Recensioni

Un cacciatore di vampiri a Venezia

Sotto il nome dell’autrice Antilia de Caston Motte probabilmente si cela lo stesso curatore Franco Pezzini, chissà, ma non possiamo dirlo con certezza: quel che è certo è che il mistero la fa da padrone nel recente romanzo che racconta le avventure di Jan Blazek, Il bacio del cacciatore di vampiri uscito per le edizioni Hypnos e assemblato come una narrazione popolare del genere “cappa e spada” (e ci riferiamo non solo alla narrativa ma anche al cinema). Un mistero che si infittisce a ogni pagina e che avvinghia il lettore. Un’altra certezza è che il breve romanzo in questione appare come un elegante pastiche, vale a dire una sapiente e allusiva imitazione di altre opere e di altri generi. Ce lo spiega chiaramente Franco Pezzini nella sua postfazione; le opere e i generi mescidati e ‘frullati’ appartengono anch’essi a generi popolari: al già ricordato “cappa e spada” possiamo aggiungere gli amati film della Hammer anni Cinquanta e Sessanta, alcuni film di pirati anni Sessanta nonché il “folle, lisergico Nosferatu a Venezia, 1988, con Klaus Kinski”.

D’altra parte, la figura del vampiro appartiene anch’essa a una narrativa di carattere ‘popolare’. Ben prima di Dracula, che esce nel 1897, incontriamo ad esempio Varney il vampiro, o il banchetto di sangue (Varney the Vampire; or the Feast of Blood, 1845-1847), un romanzo a puntate o “penny dreadful”, una “letteratura da due soldi” che costava un “penny”. Pezzini, quindi, utilizza Antilia de Caston Motte e una narrativa e un cinema di carattere popolare, nonché il teatro e probabilmente anche il fumetto e l’anime, per focalizzare un preciso spazio geografico, Venezia. Il cacciatore di vampiri Jan Blazek, anch’egli emerso dal genere cappa e spada, si muove stavolta non verso fantasmatici e demoniaci castelli transilvani, ma verso una città italiana. Al posto del castello isolato e circondato di superstizioni indigene c’è Venezia, una città ambigua e sfuggente, ibrida, fatta di terra e di mare. In una dimensione picaresca, dominata dal continuo spostamento, anche Jan Blazek come Van Helsing o Jonathan Harker si muove verso Oriente, verso l’estrema costa orientale della penisola e del bacino mediterraneo. Al di là del mare che bagna Venezia, infatti, c’è la penisola balcanica, terra vampiresca secondo la tradizione, ma anche terra di pirati, gli uscocchi e, più banalmente, territorio che permette l’ingresso nell’Europa occidentale di malattie e pestilenze che giungono da Oriente. Venezia stessa appare per certi aspetti come ‘orientale’, appartenente ad un universo rivestito di ambiguità e di alterità: era da qui che i mercanti – fra cui il celebre veneziano Marco Polo – partivano per i misteriosi territori orientali. Quindi, Venezia, dall’occhio europeo occidentale, viene vista come una città connotata da una specie di ambigua diversità, già forse appartenente alla cultura orientale; pensiamo poi che è stata una delle principali città di passaggio del famoso Orient Express, il treno che collegava Parigi a Istanbul (e ancora oggi, a volte, è possibile vedere nella stazione di Santa Lucia ferme le carrozze d’epoca che riecheggiano il celebre treno del passato, trasformato in sollazzo per miliardari).

Mediante il genere popolare, picaresco e avventuroso, Franco Pezzini individua un ben preciso spazio geografico sottolineando la sua pregressa alterità. La magia e l’onirismo sono spesso state una caratteristica attribuita alla città lagunare: si può ricordare il racconto di Edgar Allan Poe, L’appuntamento (The Assignation, 1834), ambientato fra onirici e notturni canali ma anche quello di Daphne Du Maurier, Non guardare adesso (Don’t look now, 1971, da cui è stato tratto nel 1973 il film A Venezia un dicembre rosso shocking diretto da Nicholas Roegg), in cui una misteriosa assassina perseguita un turista inglese. Venezia ambigua, multiforme, ibrida, notturna, amniotica e lisergica, certo, ma anche vampira? L’esempio più significativo è sicuramente quel già citato Nosferatu a Venezia (1988), diretto da Augusto Caminito, in cui nella città lagunare vediamo aggirarsi (e addirittura volteggiarvi sopra) il vampiro Klaus Kinski che non può non farci pensare al capolavoro di Werner Herzog, Nosferatu – Principe della notte  (Nosferatu. Phantom der Nacht, 1979), in cui Nosferatu era interpretato proprio da Kinski.

