Tre anni dall’alluvione: intervista a Simona Corradini

Tra il 9 e 10 settembre 2017 Livorno ha subito una fortissima alluvione che ha portato all’esondazione dei due torrenti Rio Maggiore (tombato negli anni 80) e Rio Ardenza. I danni sono stati enormi, soprattutto nei quartieri Ardenza e Montenero. Ma il ricordo più intenso rimane aggrappato a quei morti che chiedono ancora rispetto, chiarezza e responsabilità.. Quella notte di settembre del 2017 resterà per sempre una pagina tragica e fondamentale nella memoria collettiva della città di Livorno.
A tre anni da quella disastrosa alluvione cosa è stato fatto e soprattutto quanto ancora rimane da fare per poter evitare simili disastri?

La considerazione della straordinarietà dell’alluvione ha portato con sé lo dichiarazione dello stato di emergenza, il 15 settembre e prorogato dal 16 marzo 2018 al 10 marzo 2019, data in cui è terminato.
In questo periodo tutta l’attività legata all’alluvione ha fatto riferimento al commissario delegato Enrico Rossi, nominato con ordinanza del Capo della Protezione Civile. Il commissario ha predisposto il Piano di Interventi e la ricognizione dei fabbisogni con una stima di oltre 81 milioni di euro, comprensiva dei danni a patrimonio pubblico, patrimonio privato e attività economiche e produttive. L’azione commissariale si è svolta in deroga a tutta una serie di normative sui lavori pubblici e sugli aspetti ambientali, stabilite all’art. 5 dell’ordinanza 482/2017, e si è avvalsa per l’attuazione del Settore Genio Civile Valdarno Inferiore e Costa. Ad oggi dovremmo essere usciti dall’amministrazione straordinaria e rientrati in quella ordinaria, in realtà con ulteriore ordinanza del 15 aprile 2019 della Protezione Civile siamo entrati in una gestione ordinaria-straordinaria allo stesso tempo, in cui il dirigente della Protezione Civile della Regione Toscana è ancora l’autorità competente sul nostro territorio e prosegue le funzioni commissariali in via ordinaria, mantenendo tutto il regime di deroghe. La struttura di riferimento è stata confermata nel Settore Genio Civile Valdarno Inferiore e Costa.
Quindi si è passati da un commissario delegato in base ad uno stato di emergenza, ad una competenza ordinaria per decreto, un commissario ordinario tramite successive proroghe. Ai comuni, che per legge “esercitano le funzioni primarie ed essenziali della pianificazione urbanistica.” e agli altri soggetti ordinariamente competenti, è stata riservata la gestione l’utilizzo delle risorse residue contabili, in base ad un Piano che deve essere preventivamente approvato dalla protezione civile, solo a questo punto le risorse speciali sono versate allo Stato per la successiva riassegnazione.

Dall’aprile 2019 il presidente-commissario ha passato il testimone al dirigente della protezione civile regionale, cui è stata concessa ulteriore rimodulazione del Piano interventi. Ci si sarebbe aspettati che continuasse l’attività avviata senza ulteriori modifiche, per il principio di ordinarietà cui si fa riferimento nelle ordinanze, salvo il passaggio diretto ai Comuni, ma ciò non sembra essersi verificato.
Si è arrivati così ad una quinta rimodulazione del Piano nell’ottobre 2019.
Gli effetti dello stato di emergenza hanno prodotto una frenetica e intensa attività progettuale che ha visto coinvolti le strutture regionali, professionisti, consulenti, società di progettazione, che sono stati incaricati con procedure semplificate in deroga al codice appalti e contratti pubblici – come da ordinanza. Si parla di incarichi che vanno da importi minori fino a 200-300mila euro di progettazioni, consulenze, con possibilità di integrazioni senza gare e per importi legati alle successive rimodulazioni dei vari Piani di investimenti.
Per quanto riguarda la parte amministrativa si registra una fitta corrispondenza tramite note protocollate tra Commissario e Capo protezione civile, per tutte le diverse operazioni di modifica e approvazione dei progetti, una serie di decreti, delibere di giunta, ordinanze, che non avendo passaggi all’interno degli organi principali d’indirizzo, i consigli regionali o comunali, risultano molto difficili da seguire e poco oggetto di discussione pubblica.

