Storie di crisi e sradicamento tra le pagine di Giovanni Iozzoli

 

[In concomitanza con l’uscita del nuovo romanzo di Giovanni Iozzoli, Il Mostro di Modena. Otto femminicidi ancora irrisolti (Artestampa, 2020), pubblichiamo un’intervista allo scrittore realizzata da Gioacchino Toni, saggista e redattore della rivista “Carmilla online”]

 

Prima di parlare del ciclo di opere incentrate sulla crisi e sul senso di sradicamento dei protagonisti, ti chiedo di anticipare qualcosa a proposito del romanzo che arriva in libreria in questi giorni.

Il Mostro di Modena è un romanzo ispirato ad una serie di omicidi di giovani donne legate agli ambienti della droga e della prostituzione tra gli anni Ottanta e Novanta a Modena. Dopo essermi documentato parlando a lungo con il giornalista di nera Pier Luigi Salinaro, che all’epoca fu il primo ad ipotizzare la presenza di un omicida seriale in città, ho ricavato una storia di finzione che contribuisce a riportare a galla il dietro le quinte della Modena di successo di quel periodo.

Andiamo per ordine partendo dal tuo primo romanzo. I terremotati (Manifestolibri, 2009) è uscito a ridosso del ventinovesimo anniversario del terremoto irpino del 1980, ennesimo episodio di quella lunga catena di emergenze, tra tendopoli e visite di politici in favore di telecamere, che scandiscono la storia italiana. Ispirato a quell’evento, che ti ha toccato in prima persona, attraverso la fiction, racconti non solo l’evento tellurico ma anche l’onda lunga sul tessuto sociale di quelle scosse: comunità lacerate o distrutte, rapporti sociali saltati e personaggi alle prese con quella modernizazzione forzata del Mezzogiorno imposta tanto dal sisma quanto da quel flusso di spesa pubblica riversato sulle comunità locali al fine di soffocare sul nascere il conflitto sociale.

È stata una “mala-modernizzazione” che ha finito col ridisegnare i territori uccidendone memorie, storie e legami, capace di soffocare ogni possibilità di scelta. Il 1980, da cui prende il via il romanzo, rappresenta il momento di passaggio tra un “prima” ed un “dopo”: tra i decenni conflittuali che hanno attraversato l’Italia – periodo rappresentato nel romanzo alludendo alle scelte estreme compiute della sorella del protagonista passata dalla clandestinità –, e i decenni successivi, quelli dell’“Italia da bere”, dei cutoliani, dei socialisti rampanti e di quelle colate di calcestruzzo utili soprattutto a cementare nuovi rapporti di forza. L’evento tellurico che ha colpito l’Irpinia nel 1980 non è stato soltanto un disastro naturale; è stato un vero e proprio terremoto sociale che ha dilaniato le comunità locali. Quelle scosse hanno cancellato “la questione meridionale” dall’agenda culturale e politica; ruberie e sprechi hanno poi finito col monopolizzare, ad arte, qualsiasi discussione sul Meridione italiano, trasformandolo completamente nell’immaginario nazionale.

Il romanzo insiste sugli anni successivi al sisma coniugando le piccole storie di altrettanto piccoli personaggi di paese con le grandi trasformazioni che hanno riscritto la vita sociale del Meridione nel ventennio ’80-’90. Per certi versi è come se il terremoto avesse fatto da amplificatore a una trasformazione in atto.

Il Meridione che racconto è quello che sino al terremoto dallo Stato non si attendeva altro che la chiamata per il servizio militare e che improvvisamente si è trovato a ricevere promesse di lavoro, risarcimenti e pensioni; trattamento resosi necessario nel momento in cui il Mezzogiorno aveva iniziato a scricchiolare sotto i colpi delle proteste non solo dello storico sottoproletariato ma anche di una piccola borghesia impoverita e senza prospettive. I personaggi che popolano I terremotati tendono ad indirizzarsi lentamente, come si trattasse di una processione dolente, verso un fallimento che spesso ha le sembianze della mediocrità accettata anche se non compresa ed al protagonista adolescente non resta che la via dell’emigrazione verso quel Settentrione che già lascia presagire come la crisi economica e sociale da cui fugge il giovane ben presto arriverà anche lì.

