

Questo scalfisce appena la superficie della malevolenza trumpiana, ma qui non abbiamo spazio per approfondire.

Anche se è forte la tentazione di dare la colpa a Trump della disastrosa risposta alla crisi, se vogliamo prevenire future catastrofi è giusto guardare oltre la sua figura. Trump ha assunto il potere in una società malata, afflitta da 40 anni di neoliberismo profondamente radicato.

La versione neoliberista del capitalismo è in vigore dai tempi di Reagan e Margaret Thatcher. Non dovrebbe esserci bisogno di dettagliare le sue funeste conseguenze. La generosità di Reagan con i superricchi ha una rilevanza assoluta nella crisi attuale, ora che si prepara un nuovo salvataggio. Reagan si affrettò ad eliminare la proibizione dei paradisi fiscali e altri meccanismi destinati a trasferire il carico fiscale sul pubblico, oltre ad autorizzare il riacquisto di azioni –un meccanismo per gonfiare il valore delle azioni e arricchire la direzione delle imprese e i più abbienti (che possiedono la maggior parte delle azioni) mentre si indebolisce la capacità produttiva della compagnia.

Questi cambiamenti nella regolazione hanno enormi conseguenze, dell’ordine di decine di miliardi di dollari. In generale, le regole sono state pensate per beneficiare una piccola minoranza mentre il resto deve lottare per rimanere a galla. In questo modo siamo arrivati ad avere una società nella quale lo 0,1 per cento della popolazione possiede il 20 per cento della ricchezza e la metà più in basso ha un patrimonio netto negativo e vive indebitandosi un mese dopo l’altro. Mentre i profitti crescevano e i salari dei grandi dirigenti andavano alle stelle, i salari reali si sono bloccati. Come mostrano gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nel loro libro The Triumph of Injustice, le tasse sono fondamentalmente uniformi in tutte le fasce di reddito, tranne in quella più alta, dove diminuiscono.

Il sistema sanitario privato (e con fini di lucro) statunitense è da tempo oggetto di scandalo a livello internazionale, perché ha un costo doppio di quello di altre società sviluppate e alcuni dei peggiori indicatori di risultato. La dottrina neoliberista gli ha assestato un altro colpo introducendo criteri di efficienza di tipo aziendalistico: servizi just-in-time e niente “grasso superfluo”. Alla minima scossa, il sistema crolla. Lo stesso accade con il fragile ordine economico forgiato sui principi neoliberisti.

Questo è il mondo ereditato da Trump, il bersaglio del suo ariete. Chi è interessato a ricostruire una società sostenibile a partire dalle rovine che rimarranno dalla crisi attuale farebbero bene a prestare ascolto all’appello di Vijay Prashad: “Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”.

 

Tuttavia anche ora, con il Paese in mezzo a un’emergenza di salute pubblica diversa da qualsiasi cosa che avevamo visto da molto tempo, all’opinione pubblica statunitense si continua a dire che la sanità universalistica non è una proposta realista. Il neoliberismo è l’unico responsabile di questo punto di vista tipicamente statunitense sulla salute?

 

È una storia complessa. Per cominciare, per molto tempo i sondaggi mostravano atteggiamenti favorevoli verso la sanità universalistica, a volte anche un forte sostegno. Negli ultimi anni dell’era Reagan, circa il 70 per cento della popolazione pensava che la Costituzione avrebbe dovuto garantire l’assistenza sanitaria e il 40 per cento pensava che in realtà fosse già così –dando per scontato che la Costituzione era la depositaria di tutto quello che è evidentemente giusto. I sondaggi mostravano un grande sostegno al diritto alla sanità universalistica, finché cominciò l’offensiva di propaganda delle compagnie, che avvisava dell’enorme carico fiscale che questo avrebbe comportato, qualcosa di simile a quello che abbiamo visto di recente. Allora il sostegno popolare scomparve.