Per quanto riguarda le risorse, tutto il Piano è gestito tramite la contabilità speciale n.6064 presso la Banca d’Italia in cui Stato e Regione versano i soldi a disposizione del Commissario. In base al Piano interventi del 2019 sul conto speciale risultano versati un totale di oltre 77 milioni di euro, tra fondi statali e regionali.

Interessante l’aspetto della ripartizione delle risorse, in base alla tabella allegata al piano quinta rimodulazione: per gli interventi di tipo c –interventi urgenti – su 39 milioni di euro di risorse complessive, il 95% è gestito dal Genio Civile e dal Commissario, mentre solo il 2% è riservato al Comune di Livorno.
Altro dato significativo, l’8% dei 77 milioni è andato agli interventi di tipo a), di prima emergenza, rivolti a rimuovere le situazioni di rischio e assicurare assistenza alle popolazioni colpite e svolti dai vari soggetti, i comuni, la provincia, i consorzi di bonifica, la protezione civile, l’Arpat.
Se si osservano le variazioni del Piano, dalla prima alla quinta, il dato che salta agli occhi riguarda gli interventi di tipo c) che sono passati dai 3 milioni iniziali ai 42 milioni della quinta versione.
Gli interventi di tipo b) ovvero le attività inerenti la messa in sicurezza delle aree alluvionate, risultavano per la maggior parte conclusi (ad ottobre 2019), per circa 29 milioni di spese, nei comuni di Livorno, Rosignano e Collesalvetti. Si va da ripristini di fognature, viabilità, pulizia strade, ripristino coperture, di alvei fluviali e fossati, rimozioni macerie, rifacimenti di muri e parapetti, pulizia di strade ostruite da detriti e allagamenti, etc. Gli interventi principali in termini di risorse impiegate hanno riguardato, il ripristino della disostruzione sotto la piazza (delle Carrozze, si presume) oltre 2 milioni di euro, e i lavori per “adeguamento alveo, casse di espansione e argini Rio Ardenza, Fosso della Banditella, Botro Felciaio e affluenti” – poco più di 1milione e 700mila euro e altri lavori importanti a seguire, come il ripristino della spiaggia del Sale, la ricostruzione di ponti tramite Rfi su rio Maggiore e rio Ardenza etc..
Gli interventi di tipo c) sono quelli urgenti volti ad evitare situazioni di pericolo o maggiori danni a persone o cose. A questo gruppo appartengono i progetti più cospicui: la Sistemazione idraulica del Rio Ardenza e Rio Maggiore -oltre 34 milioni di euro, l’Ugione – 5 milioni e poi interventi minori. All’ottobre 2019 erano in corso le gare per l’assegnazione dei lavori.
Nel febbraio 2019 è stato approvato il “Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico” e sono state assegnate ai Commissari delegati e ai soggetti prosecutori, ulteriori risorse. Alla Toscana vengono assegnati per il triennio 2019-2021 circa 68 milioni di euro per gli stati di emergenza relativi all’ottobre 2018 e all’alluvione del 2017. E’ seguito un Piano degli Investimenti, a sua volta oggetto di rimodulazioni, per le annualità 2019 e 2020. Per il 2020 sono stati deliberati dalla giunta regionale circa 16 milioni di euro per interventi classificati di tipo d) ovvero “interventi strutturali di riduzione del rischio idraulico e idrogeologico” per Livorno, che riguardano i lavori sul Rio Maggiore e Rio Ardenza. Al piano investimenti si legano ulteriori attività di progettazione, attuazione, gare per appalti e servizi tecnici, espropri, sempre in capo al Genio Civile.