Anche nel tuo secondo romanzo, I buttasangue (Artestampa, 2105), sono nuovamente la crisi ed il senso di sradicamento i veri protagonisti. Così come nell’opera precedente il crollo narrato non riguardava soltanto quello determinato dal terremoto, anche in questo la crisi che racconti non è soltanto una crisi economica; ad essere tratteggiata è l’implosione del sistema di vita e dei valori su cui per decenni tanti esseri umani hanno fondato e giustificato le loro esistenze. La storia di questo secondo romanzo si apre con una morte sul lavoro – presentata come simbolo di un’epoca tutto sommato disposta a sacrificare qualche vita umana in nome della produttività – e si chiude sugli effetti immediati del terremoto che nel 2012 ha scosso la pianura padana.

In effetti le ultime pagine del libro offrono una carrellata dolente sull’Emilia terremotata e l’evento tellurico può nuovamente alludere ad uno smottamento più generale che investe il corpo sociale locale. Le vicende narrate ruotano attorno alla storia di un personaggio che fatica a sbarcare il lunario e che si vede improvvisamente crollarsi il mondo addosso. In comune con il primo romanzo c’è forse il senso di smarrimento e di sradicamento provato dal protagonista. I buttasangue narra le vicende di un operaio che si trova ad essere casualmente testimone della morte di un compagno di lavoro costretto a decidere “come” testimoniare l’accaduto sotto la pressione dei vertici aziendali. Da quel momento traumatico in poi la sua vita sembra precipitare in una voragine di eventi che lo porta a scoprirsi improvvisamente solo, privo di una reale comunità a cui fare riferimento, dopo aver deciso di vivere alla giornata in un universo ruotante attorno al modello emiliano centrato sulla fabbrica, un tempo orgoglio e perno delle comunità locali.

Tutto sommato, nelle pagine de I buttasangue troviamo la storia di un disgraziato che cerca solo di sopravvivere in un mondo che si rivela sempre più ostile nei suoi confronti. A tale senso di spaesamento il protagonista risponde cercando rifugio in una maggiore solitudine salvo poi, paradossalmente, guardare alla fabbrica, mai amata, come a un luogo che lo aveva per certi versi tenuto al riparo dalla bruttura del mondo esterno.

Certo, anche se le vicende narrate si svolgono quando ormai il lavoro, l’integrazione, le speranze ingenue, sono ormai alle spalle. Nel romanzo si racconta anche dell’ultimo ciclo di emigrazione dal Sud al Nord, quando il processo di insediamento ed integrazione si è fatto sempre più difficoltoso. Si narra del cambiamento vorticoso del tessuto sociale di una piccola provincia industriale del Nord violentemente modernizzata, in pochissimi anni, dai flussi economici globali e di come il cittadino/operaio, eroe e protagonista della locale stabilità sociale, della coesione, del consenso dentro il modello emiliano, piano piano declini verso una condizione di precarietà e povertà, di estraneità civica e di rifiuto. Quel cittadino/operaio diventa il “buttasangue”, come a dire colui che “jetta ’o sanghe”, espressione universale di sofferenza, di mal di vivere, che la crisi amplifica, a partire dalla condizione migrante.

In La vita e la morte di Perzechella (Artestampa, 2016), conduci il lettore tra la Napoli degli anni ’80 l’Emilia dei nostri giorni in un viaggio di andata e ritorno nello spazio e nel tempo che, oltre a raccontare le storie di personaggi incapaci di incidere sulla realtà che li travolge, ci parla della storia di un intera nazione immersa in una crisi profonda. Una crisi economica, dei legami civili ed umani, una crisi di senso che rende sempre più difficile comprendere la realtà.

Il romanzo ruota attorno ad un omicidio avvenuto nei lontani anni ’80, evento che diventa l’occasione per un viaggio nella storia e nella geografia dell’Italia. L’improvviso riemergere del passato, dopo decenni di apatia di comodo, non solo svela al protagonista ed ai lettori il peggio di un’epoca lontana, coincidente con la giovinezza dei protagonisti, ma palesa anche quanto sia disgustosa l’attualità. Come nei miei precedenti romanzi i protagonisti – uno studente universitario che si lascia vivere senza particolari pretese ed una giovane venditrice di sigarette di contrabbando –, si trovano improvvisamente catapultati all’interno di eventi più grandi di loro e da quel momento iniziano a percepire quel senso di sradicamento che poi non li abbandonerà più. Diventato improvvisamente omicida, il giovane è costretto a lasciare velocemente Napoli, la sua città, in direzione dell’Emilia, ove si ricostruisce una vita cancellando quel passato che, però, improvvisamente, lo raggiunge e lo costringe non solo a fare i conti con ciò che ha commesso ma anche con l’attualità in cui vive che si rivela nauseante ed incomprensibile. Quando tutto improvvisamente torna a galla, insieme al passato giunge anche l’improvvisa presa d’atto della profondità dello sradicamento. È in questo spaesamento che iniziano ad accavallarsi vicende sconclusionate abitate da personaggi sopra le righe, che si palesa lo sbandamento generale del tempo presente.