Come succede di solito, la propaganda ha un elemento di verità. Le tasse cresceranno, ma le spese totali diminuiranno bruscamente, come mostrano i dati di Paesi comparabili. Quanto? Ci sono alcune stime interessanti. Una delle principali riviste mediche del mondo, The Lancet del Regno Unito, ha pubblicato recentemente uno studio che calcolava che l’introduzione della sanità universalistica negli Stati Uniti “probabilmente comporterebbe un risparmio del 13 per cento nella spesa sanitaria nazionale, equivalente a più di 450 miliardi di dollari annuali (secondo il valore del dollaro nel 2017)”. Lo studio continuava affermando:

“Tutto il sistema potrebbe finanziarsi con una spesa minore di quella che grava sulle imprese e sulle famiglie che pagano le polizze sanitarie sommata ai fondi assegnati dal governo. Questo cambiamento verso una sanità con un solo soggetto pagatore beneficerebbe specialmente le famiglie con redditi più bassi. Inoltre stimiamo che l’accesso all’assistenza sanitaria per tutta la popolazione statunitense salverebbe più di 68.000 vite e 1,73 milioni di anni di vita ogni anno in relazione alla situazione attuale”.

Ma le tasse dovrebbero aumentare. E sembra che molti statunitensi preferiscano spendere più soldi sempre che non sia in tasse (anche se sull’altro piatto della bilancia questo comporta la perdita di decine di migliaia di vite ogni anno). Questo è un indicatore sintomatico dello stato della democrazia statunitense, così come la percepisce la gente; e, da un’altra prospettiva, della forza del sistema dottrinario costruito dal potere imprenditoriale e dai suoi lacché intellettuali. L’attacco neoliberista ha intensificato questo elemento patologico della cultura nazionale, ma le radici sono molto più profonde e si possono osservare in molti esempi. Si tratta di un tema sul quale vale la pena studiare di più.

 

Alcuni Paesi europei stanno gestendo la diffusione del coronavirus meglio di altri, ma sembra che quelli che hanno avuto più successo in questo compito si collocano fuori dell’universo occidentale (neo)liberista. Parliamo di Singapore, Corea del Sud, Russia e la stessa Cina. Crede che questo dato ci dia delle informazioni sui regimi capitalisti occidentali?

 

Ci sono state reazioni diverse di fronte alla diffusione del virus. La Cina sembra averlo controllato, almeno per ora. Così come i Paesi della sua periferia, comprese democrazie non meno dinamiche di quelle occidentali, che hanno preso molto sul serio i primi avvisi. La maggior parte dell’Europa ha ritardato l’assunzione di decisioni, ma alcuni Paesi hanno agito con tempestività. La Germania sembra detenere il record globale quanto a bassa mortalità, grazie alla disponibilità di strutture sanitarie e alla capacità di diagnosi e alla risposta immediata. Lo stesso sembra succedere con la Norvegia. La reazione di Boris Johnson nel Regno Unito è stata vergognosa. Ma gli Stati Uniti di Trump si sono accodati.

Comunque la diligenza con la quale ha agito la Germania con la sua popolazione non si è estesa più là delle sue frontiere. L’Unione Europea ha di mostrato di essere tutto tranne che unita. Ciò nonostante le società europee malate potrebbero chiedere aiuto all’altro lato dell’Atlantico. La superpotenza cubana è pronta per aiutare ancora una volta con medici e attrezzature. Nel frattempo il suo vicino yankee si è dedicato a ritirare l’assistenza sanitaria allo Yemen, dove ha contribuito a creare la maggior crisi umanitaria del mondo, e utilizza l’opportunità che gli presenta la devastante emergenza sanitaria per indurire le sue crudeli sanzioni e assicurare la massima sofferenza ai suoi presunti nemici. Cuba è la vittima da più lunga data, dai tempi delle guerre terroriste e dello strangolamento economico di Kennedy, anche se miracolosamente è riuscita a sopravvivere.

A proposito, dovrebbe essere estremamente sconcertante per gli statunitensi paragonare il circo montato da Washington con i rapporti sobri, misurati e obiettivi di Angela Merkel sul come gestire l’epidemia.