Fermiamoci un attimo. Non ci vuole molto a capire che si tratta di un meccanismo che può protrarsi all’infinito e che può operare, salvo disposizioni per ordinanze o dpcm, in regime di deroga alle principali normative in materia ambientale e di appalti pubblici. Il tutto si definisce, si modifica, si attua, senza coinvolgimento degli organi d’indirizzo politico per la pianificazione del territorio, la cui espressione non è obbligatoria, poiché non vi è riferimento specifico nelle ordinanze dalla Protezione Civile. Un importante passaggio in Consiglio Comunale di Livorno si è verificato con l’approvazione del Piano Strutturale e l’inserimento del Piano interventi nel Piano, passaggio che merita un piccolo approfondimento. L’attività di pianificazione urbanistica comunale si incrocia con l’attività commissariale della protezione civile, viene modificato il quadro degli studi idraulici tra l’adozione del luglio 2018 e l’approvazione del Piano Strutturale nell’aprile 2019. Non dimentichiamo che l’avvio del procedimento del Piano è del 2009, circa 10 anni prima, e il gruppo di lavoro ha iniziato gli studi nel 2013, prima dell’alluvione, per poi doverli aggiornare nel gir di pochi mesi, per l’adozione, sulla base della consulenza del Prof. Ing. Fabio Castelli del gennaio 2018. Come si sa l’adozione di un Piano ha lo scopo di far scattare le misure di salvaguardia, ovvero di tutela tra il nuovo e il vecchio piano. Tra le misure era stata prevista l’integrazione della pericolosità idraulica in base alle aree allagate dall’alluvione. Nel Piano Strutturale approvato si è verificato il superamento della salvaguardia relativa all’alluvione tramite l’inserimento ex novo degli interventi commissariali relativi all’ordinanza. 482/2017, in base alle nuove carte di pericolosità idraulica – trattasi di una relazione integrativa e nove elaborati grafici. Ora al di là del contenuto specifico in materia di idraulica, si tratta di interrogarsi su quanto questo passaggio sia stato chiarito a livello informativo alla cittadinanza, che non ha potuto visionare e osservare le opere commissariali inserite.
Altri dubbi possono subentrare, abbiamo visto che il Piano Interventi ha subito varie rimodulazioni, ben cinque e a questi interventi se ne aggiungono altri tramite piani d’investimento successivi. Vero, il Piano Strutturale è generale e gli interventi inseriti sono a scala preliminare, ma non sarebbe opportuno, anche se non prescritto, tutte le volte che c’è una variazione degli interventi ministeriali andare a verificare la coerenza con il Piano Strutturale e la sua strategia? A ciò si aggiunge la mancanza di una individuazione grafica complessiva di tutti gli interventi svolti dal 2017 ad oggi sul territorio per un monitoraggio in tempo reale e per valutare gli effetti.In tal senso è andata l’attività dei comitati cittadini e delle associazioni. Il Comitato Alluvione Livorno ha svolto numerose attività sul territorio e in supporto alla popolazione, tramite assemblee pubbliche, incontri con enti e protezione civile. Nel numero zero della rivista Fragile sono pubblicati il resoconto dei rapporti con il Genio Civile mirati alla trasparenza dei progetti sul territorio, la riqualificazione del Parco di Collinaia intitolato alle vittime dell’alluvione, l’importante e ricco di interventi, convegno al Cisternino di Città, il progetto Centraline pluviometriche, il manifesto del Comitato, un aggiornamento sull’azione legale.
Il Comitato Rio Maggiore, costituitosi successivamente, segue da vicino tutto il progetto di riassetto idraulico del Rio Maggiore ed ha realizzato un importante lavoro di analisi e ricognizione del pregresso, a partire dallo studio realizzato dalle Brigate di Solidarietà Attiva, che ha messo in luce diversi aspetti critici sulla portata del rio Maggiore nella parte tombata e sul reale dimensionamento delle casse di espansione del Rio maggiore nell’area del Levante-nuovo centro.
A livello comunale erano state istituite due commissioni consiliari d’indagine, che si sono riunite a partire dal 9 ottobre 2017 e che hanno concluso la propria attività con la precedente amministrazione.

 

Quale modello di sviluppo o intervento sul campo dovrebbe seguire Livorno per superare le criticità del suo territorio ( alluvioni, frane, riqualificazione zone verdi e coltivabili, ecc), tenendo conto della sua economia e rispettando le dinamiche ecologiche?