Eppure, se ci pensiamo, è proprio in una biblioteca di Venezia che Emilio de Rossignoli, come racconta nel suo libro Io credo nei vampiri (1961), incontra il dottor Stephen Gabor di Budapest, esperto di vampiri. Il dottor Gabor raccontò a de Rossignoli di aver addirittura incrociato un vampiro, di notte, nel cimitero di un villaggio non lontano dalla capitale ungherese. Una biblioteca di Venezia – che ci immaginiamo antica e misteriosa – è quindi il luogo dove si recava per i suoi studi un esperto ‘vampirologo’ proveniente dall’Europa dell’est. Non possiamo non ricordare che Venezia, rivestita di connotazioni stereotipe e romantiche, è nominata anche in Per favore non mordermi sul collo (The Fearless Vampire Killers, 1967) di Roman Polanski, anch’esso un elegante pastiche cinematografico in cui sono ‘frullati’ riferimenti colti e popolari: durante un gran ballo dei vampiri nel castello del conte Dracula, l’ingenuo Alfred (Roman Polanski), assistente del professor Abronsius, esorta l’ormai vampirizzata Sara (Sharon Tate), di cui è innamorato, a seguire lui e il professore a Venezia, dove dovranno recarsi per un congresso (“Venezia, Sara, Venezia!”): Venezia compare perciò in un film di vampiri come la meta agognata dei personaggi quando saranno fuggiti dal castello del mostro. Ma in Il bacio del cacciatore di vampiri la prospettiva è rovesciata: Venezia non è la meta solare e tranquilla (un vero e proprio spazio della salvezza) che si contrappone al terribile territorio vampiresco ma rappresenta quello stesso orribile e funereo territorio. Venezia con le sue oniriche calli ma anche con le sue isole, comprese quelle più lontane e misteriose.

La storia di Jan Blazek, come accennato all’inizio, è densa di mistero e di colpi di scena che qui più di tanto non possiamo svelare. Siamo a metà del 1700 e il protagonista si muove verso Venezia, dove deve risolvere un ennesimo caso di vampirismo. Stavolta il mostro si annida nelle cripte e nelle segrete dei palazzi veneziani, vetusti e funerei, e il cacciatore di vampiri deve vedersela con nobili e nobildonne nonché con il tribunale dell’Inquisizione. Come in un “cappa e spada” che si rispetti, non appena giunto a Venezia Blazek incapperà in un’avventura inaspettata ma dalla quale saprà risollevarsi e riprendere il proprio ruolo incontrando anche un’assistente (e amante?), la misteriosa e bellissima Simone che non può non farci pensare alla spadaccina Simone dell’anime giapponese del 1975, Il Tulipano Nero – La Stella della Senna. Venezia è forse la protagonista principale della storia ed è sempre presente con le sue caratteristiche appartenenti all’immaginario collettivo cui si è già accennato: calli misteriose e nebbiose ed oscuri canali, il ghetto, luogo magico ed onirico, le isole immerse nella nebbia, silenziose e fantasmatiche. Anche i personaggi che incontriamo appartengono ad una Venezia ‘popolarizzata’ nell’immaginario comune: la nobildonna Loredana Canins (ispirata al personaggio di Barbara de Rossi in Nosferatu a Venezia), che ci immaginiamo perennemente rivestita di veli neri, le guardie e i monaci del Sant’Uffizio, i massoni, i pirati con la loro capitana piratessa, la Magistra Millerin, una intelligente e colta veneziana restauratrice di affreschi, e diversi altri. Se Blazek giunge da Occidente (dalla Scozia e dall’Inghilterra attraverso l’Austria), il suo viaggio, assieme a Simone, proseguirà verso Oriente fino alle isole greche e alla misteriosa Istanbul, in un’avventura aperta, mentre già si preannuncia un secondo romanzo (“dev’essere bellissima, scintillante di luci sul Bosforo. A voi piacerebbe vederla?”, dice Blazek a Simone, in una evocazione che ci ricorda quella veneziana di Alfred a Sara nel film di Polanski).

La letteratura e il cinema popolare mescidati da Pezzini, fin nella figura di Antilia de Caston Motte, hanno la preziosa funzione di inquadrare precise dinamiche sociali, ben presenti anche nel nostro quotidiano: l’ambiguità del male e del bene, gli stereotipi ingannevoli, l’alterità in tutte le sue forme. Tali dinamiche sono esse stesse ambigue e multiformi e probabilmente i generi popolari riescono a sondarle meglio di quelli colti, incastonati nel loro canone. L’apertura e l’ibridazione dominano il racconto e la stessa dimensione picaresca offre ulteriori occasioni di aperture e ibridazioni: un po’ d’aria fresca nel mondo d’oggi dominato da schieramenti obbligati e da rigide prese di posizione in cui si crede di intravedere con certezza dove sta il bene e dove sta il male.

Per Codice Rosso, Guy van Stratten

Antilia de Caston Motte, Jan Blazek. Il bacio del cacciatore di vampiri, a cura di Franco Pezzini, Edizioni Hypnos, 2025, pp. 118, euro 9,90

9791282138055