Visioni

Praticare il parkour nella Striscia di Gaza fra bombe e droni israeliani

One more Jump è un documentario del 2019 realizzato dal filmmaker trentino Emanuele (Manu) Gerosa. Oggi, che nella Striscia di Gaza si sta consumando un genocidio sotto lo sguardo indifferente delle potenze occidentali, è più che mai da riprendere e da rivedere (disponibile su Raiplay). I protagonisti sono dei ragazzi appartenenti al Gaza Parkour Team fondato da Jehad e Abdallah. La maggior parte dell’azione narrativa si svolge a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, stretta nell’embargo israeliano (perfino le medicine sono difficili da reperire): le prime inquadrature mostrano il gruppo che si muove correndo per le strade della città; la macchina da presa li segue nella loro corsa che giunge fino a un edificio semidistrutto in periferia dove i ragazzi continuano a correre saltando fra i muri sbrecciati e compiendo evoluzioni aeree. La loro esistenza quotidiana è raccontata senza retorica, senza inutili fronzoli, senza colonne sonore in sottofondo: ci sono solo i rumori della guerra e della realtà.

Il parkour è uno sport nato in Francia alla metà degli anni Novanta, probabilmente nel contesto delle banlieue, e consiste nel percorrere la distanza da un punto A a un punto B nel modo più efficiente possibile sfruttando la propria abilità fisica. I giovani gazawi si spostano come nuovi stalker urbani in un percorso d’emergenza, sotto i bombardamenti israeliani: come i personaggi del film Stalker di Andrej Tarkovskij (ispirato al romanzo Picnic sul ciglio della strada dei fratelli Strugackij), che si muovono in un percorso insidioso e pericoloso, i giovani compiono una nuova mappatura della città di Khan Yunis in una situazione pericolosa e difficile. Ma, a differenza dei personaggi del film, che procedono con lentezza, i membri del Gaza Parkour Team si muovono velocemente, correndo, realizzando – per utilizzare dei termini coniati da Deleuze e Guattari – quasi una “deterritorializzazione” nomadica dello spazio urbano sottoposto a un processo di “striatura” e di controllo (cfr. G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 2010, pp. 451 e seguenti). Lo spazio della Striscia è tragicamente reso “striato” dal controllo delle truppe israeliane: i giovani, come nomadi vettori di deterritorializzazione, si muovono ‘liberando’ lo spazio dal dolore e dalla tragedia tramite lo sport e l’aggregazione. Non esistono monadi nel Gaza Parkour Team; agiscono tutti come un unico corpo, un’unica squadra comunitaria che si oppone al dolore e alla paura di quei territori martoriati.

Il gruppo, dopo la partenza di Abdellah per l’Europa, è guidato da Jehad, che allena la sua squadra insieme a un gruppo di ragazzini più giovani, poco più che bambini, ai quali insegna le tecniche della disciplina. I ragazzi si spostano nella città e sulla riva del mare, su una spiaggia (bellissima, ma ovunque vi sono i segni della devastazione), mentre si sentono in lontananza i rumori dei bombardamenti e si vedono innalzarsi colonne di fumo nero (“sarà un addestramento di Hamas o un bombardamento israeliano?”, si chiedono i ragazzi guardando il mare). Il dolore e la paura li tengono costantemente stretti nella loro morsa: prima di addormentarsi, Jehad dice che “non c’è niente di più spaventoso che sentire nella notte il rumore di un drone israeliano, spero di non sentirlo stanotte”. Anche Jehad vorrebbe partire, vorrebbe emigrare in Europa come Abdellah, ma non se la sente di lasciare da sola la madre e l’anziano padre bisognoso di cure. La sua lotta e la sua resistenza continuano nella Striscia, insieme a tutti gli altri ragazzi e ragazzini che, per sopravvivere alla guerra e alla disperazione, praticano il parkour appunto come una resistenza quotidiana.

I ragazzi sono in costante contatto con Abdellah, l’altro fondatore del Team, emigrato in Italia. Lo vediamo allenarsi nel sottopasso di una stazione italiana per partecipare a un campionato mondiale di parkour in Svezia dove poi si recherà ma non riuscirà a piazzarsi fra i finalisti. Alla fine del film, una scritta ci informa che Abdellah si trova adesso su una sedia a rotelle a causa di un incidente durante un allenamento mentre Jehad è rimasto nella Striscia di Gaza. “Adesso” vuol dire nel 2019, vale a dire al momento delle riprese del film. Chissà, ci chiediamo, dove si trovano e come stanno adesso Jehad e gli altri ragazzi del suo team; saranno feriti, saranno ancora vivi dopo i terribili massacri perpetrati nella Striscia ad opera del governo israeliano negli ultimi anni, mesi e giorni? Queste atroci domande non possono non entrarci in testa e martellarcela, oggi, dopo aver visto questo bellissimo e tragico documentario, che dovrebbe essere proiettato nelle scuole per far comprendere ai ragazzi italiani che laggiù, nella Striscia di Gaza, a vivere nel dolore e nella paura, a morire sotto i massacri ci sono ragazzi esattamente come loro, uguali a loro, che aspirano come loro alla libertà e alla pace, raggiunte magari tramite lo sport che praticano e che li appassiona.

Un documentario che dovrebbero vedere tutti gli indifferenti, tutti gli allegroni e ironici da social, tutti i politicanti italiani ed europei che non dicono una parola o non muovono un dito di fronte a questo genocidio incessante. Se nel 2019 la situazione era tragica, oggi è orribile: quei ragazzi, quei bambini, quelle donne e quegli uomini che vediamo nel documentario oggi potrebbero essere stati uccisi. Oggi più che mai, perciò, come già detto, One more jump diventa una testimonianza imprescindibile, un documento di passione, dolore e umanità di fronte al quale nessuno può rimanere indifferente.

gvs