Nel successivo Di notte nella provincia occidentale (Artestampa, 2018), in continuità con i lavori precedenti, approfondisci quell’indagine introspettiva di personaggi costretti a fare i conti con la loro storia personale e con quella della comunità in frantumi. Il romanzo è incentrato sull’incontro tra due padri di mezz’età, sullo sfondo di un desolato parcheggio di palazzoni di periferia di una città emiliana, che non hanno più notizie dei rispettivi figli improvvisamente scomparsi lungo traiettorie diverse; uno risucchiato da vicende di droga, l’altro partito cercando una ragione di vita tra i “soldati di Allah”.

Si tratta di due uomini approdati in questa cittadina del Nord con la speranza di aver finalmente raggiunto un luogo ove, pur a costo di tanti sacrifici, il lavoro avrebbe potuto garantire la tranquillità economica. È nella periferia di questa città che vengono a contatto le vite di un migrante “interno”, giunto dal Sud, che ha vissuto la fabbrica dandosi da fare nel sindacato, e un migrante arrivato più recentemente dal Marocco, che ha dedicato l’esistenza alla sua piccola attività di ristorazione. Due migranti apparentemente integrati da una comunità locale storicamente tendente a fare del lavoro l’unico orizzonte di vita che, con la scomparsa dei figli, improvvisamente percepiscono la portata della loro sconfitta esistenziale, in preda ad un senso di disfatta che tende a riscrivere negativamente la loro esistenza e con essa l’intero passato: tutto, alla luce del presente, sembra derivare da una grande illusione figlia di una mendace narrazione che ha improvvisamente cessato di donare sollievo. I due si rendono conto di non conoscere realmente i propri figli ed annaspano nella città senza sapere bene come muoversi, cercando aiuto pur negando, fino all’ultimo, l’evidenza dei fatti agli altri e a se stessi. È così che i due finiscono per incontrarsi, di notte, in un parcheggio di periferia, in impotente attesa che da quei palazzoni malandati, in cui si intrecciano giri di droga e percorsi che arrivano sino ai campi di battaglia mediorientali, compaiano, quasi per incanto, se non i figli, almeno notizie su di essi.

L’Alfasuin (Sensibili alle foglie, 2019) [qui la recensione su Codice Rosso: https://codice-rosso.net/lo-sfruttamento-messo-a-nudo-lalfasuin-di-giovanni-iozzoli/ ], è invece un romanzo che racconta quell’universo di sfruttamento che si nasconde dietro ai miti dell’Emilia rossa, delle eccellenze del Made in Italy e delle imprese locali di successo che hanno costruito la loro fortuna su accordi votati a garantire la pace sociale. Ad essere raccontato in questo romanzo è lo sgretolamento di un sistema costretto a fare i conti con una generazione sfruttata e inascoltata di lavoratori, spesso di origine straniera, che di fronte a condizioni di vita e di lavoro insostenibili ha trovato il coraggio di ribellarsi.

Le vicende di L’Alfasuin sono ambientate nella provincia emiliana ove si intrecciano una dinastia locale di successo nell’ambito del settore alimentare, una famiglia malavitosa che cerca di costruirsi una rispettabilità pubblica e, soprattutto, lavoratori arrivati sul posto da mezzo mondo per lavorare e garantirsi una vita dignitosa. La storia si dipana nei meandri di un sistema di governo dal passato glorioso, celebrato come emblema del Made in Italy. Improvvisamente, però, le cose sembrano essere cambiate e il presente si è fatto confuso e indecifrabile. Lo scopo del libro è quello di trasporre in forma narrativa una delle pagine più dure e inquietanti del declino italiano: lo sfruttamento selvaggio del lavoro vivo in settori – come la logistica o l’agroalimentare – in cui da anni prospera ogni genere di illegalità, violenza e sfruttamento e per farlo ho fatto ricorso a forzature storiche e cronologiche, intrecciando nel tempo e nello spazio del medesimo racconto, contesti e personaggi che in realtà hanno avuto sviluppi autonomi.

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