Dalla “cura di sé” alla cura dell’ambiente: perché la ‘normalità’ non è più accettabile

In questo periodo di emergenza siamo chiamati a una altrettanto emergenziale cura di noi stessi, la quale dovrebbe configurarsi come una “cura di sé” che fa parte della nostra sfera culturale. Purtroppo, tale sfera culturale adesso viene invasa da pervasive dinamiche di potere e controllo. Se un controllo così pervasivo ci obbliga ad avere cura di noi stessi nei confronti del virus, per salvarci la vita, possiamo chiederci perché esso non viene dispiegato anche per obbligarci ad avere cura della natura che ci circonda. Al potere economico, industriale e finanziario non dovrebbe essere permesso distruggere ogni giorno fette sempre più grandi dell’ambiente e della natura. Infatti, dovremmo riuscire a capire che non c’è nessuna differenza fra sé e ambiente, fra sé e natura e che, quindi, la “cura di sé” coincide, in fin dei conti, con la cura dell’ambiente. Infatti, come afferma Gregory Bateson in Patologie dell’epistemologia, un intervento presentato nel 1969, “stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge se stesso”. Le analisi messe in campo dallo studioso hanno il merito di evidenziare come il principio ecologico sia di fatto antitetico rispetto a quello economico, almeno nella forma in cui questo è stato imposto dall’Occidente al resto del mondo. Uno dei più grandi errori epistemologici con cui dobbiamo fare i conti, secondo Bateson, coincide con la scissione dell’io dalla natura che la civiltà occidentale ha a un certo punto affermato e su cui ha costituito la pretesa autonomia umana nell’ambito del vivente. Fino a trasformare questa scissione in una sorta di introiezione: la natura è infatti stata introiettata dal capitale ed è stata inserita all’interno del ciclo di produzione e di consumo, secondo la particolare divisione del lavoro che ne caratterizza il modello sociale e di sviluppo. Del resto, già un capo indiano come Thathanka Lyothake, alias Toro Seduto, dall’alto della saggezza di un popolo che viveva in stretta sinergia con la natura, disse che “solo dopo che l’ultimo albero sarà abbattuto, solo dopo che l’ultimo lago sarà inquinato, solo dopo che l’ultimo pesce sarà pescato, voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato”. È interessante leggere adesso questo brano di Bateson, in cui viene attuato un riferimento al lago Erie, uno fra i maggiori della zona dei Grandi Laghi nell’America settentrionale:

Quando si restringe la propria epistemologia e si agisce sulla base della premessa: ‘Ciò che interessa me sono io, o la mia organizzazione, o la mia specie’, si escludono dalla considerazione altri anelli della struttura: si decide di sbarazzarsi dei sottoprodotti della vita umana e si decide che il lago Erie sarà un buon posto per scaricarveli; si dimentica però che il sistema ecomentale del lago Erie è una parte del nostro più ampio sistema ecomentale e che se il lago Erie viene spinto alla follia, la sua follia viene incorporata nel più vasto sistema del nostro pensiero e della nostra esperienza.

Se si inquina il lago Erie scaricando in esso scorie inquinanti – dice Bateson – lo si spinge alla follia e tale follia va a intaccare anche il nostro pensiero e la nostra esperienza. Probabilmente, lo stesso virus fa parte della follia della natura, una follia che abbiamo scatenato noi stessi: adesso, inevitabilmente, quest’ultima, fuoriuscita dalla natura, porta alla follia e alla distruzione anche il nostro sistema. Come afferma Michael T. Klare in un suo intervento (qui su Codice Rosso: Covid-19: la risposta di Madre Natura alla trasgressione umana?), “supponiamo che il coronavirus sia un avvertimento della natura, il suo modo di dirci che siamo andati troppo oltre e che dobbiamo cambiare il nostro comportamento per non correre il rischio di una maggiore contaminazione”: sarebbe necessario, quindi, modificare i nostri comportamenti e attuare un piano di “coesistenza pacifica” con la natura. Infatti, molto probabilmente, “stiamo di fatto facilitando la comparsa e la propagazione di agenti patogeni mortali come il virus Ebola, la SARS e il coronavirus tramite la deforestazione, l’urbanizzazione disordinata e il riscaldamento continuo del pianeta”. Insomma, si dovrebbe arrivare a capire che “questo mondo ci è comune”, come scrive Merleau-Ponty, nel senso che “è intermondo”. In virtù di questa connessione si dovrebbe poter affermare che i beni sono comuni non perché una comunità se ne appropria; ma che sono comuni nel senso ecologico dello spazio naturale come unica dimora e come oikos (“casa”, “abitazione”) della vita.

Quello che prima chiamavamo “normalità”, non lo era affatto. Poteva essere una normalità nei rapporti interpersonali e nella vita di ogni giorno, ma non lo era davvero nei rapporti con l’ambiente e con la natura. Non si considerava affatto lo spazio naturale come una unica dimora e come oikos della vita. Si inquinava e si continuerà a inquinare indiscriminatamente. Non è un caso che la natura, adesso che si è interrotta la maggior parte delle attività invasive e inquinanti dell’uomo, si stia riappropriando dei propri spazi: abbiamo visto tutti le immagini dell’acqua limpida a Venezia, dei delfini nei porti, degli animali selvatici per le strade. La natura, senza l’uomo, sembra vivere meglio, come nella favola allegorico-storica narrata da Paolo Volponi con Il pianeta irritabile (1978), in cui degli animali, umanizzati ma più saggi degli esseri umani, percorrono un mondo postapocalittico sconvolto da una catastrofe nucleare, ormai liberatosi del virus uomo.

