#Pescatori di Sardine ?

Dopo le piazze, i programmi di Fazio, Annunziata, La7, Agorà, è il tempo di Amici. I leader delle sardine arrivano anche da Amici come special guest per parlare di odio.

Prosegue la strategia di occupare gli spazi di ogni genere (Fabrica docet) per mostrarsi e spargere il verbo di“un anticorpo” che non si vede come un movimento politico. Lo fanno con fine estetica mediatica in modo garbato, non strillato, elegante e ben educato ma soprattutto non violento. Dichiara un leader in diversi contesti : “Abbiamo accettato la proposta di partecipare per lanciare un messaggio ai tanti ragazzi che seguono il programma”. “Avevamo deciso di occupare uno spazio. Lo abbiamo fatto. Siamo stati nelle piazze un tempo solo appannaggio delle urla indistinte del populismo più spietato. Poi abbiamo detto di essere anticorpi. E così abbiamo iniziato ad inoculare vaccini di democrazia e buone ragioni nei corpi e nelle menti che in ogni città abbiamo incontrato, smontando rabbie e frustrazioni”. “La stagione delle piazze così come l’abbiamo conosciuta forse finirà e forse è già finita. La politica è una cosa bellissima se fatta in un certo modo”(Scampia?). Probabilmente ci troviamo di fronte ad un cambio di passo o di strategia, alla luce che i movimenti di piazza generalmente tendono dopo un po’ a sgonfiarsi come avviene per le trasmissioni televisive riproposte per molte stagioni con il solito format (Amici?) e prevenire è meglio che curare. La scelta pare abbia sollevato dal basso molti mal di pancia per non essere stata una decisione condivisa. La sensazione è che abbia prevalso un modus operandi da ufficio politico di brezneviana memoria, poco consono a movimenti che per loro definizione si dicono inclusivi, partecipativi e trasparenti. Forse le irritazioni sono dovute ad una questione di luoghi, all’ingresso in spazi di solito adibiti ad altri usi, non propriamente marini, frequentati da persone che hanno scopi più individuali, alla ricerca di fama e di successo, quindi né politici né anti sistemici. Ahi! È’proprio qui che cade l’asino. Le sardine non si esibiscono come anti sistemiche, anti capitaliste, anti global. Il contagio dei loro anticorpi non minaccia il sistema immunitario della real politic, anzi è di sostegno a esso, lo rafforza e il successo Emiliano-Romagnolo ne testimonia l’efficacia. Il branco delle sardine è riuscito a resuscitare un Lazzaro (PD) dato oramai per morto che già vestiva il candido sudario del morto che cammina pronto per essere inumato dalla lega di Salvini. D’altra parte, anche l’agire delle sardine nuota nello spettacolo e sul piano dell’estetica teatrale (i flash mob dei raduni silenziosi tutti muti come pesci). Forse è qui che si può ipotizzare un punto di tangenza tra le sardine e la politica da talk show ben integrata in una società dove tutto è spettacolo. Allora riaffiora la politica di sempre, demagogica, prodotto da vendere, retorica per poter pescare l’eventuale consenso di maggioranze silenziose e dei loro figli assorbiti dal sogno di diventare un giorno ricchi e famosi. Parafrasando il caro Lucio Dalla come non è profondo e diverso il mare. Rimane però aperto un altro giudizio che potremo definire un giudizio sintetico a posteriori affiorante dalla riflessione sugli slogan recitati ad Amici con la complicità di una fine e mirata sceneggiatura che ha accresciuto il messaggio delle sardine di simboli ed emozioni. Mi riferisco alla frase intramontabile dell’idiota di F. Dostoevskij “la bellezza salverà il modo”. Quale bellezza salverà il mondo? Certamente l’ambiguità dell’affermazione va a braccetto con la presa diretta che questa frase suscita negli animi di chi la ascolta. Essa rimane un grosso punto interrogativo per i molteplici aspetti a cui potrebbe fare riferimento. Nel caso in esame suppongo, in forza al modo in cui sono entrati in scena i leader delle sardine, si possa fare riferimento, con un buon grado di approssimazione: alla bellezza della non violenza per chi vive la propria