L’alluvione dovrebbe aver segnato un punto di svolta per la pianificazione del nostro territorio, un bene comune prezioso, limitato, in cui si sedimentano e permangono tracce storiche di vita sociale ed economica.
Partiamo da ciò che è stato fatto nel presente, a livello di scelte urbanistiche comunali. Il Piano Strutturale contiene il quadro conoscitivo, le invarianti strutturali e la strategia per la sostenibilità, per ogni unità territoriale individua obiettivi da perseguire per quanto riguarda le trasformazioni del suolo, spazi aperti ed edificati. Un primo punto riguarda la necessità che gli interventi commissariali siano parte di un disegno complessivo e siano capaci di integrarsi con l’esistente, sia in ambito urbanizzato che all’interno di contesti agricoli e boschivi.
Abbiamo visto che le opere procedono su un binario ministeriale-regionale e sono di competenza di organi delegati che ne definiscono i progetti tramite singole ordinanze, con numerose variazioni.
Occorre che i singoli interventi siano adeguati e ridisegnati sulla base di obiettivi ambientali, paesaggistici, ecologici, entro una progettazione integrata, mentre il Piano Strutturale sembra aver recepito le opere idrauliche di messa in sicurezza, tra gli obiettivi, senza una loro ulteriore “rimodulazione” locale.
L’obiettivo generale è abbandonare il modello attuale in cui lo stato di emergenza diventa ordinario, con la logica dei commissari e tutto il sistema di deroghe, che non consente ai soggetti locali di partecipare attivamente alla co-pianificazione degli interventi, di gestire e amministrare direttamente gli interventi e di inserire strategie alternative per la progettazione ambientale e urbana.
Il risultato dell’operato regionale e della protezione civile è costituito da pochi interventi in corso di realizzazione a distanza di tre anni, che modificano e alterano gli alvei fluviali con un forte impatto su tessuti insediativi, sulle aree agricole e sul verde urbano, a costi molti elevati e concentrati in ambiti ristretti. Il riferimento è ai lavori in corso nella zona Stadio del Rio Maggiore e al Rio Ardenza- Botro Forconi-Ferrovia. Nel primo caso si tratta di grandi escavi per la creazione di ampi fossati a cielo aperto, in ambito urbano, in cemento armato, nel secondo oltre alle opere infrastrutturali pesanti, sono stati effettuati dragaggi, rialzamento degli argini, eliminazione della vegetazione esistente e altri lavori in alveo.
Nell’ottobre 2017, ad esempio, è stata realizzata dal Consorzio di Bonifica la ripulitura lungo il rio Ardenza-Popogna, con l’abbattimento di esemplari adulti di lecci, roverelle, robinie, cerri, che insistevano nell’alveo entro i 4 metri, in base ad un regio decreto del 1904 che serviva a tutelare le sponde dall’edificazione. Lungo il Rio Maggiore a seguito dell’alluvione oltre ad interventi in alveo vi è stata la rimozione pressoché completa di tutta la vegetazione, effettuata con mezzi meccanici.
Secondo un dossier della LIPU sulla cattiva gestione dei fiumi, molti enti gestori manifestano la “sindrome del fiume pulito” e in generale le attività invasive, secondo un rapporto Arpat, causano un degrado della qualità ambientale in termini di stato ecologico.
Se esaminiamo le attività dei consorzi di bonifica le voci principali riguardano sfalci, movimenti terra, mentre non vi sono spese in merito alla piantumazione di alberi o di altri interventi mirati alla tutela dell’ecosistema, flora e fauna e alle colture.
Secondo il CIRF, Centro italiano per la riqualificazione fluviale, si può parlare di “riqualificazione fluviale” solo se si ha come obiettivo il miglioramento dello stato ecologico; non si tratta pertanto di realizzare piste ciclabili lungo l’alveo, né di “ripulire” i fiumi da vegetazione o sedimenti. Ai concetti di fruizione e messa in sicurezza deve integrarsi la riqualificazione ecologica, intesa, secondo il CIRF, come inversione della tendenza al degrado, quindi non peggiorare più, ma migliorare ovunque sia possibile, verso uno stato più prossimo a quello naturale, ottenendo almeno, nei molti casi immersi in un contesto antropizzato, un miglior compromesso tra l’ecosistema fluviale e le attività umane.
Il 5 aprile 2019 si è svolto a Firenze, il Convegno “Fiumi e Natura – come gestire correttamente i corsi d’acqua, custodi di biodiversità”, promosso da LIPU e Museo di Storia Naturale di Firenze, con un’ampia partecipazione di esperti, ricercatori, gestori aree protette, associazioni, etc. Ne è uscita una Risoluzione che pone al centro, oltre la biodiversità, la funzione di corridoio ecologico per le diverse specie svolta dai corsi d’acqua, l’importanza della vegetazione, il ruolo di elemento connettivo e naturale negli ambienti antropici. Dalla risoluzione sono emerse richieste a Regione, Consorzi ed enti gestori mirate ad un approccio integrato che tenga conto delle esigenze ecosistemiche e della stretta connessione con le attività antropiche.
Gli spazi agricoli sono un ulteriore elemento ecosistemico e nel nostro territorio tracce delle tenute agricole, fattorie e poderi, mulini e della viabilità poderale, sono ancora presenti, compresse e disgregate dai nuovi quartieri residenziali e centri commerciali sviluppati di recente. La pianificazione urbanistica attuale e futura deve farsi carico di riconoscere tale valore all’agricoltura, anche all’interno della città, un ruolo complementare all’attività edilizia. Si devono prevedere interventi e strategie per tutelare, supportare ed espandere le aree agricole e riqualificare i manufatti storici, tramite piani specifici mirati al mantenimento e allo sviluppo dell’agricoltura nel nostro territorio. Nell’area del nuovo Centro e della Scopaia sono presenti residui di aree agricole con relativi fabbricati, che rappresentano testimonianze di architettura rurale e colture agrarie dell’area livornese, così come in tutta la zona di Collinaia e Monterotondo con le ville abbandonate, Rodocanacchi, Maurogordato. Le Fattorie, opportunamente riqualificate, sarebbero un ottimo riferimento per i quartieri Scopaia, la Leccia, Collinaia che ne sono privi.
La Fattoria di via Inghilterra, complesso rurale di proprietà pubblica, che il piano alienazioni raccomanda ad un uso di tipo privato, sarebbe un ottimo punto di partenza per invertire la cementificazione e proporre un progetto di valorizzazione che introduca un’agricoltura innovativa e un recupero ambientale e socio-lavorativo.