Le diverse maniere di rispondere alla crisi non sembrano dipendere dal fatto che un Paese sia una democrazia o un’autocrazia, ma che la sua società sia funzionale o disfunzionale –ciò che nella nella retorica di Trump è denominato “Paesi del buco del culo”, come quello che si sta sforzando di costruire sotto il suo mandato.

 

Cosa pensa del piano di salvataggio economico dal coronavirus, valutato in due miliardi di dollari? È sufficiente per prevenire un’altra possibile grande recessione e aiutare i gruppi più vulnerabili della società statunitense?

 

Il piano di salvataggio è meglio che niente. Offre un sollievo limitato ad alcuni che ne hanno un disperato bisogno e contiene fondi sufficienti per aiutare chi è veramente vulnerabile: le lamentose corporazioni che fanno la fila da papà Stato, con il cappello in mano, nascondendo le copie dei libri di Ayn Rand* e supplicando ancora una volta che il settore pubblico le salvi dopo aver passato i loro anni gloriosi ammassando immensi profitti e aumentandoli con un’orgia di riacquisti di azioni. Ma non c’è da preoccuparsi. Sui fondi neri ci sarà la supervisione di Trump e del suo Ministro del Tesoro, i quali si può confidare che saranno giusti e imparziali. E se decidono di ignorare le denunce del nuovo ispettore generale e del Congresso, chi lo eviterà? Il Dipartimento di Giustizia di Barr? Un impeachment?

Si sarebbe dovuto progettare meccanismi tramite i quali l’aiuto arrivi a chi ne ha bisogno, alle famiglie, oltre la miseria che sembra gli sia stata assegnata. Questo comprende le persone lavoratrici che avevano veri posti di lavoro e l’enorme precariato che stentava a tirare avanti con lavori temporanei e irregolari, ma anche altri: chi già si era arreso, le centinaia di migliaia di vittime di “morte per disperazione”** –un’autentica tragedia americana–, i senza tetto, i detenuti, tutti coloro che abitano in case così inadeguate che non è possibile l’isolamento e la conservazione del cibo, e molti altri che non è difficile individuare.

Gli economisti politici Thomas Ferguson e Rob Johnson lo hanno spiegato chiaramente: mentre l’assistenza medica universalistica, che è uno standard normale altrove, sarebbe un’aspettativa eccessiva negli Stati Uniti, “non c’è nessuna ragione per cui si dovrebbe accettare un’assicurazione a pagatore unico unilateralmente per le corporazioni” Ed elencano tutta una serie di maniere semplici per superare questa forma di furto corporativo.

Come minimo, la pratica abituale di salvare con fondi pubblici il settore imprenditoriale dovrebbe esigere come contropartita la rigida proibizione del riacqusito di azioni, una partecipazione importante dei lavoratori alla gestione dell’impresa e la fine delle scandalose misure protezioniste dei cosiddetti “accordi di libero commercio”, che garantiscono enormi profitti per le grandi industrie farmaceutiche aumentando il prezzo dei farmaci molto più di quanto sarebbe ragionevole. Come minimo.

 

NOTE

*Filosofa e scrittrice russa che ottenne la cittadinanza statunitense e che difendeva l’egoismo razionale, l’individualismo e il laissez faire e rifiutava l’altruismo e il socialismo.

**Chomsky fa qui riferimento all’“epidemia” de suicidios de trabajadores en EE.UU. (dell’ordine di 150.000 ogni anno), e a un libro di Anne Case e Angus Deaton, vincitori del Nobel per l’economía nel 2015 e autori del libro Deaths of Despair and the Future of Capitalism, che cita indirettamente il filosofo.

Fonte: https://truthout.org/articles/chomsky-ventilator-shortage-exposes-the-cruelty-of-neoliberal-capitalism/

Articolo pubblicato in spagnolo su www.rebelion.org

Tradotto per Codice Rosso da Andrea Grillo

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