diversità e sessualità; alla bellezza della solidarietà umana verso tutti gli emigrati; alla bellezza per una natura non più offesa dalla volontà di potenza dell’ uomo che la violenta e stravolge nella ricerca del profitto privato; alla bellezza di chi si mette in gioco e supera le proprie paure per realizzare se stesso e vive la sua vera natura come soggettività unica ed irrepetibile con tutte le sue diversità e caratteristiche; alla bellezza che supera la paura del diverso e dell’altro; alla bellezza chi si pone contro la filosofia del capro espiatorio e del nemico costruito per fini politici; alla bellezza di chi si ribella alla dittatura dell’odio e della paura per cambiare per far vedere che un altro mondo è possibile; alla bellezza di mandare in corto circuito chi specula sulla paura e produce una cultura che esalta l’odio; alla bellezza come farmaco contro l’odio e la paura. Come non si può essere d’accordo con questi principi? Sono principi sani, belli e forti che quando li urli ti danno forza facendoti venire i brividi dietro la schiena e rizzare il pelo, ma dal gridare al fare c’è uno spazio enorme sul quale si deve saper gettare ponti di concretezza per dare fisicità e sostanza alle parole. Ebbene sono questi ponti che non si vedono e non si sa come e quando saranno costruiti, con quali materiali economici con quali progetti. Utilizzare principi belli, sani e forti a mo’ di spot pubblicitario li depotenzia, li altera, li degrada a merce demagogica, mentre i problemi, i molti problemi del nostro paese rimangono tutti lì irrisolti in mano a tecnocrati, burocrati e politici incapaci anche di gestire un’epidemia. Così come sono incapaci di gestire la disoccupazione, la scuola, la sanità, la povertà, le ineguaglianze, la natura, la pace. Questo tipologia di fare politica non si può né riformare né si deve salvare. Occorre rimuovere i giochi di potere, mutare i rapporti di forza tra le classi e il modello economico globale. In una parola essere anti e non solo contro. Contro richiama la giusta e santa critica, ma l’anti richiama la ricerca di una possibile alternativa a quella attuale. Questa alternativa non si costruisce negli studi televisivi a colpi di spot pubblicitari per belli e riusciti che siano. Non basta essere padroni della tecnica mediatica, la tecnica di per sé non ha buoni o cattivi padroni, ma solo servi. E’ lei che s’impone agli uomini come dominatrice con la sua volontà di potenza facendoci schiavi del suo nichilismo distruttore di natura, umanità, giustizia e uguaglianza. Chi domina la tecnica domina il mondo e su di essa si costruisce la prevaricazione e la ricchezza di stati, corporation e uomini. Occorre ritornare all’uomo ripartire da esso e dalle sue formazioni collettive perché insieme abbiamo una speranza da soli, non c’è scampo. Pertanto per necessità si deve costruire dal basso mettendoci, il corpo, la faccia il sudore. Occorre mettere sotto il vaglio critico tutto il sistema mondo, liberandoci dalle dipendenze con cui si è costruito il nostro sistema economico-sociale credendolo il migliore, cosa certamente né semplice né rapida. Platone quando parlava delle idee eterne che modellano la realtà usava il termine “parusia” intesa come presenza dell’idea nella realtà sensibile. Oggi, se vogliamo che l’idea di bellezza spinga gli uomini all’azione e li strappi dalla caverna oscura dove confondono le ombre per realtà, occorre far compiere un salto alla società. Questo salto consta nel disarticolare nella prassi la credenza che la società odierna possa essere mutata cambiando soltanto singolarmente, lavorando sul proprio Io. Il problema non è soltanto qualitativo ma principalmente quantitativo. Pertanto è necessario far massa, gruppo, riaggregarsi collettivamente, ricreare fronti di resistenza di contro cultura, di prassi alternative antisistemiche e non attendere e sperare che “solo un Dio potrà salvarci”.

{Dattero}

Paolo Veronese: Predica di Sant’Antonio ai pesci

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