L’insieme delle aree verdi cittadine, le aree non utilizzate di proprietà pubblica verdi e agricole, i corsi d’acqua, dovrebbero essere oggetto di una pianificazione ecologica, una sorta di “green new deal” per l’urbanistica livornese che vada nella direzione di progettare vere e proprie infrastrutture verdi, per il benessere dei suoi abitanti.

 

Gli ultimi disastri ambientali (locali, nazionali e mondiali), le proteste giovanili per un società più ecologica e più giusta e la stessa epidemia di Coronavirus rappresentano un segnale preciso contro un modello di sviluppo distruttivo e invasivo. Come e dove agire, anche localmente, per sensibilizzare le persone verso nuovi modelli di sviluppo e pianificare interventi efficaci sul territorio?

Dall’analisi delle ordinanze della protezione civile e dei progetti legati all’alluvione e all’emergenza, ci si accorge come sia assente il tema ambientale, ma anche la dimensione storico-culturale. I danni provocati dai disastri ambientali dovrebbero contemplare, nella loro ricognizione, l’analisi della distruzione di ecosistemi e habitat naturali, agricoli e fluviali, costieri e marini, di perdita di aree boschive, di vegetazione, di degrado di terreni liberi, della perdita di specie faunistiche. Il patrimonio naturale invece non compare tra le stime dei danni e prevale il concetto della messa in sicurezza del territorio nei confronti dei fenomeni estremi e della difesa dell’attività antropica, qualunque essa sia.

