Referendum, il NO vuol forse morire col parlamentarismo?

“Rivoluzioni ne ho viste tante, democrazie mai.”
(Michels)

 

Nei dibattiti legati al referendum sul numero dei parlamentari tra la file dei sostenitori del NO spunta, inevitabile, l’ipotesi dell’attacco alla costituzione proprio pochi anni dopo il referendum confermativo renziano respinto da una grande maggioranza di elettori. Curiosamente tanto più il dibattito a favore del NO si fa politico tanto più gli argomenti, contro l’ipotesi del taglio del numero dei parlamentari, sono deboli quasi quanto quelli di coloro che fanno propaganda per il SÌ a colpi di meme sui social. Del resto lo stesso segretario del PD parlando del SÌ come elemento in grado di aprire la strada a ulteriori “riforme”, resta sulle tipiche posizioni di un tatticismo senza contenuti. Lo scontro tra NO e SÌ è tra posizioni deboli, prive di respiro politico e giocate sul piano della pura sopravvivenza dei gruppi che controllano i cartelli elettorali presenti nella politica ufficiale.
In coloro che si schierano contro il taglio dei parlamentari si nota un aspetto curioso: nel momento in cui si nota la scarsa attenzione ad analisi come quelle Dieter Grimm, il costituzionalista tedesco con una seria recezione in Italia, gli argomenti a favore del NO sembrano presi dal repertorio dei fratelli Grimm, quelli delle favole per ragazzi. Sostenere che un taglio nel numero dei parlamentari riduce la rappresentanza, giocando magari sullo squilibrio possibile delle rappresentanze regionali una volta approvata la legge costituzionale sui tagli, è far finta di non vedere che le camere oggi sono la stessa cosa con 900, 2500 o ottanta parlamentari: organismi in parte domati dai regolamenti di procedura parlamentare, in parte indirizzati dai decreti e dalla fiducia, in parte sottomessi alle esigenze di lobby agguerrite e organizzate, di cordate e di guerre tra bande.

Raccontare che il mantenimento del numero di parlamentari, nel declino strutturale della rappresentanza, salvaguarda chissà cosa è narrare una favola da fratelli Grimm: quella della tenuta della democrazia, e della costituzione, attraverso un voto maturo e consapevole. Occupiamoci invece dell’altro Grimm, Dieter, per far emergere un paio di temi scelti tra il contesto della crisi costituzionale generata all’interno della costituzione stessa piuttosto che quelli, comunque importanti, della politicizzazione quotidiana dei temi costituzionali che è effetto della mancanza di prospettiva della politica e causa della svalutazione del potere della costituzione.
Semplificando, per motivi di chiarezza, le posizioni di Grimm sulla crisi della costituzione di Weimar costruiscono argomenti utili per lo scenario italiano. Usiamo, sostanzialmente, quello dedicato alla crisi della costituzione spiegata come crisi interna alla costituzione stessa, in Italia argomento praticamente impronunciabile a volte anche persino in chi ha provato (si fa per dire) a riformarla come nel 2016. Non stupisce che, al centro della crisi della costituzione italiana, si trovi proprio il parlamento che, nel tempo, ha dovuto adeguare la propria capacità legislativa sulle compatibilità finanziarie (dalla fine degli anni ’70, tra l’altro), sui regolamenti parlamentari, dell’uso dei decreti e via fino ad oggi. Da decenni il nesso sovranità popolare-rappresentanza parlamentare, col governo come strumento esecutivo di questo nesso, così come è stato pensato nel ’48, che è centrale nella costituzione italiana, è rispettato sempre più solo formalmente mentre sostanzialmente sia il governo che la governance, interna e comunitaria, si sono quasi del tutto impadroniti del potere sovrano. Il parlamentarismo si trova quindi in una delle fasi di declino della sua storia pluricentenaria, trascinando con sé la costituzione italiana, e tornerà, come forma egemone della democrazia, solo come qualcosa di profondamente mutato quanto lo era il parlamento italiano del ’46 rispetto a quello inglese sotto Giacomo I. Il NO non vuole prendere atto di queste enormi mutazioni in corso ancorandosi ad una posizione di debole tattica referendaria.

Almeno tre cause determinano la forza strutturale di questo processo di declino del parlamentarismo attuale: la fine dei partiti costituenti, che si erano ricavati un ruolo nella salvaguardia del nesso tra potere popolare e rappresentanza parlamentare, l’esaurirsi della forza sociale del fenomeno del lavoro, quello fordista, così come era stato costituzionalizzata addirittura nell’articolo 1, l’introduzione di un vincolo esterno, nel 2012, dettato dalla governance finanziaria Ue-Bce. In questo senso sia la fine dei partiti costituenti, che esaurisce la rappresentanza come pensata nella carta del ’48, che la nuova natura del lavoro – tecnologica e tendente a far evaporare la presenza del tipo di lavoro introdotto come potere fondativo nella costituzione– formano una forza storica tale da svuotare il peso, e la forza, del nesso sovranità popolare-parlamento.

Il numero dei parlamentari, in questa dimensione storica di crisi del parlamentarismo, è semplicemente ininfluente. Insomma, la crisi della costituzione, e con lei quella dell’attuale parlamentarismo, ha, alla Grimm, cause di spiegazione nel proprio ordinamento interno (sulla fine del modello storico della rappresentanza, sulla estrema crisi della costituzionalizzazione del lavoro) e nel vincolo esterno, inserito nell’ordinamento, che serve una logica di governo per procura verso la governance multilivello Ue. Non è quindi con un improbabile colpo di fortuna elettorale, restaurando il numero dei parlamentari, che si invertono le cause storiche della crisi della costituzione italiana e del declino del parlamentarismo. Al massimo, i sostenitori del NO, consapevoli che il SÌ ha vinto prima dell’apertura dei seggi, fanno tattica per un tentativo di sopravvivenza, come a sinistra, o gioco di posizioni per guardare a future alleanze, come a destra e sulla stampa (tra l’altro, sopraffatta dai social su questo tema e non è la prima volta). Certo, la logica del SÌ è molto chiara: accompagnare il lungo processo di riduzione del numero e del peso degli addetti alla rappresentanza, come favorire nuove fasi dello svuotamento sia dell’esercizio della sovranità popolare che dell’esternalizzazione di funzioni e poteri essenziali al di fuori dell’aula parlamentare. Del resto, chi pratica queste proposte naviga col favore della corrente svuotando la democrazia e pure con il consenso popolare. E, soprattutto, lavora per nuove forme di diseguaglianza sociale visto che crisi del parlamentarismo e diseguaglianza viaggiano in parallelo dalla metà degli anni ’80.
Ma c’è da chiedersi: perché, a sinistra non si è preso atto che il refererendum era perso, non si è puntato sull’astensione, depotenziando così il risultato referendario, per fare una campagna politica sulle nuove forme della rappresentanza (in presenza e digitali) con le quale sostituire quelle decadute?
I sostenitori del NO vogliono morire con il parlamentarismo senza ottenere niente in cambio? Vogliono fare da contorno sacrificale alla cerimonia del capro espiatorio, con tanto di taglio di parlamentari il 21 settembre?
Meglio rispondere con un’altra citazione di qualcuno che di sopravvivenza nel passaggio tra regimi ne sapeva qualcosa: “la politica è un certo modo di agitare il popolo prima di servirsene” (Talleyrand). Il SÌ agita il popolo per servirsene, non per servirlo. Il NO si prepara a far parte dello spettacolo sacrificale. Le nuove forme di coesione sociale attorno alla politica non toccheranno questo genere di sconfitti.

nlp

Print Friendly, PDF & Email
Copy link

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.