E poi, se adesso c’è l’obbligo di portare la mascherina fuori dalle proprie abitazioni, cosa avremmo dovuto fare prima? Tutti adesso, circondati da aria pulita anche nelle città (l’inquinamento in questi giorni sta diminuendo drasticamente, essendoci meno automobili in circolazione), girano per strada con la mascherina; prima, invece, quando in determinati momenti della giornata (nelle cosiddette ore di punta) e in determinati luoghi, a causa dello smog provocato dal traffico, era veramente impossibile respirare, nessuno era sfiorato dall’idea di indossare una mascherina per proteggersi dall’inquinamento. Perché la cura di sé cui ci sottoponiamo adesso con tanto sacrificio abbia qualche effetto, è necessario che essa continui anche dopo la conclusione dell’emergenza. Che continui anche e soprattutto come cura dell’ambiente e della natura, il che è praticamente la stessa cosa. Quella che chiamiamo “normalità” non è più accettabile perché essa presuppone una vera e propria condizione di estraneità dell’uomo nei confronti della natura, basata su un’ideologia antropocentrica, in cui la stessa natura è sottomessa allo sviluppo produttivo e alle esigenze della società industriale e tecnologica.

Come scrive Ángel Luis Lara in un interessante articolo uscito sul “Manifesto” (Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema), il punto di partenza della pandemia è saldamente ancorato nell’espansione dell’allevamento industriale intensivo. Sarebbe un errore – dice Lara – considerare il virus come un fenomeno isolato. Esso è il risultato – dal momento che adesso piacciono tanto le metafore belliche – di una spregiudicata e inconsapevole guerra dell’uomo contro la natura, combattuta giorno dopo giorno. Quello stesso potere politico ed economico che adesso ci impone misure restrittive per salvarci la vita è il responsabile di una guerra contro la natura e contro noi stessi. Perché noi siamo la natura, noi siamo l’ambiente. Dobbiamo portare più lontano questo “vitale esercizio di cittadinanza”, questa “cura di sé” che ci impone la salvaguardia della vita: dobbiamo sapere trasformarla in cura dell’ambiente, altrimenti non servirà a nulla.

La situazione che stiamo vivendo è drammatica: è una vera e propria tragedia, con una grande scia di morte, quella che ci è piombata addosso. Eppure, come recita un verso di Hölderlin, “quando cresce il pericolo aumenta pure tutto ciò che salva” (divenuto anche il refrain di una bella canzone di qualche anno fa dei Les Anarchistes, Il maggio di Belgrado, dedicata alla comunità belgradese sotto i bombardamenti della Nato del 1999): nei momenti di maggiore pericolo aumentano anche le forme di resistenza e di resilienza. In esse, forse, si possono riscoprire nuove modalità creative e più semplici dello stare insieme, rispettose dell’ambiente che ci circonda. Con un esempio letterario, possiamo ricordare che nella cornice del Decameron di Boccaccio, per salvarsi dalla pestilenza, i giovani narratori si isolano in campagna e si raccontano storie per passare il tempo. Il racconto, la narrazione si traduce in un vero e proprio elemento di resistenza creativa. In questa situazione che ci troviamo ad affrontare, l’impossibilità di viaggiare e di spostarsi potrebbe essere l’occasione, ad esempio, per riappropriarsi di spazi semplici e quotidiani, popolari e di quartiere, raggiungibili a piedi e saturi di potenzialità inespresse. Come scrive Rodolphe Cristin in Turismo di massa e usura del mondo (qui la recensione su Codice Rosso: Turismo o rivoluzione?), si tratta di “luoghi di iniziativa popolare, gli unici in grado di restituire incanto alla realtà che ci circonda, ridandole senso e convivialità. Perché sono solo gli usi popolari a reincantare i mondi”. Nella semplicità e nel piccolo possiamo riscoprire mondi incantati, inconsueti e inediti, ribellandoci in questo modo alle dinamiche del capitale che ci impone il turismo in luoghi sempre più massificati.

Sarebbe un piccolo passo in più verso una cura di sé espansa anche all’ambiente che ci circonda. Perché, parafrasando Bateson, se “l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge se stesso”, l’organismo che cura il suo ambiente, invece, cura se stesso. Tale cura di sé e dell’ambiente è da intendersi, ovviamente, in netta rottura con ogni logica di potere e di imposizione dall’alto, da effettuarsi contro qualsiasi “normalità” imposta dal capitale per conquistare semplicemente un mondo migliore. C’è davvero pochissimo tempo.

 

Guy van Stratten

 

Riferimenti bibliografici:

Gregory Bateson, Patologie dell’epistemologia, in Id., Verso un’ecologia della mente, trad. it. Adelphi, Milano, 1976.

Rodolphe Cristin, Turismo di massa e usura del mondo, trad. it. elèuthera, Milano, 2019.

Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, trad. it. Bompiani, Milano, 1969.

Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Mucchi, Modena, 2017.

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