Un’impostazione che evidenzia chiaramente la necessità di cambiare metodologie di approccio, specie in relazione al cambiamento climatico, in cui la natura ci pone di fronte alla nostra arroganza. Ecco che si va ad intervenire sulle componenti naturali antropizzate, quali “uniche” responsabili degli effetti di distruzione.
Se nel brevissimo periodo di conta dei danni può andar bene una certa concretezza, è urgente che la progettazione degli interventi a lungo termine a Livorno tenga conto di una prospettiva ecologica, con una gestione meno aggressiva, a favore del mantenimento e della vegetazione e terreni liberi e interstiziali, anche in città.

Tramite l’uso del GIS è possibile utilizzare oggi un grandissimo numero di dati per la pianificazione urbanistica, è possibile costruire modelli e prevedere gli effetti nel tempo di determinate scelte sull’ambiente. Il tema dei big-data sulle risorse ambientali è abbastanza rilevante ed è opportuno che le persone siano informate sul potere connesso al loro utilizzo nelle politiche di sviluppo futuro, anche in relazione agli eventi catastrofici e alla loro storia nel tempo e nello spazio.

Durante gli studi mi colpì la teoria di McHarg e il suo testo “Design with Nature”, scritto negli anni ’70, che ha rivoluzionato la pianificazione e inserito l’ecologia nelle politiche urbanistiche pubbliche, a dimostrazione che abbiamo a disposizione, già da molto tempo, teorie e pratiche di pianificazione, che vanno nella direzione di adattamento e resilienza come fattori di benessere e salute. Oggi la sua filosofia appare più che mai attuale e il McHarg Center, che riunisce scienziati nel campo ambientale, sociale, pianificatori, responsabili delle politiche, ha un programma di ricerca basato su tre tematiche – green new deal, biodiversity, computation. E’ stato chiesto cosa vuol dire “disegnare con la natura oggi” a pianificatori e urbanisti, le loro risposte costituiscono un compendio delle modalità più avanzate per “progettare consapevolmente il nostro futuro, utilizzando la creatività artistica e l’intelligenza scientifica per modellare il paesaggio nel miglior interesse a lungo termine di tutti gli esseri viventi” – Richard Weller, Frederick Steiner e Billy Fleming.
Si è aperta un’intensa fase di ricerca e dibattito che riguarda il disegno delle città e la pandemia, tanto che è stato lanciato un concorso internazionale di idee “Pandemic Architecture” – Cosa può fare l’architettura per la nostra salute?- i cui risultati saranno annunciati a settembre, si parla di oltre 400 proposte su come l’architettura può riprogettare la casa e la città di domani al tempo delle pandemie.
Più in generale possiamo dire che la fase di crisi climatica e sanitaria dà all’architettura e all’urbanistica una nuova possibilità, lo dimostrano alcuni elementi: le scelte di molte città ad investire sul verde urbano e sulla vegetazione, sul blocco del traffico per attività all’aperto e per la riduzione dell’inquinamento, la realizzazione di spazi urbani e quartieri permeabili per combattere le alluvioni, il grande potenziale derivato dall’utilizzo di tecnologia di mappatura di dati geospaziali dinamici alle diverse scale, per pianificare ecosistemi urbani più equilibrati. Concludo con una frase di Richard Forman, Professore di ricerca di studi ambientali avanzati in ecologia del paesaggio alla Harvard University, “Pensa a livello globale, pianifica a livello regionale, quindi agisci a livello locale”.

 

Simona Corradini, architetto, dottore di ricerca in urbanistica, titolo conseguito presso l’Università di Firenze, vive e lavora a Livorno. Si è occupata di ricerca nel campo della pianificazione urbanistica e delle città portuali, ha collaborato con enti pubblici e privati, segue le vicende urbanistiche locali e regionali tramite la partecipazione al dibattito disciplinare e l’attivismo politico e ambientalista, ha pubblicato contributi su riviste specializzate. Ha partecipato al Convegno “Fiumi e Natura – come gestire correttamente i corsi d’acqua, custodi di biodiversità” tenutosi a Firenze nel 2019.

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