When the Music’s Over: come e quando ripartirà il mondo della musica e dei concerti?

“Cosa hanno fatto alla terra?
Cosa hanno fatta alla nostra onesta sorella?
Devastata e saccheggiata
E l’hanno strappata
E colpita
Attaccata con i coltelli
Nel profondo
E legata con recinzioni
E trascinata a fondo

Quando la musica è finita
Spegni la luce.”
(When the music’s over – The Doors)

“When the music’s over” è un brano dei Doors, presente nel disco Strange Days uscito nel 1967. Si tratta di una canzone, lunga quasi 11 minuti, che rappresenta uno dei capolavori assoluti scritti dalla band americana.
Il testo sembra anticipare la situazione attuale con dei riferimenti precisi alla devastazione e al saccheggio subito dalla terra in questi anni; ma soprattutto il titolo sembra ricordarci una delle domande inevitabili di questa crisi indefinita:
” Che si fa quando la musica è finita?”
Il settore variegato della musica, quello costituito dai concerti, dai grandi live e dai concertini nei piccoli locali dove si esibiscono gruppi minori, dalle discoteche e i pub, i teatri e le associazioni culturali, il mondo dei DJ o quello del karaoke, i cori cittadini e tutte quelle feste all’aperto dove si può ascoltare di tutto, dal ballo con orchestra ai concerti dei gruppi rock giovanili, e tutto quel mondo invisibile costituito dai tecnici del suono, gli addetti a montare il palco e la strumentazione, gli operatori alla sicurezza e molti altri ancora, non vedono il proprio futuro. Perché il mondo della musica, per non parlare di teatro, cinema e spettacolo in generale, sarà l’ultimo a ripartire..
Il governo attuale, TV, stampa, social ed un nugolo di virologi e di star di questa Italia del nulla, ce lo ricordano continuamente:” Per forza di cose dovremo ripensare ai nostri regimi organizzativi ed intrattenitivi. Arriveranno grandi cambiamenti sul fronte lavoro che dobbiamo essere pronti ad accogliere con una mentalità nuova, diversa. Il vuoto delle strade e delle piazze che ci separa dalle nostre abitudini del passato fiorirà di nuove sfide e opportunità che dovremo cogliere nella assoluta certezza che saremo noi che dovremo adattarci al Coronavirus e non il contrario.” (Ilaria Capua 11 aprile Corriere della Sera).
Assomusica ha dichiarato che dall’inizio dell’emergenza (con i vari decreti emanati i primi giorni di marzo, uno dopo l’altro) fino a maggio saranno 4200 gli eventi saltati con una perdita di 63 milioni di euro per il solo settore della musica dal vivo e circa 130 milioni di euro di perdita da parte dell’indotto (tutto un mondo costituito da alberghi, ristorazione, addetti alla sicurezza, precari, false Partita Iva, tecnici, ecc.). Per il futuro le cose potrebbero andare peggio: 350 milioni di mancati incassi per l’estate 2020, 600 milioni dell’indotto, tra turismo e commercio legato agli eventi live e soprattutto 60.000 lavoratori impegnati nella musica tra tecnici, fonici e altri operatori del settore. In questo senso sono state già molte le iniziative di singole multinazionali come “Live Nation” di istituire un fondo per garantire la sopravvivenza ai singoli lavoratori precari o alle ditte individuali. Inoltre sono state richieste garanzie al Governo attraverso l’istituzione di un salario minimo e di un’agevolazione per i recuperi dei crediti IVA.
Per non parlare dei rimborsi dei concerti annullati e soprattutto di quelli che, molto probabilmente, salteranno: soltanto 350.000 i titoli già venduti per Vasco Rossi e quasi 600.000 per la prevista tournée di Ultimo, 500.000 per quella di Tiziano Ferro, che non ha risparmiato, in una trasmissione televisiva di qualche giorno fa, critiche al Governo, chiedendo risposte certe sul futuro della musica live. Soltanto in Toscana stanno per saltare il Summer Festival di Lucca, Pistoia Blues 2020, i concerti previsti a Firenze a giugno( Vasco Rossi, Green Day, Guns N Roses, Red Hot Chili Peppers). E con loro, purtroppo, tutti quei lavoratori invisibili che girano intorno a questi eventi.
Ma di fronte a questi dati impietosi e ai singoli appelli di star o associazioni di categoria, rimane una domanda di fondo: come potrà mai ripartire il settore della musica live, con i suoi spazi “ravvicinati” e con i suoi contatti inevitabili, con le distanze di 1,80 metri da rispettare tra gli spettatori, con mascherine, guanti e igienizzanti forniti agli ingressi, controlli delle temperature e applicazioni varie? Chi, a parte qualche organizzatore professionale, potrà permettersi di ripartire calcolando spese per misure di prevenzione e rischi di fiaschi totali? Chi mai spenderà i suoi pochi soldi rimasti nel 2020 con il rischio di farsi contagiare per un concerto o per un karaoke? Tutti gli esercenti che organizzano concertini minori con ingresso libero e consumazione facoltativa, se non chiuderanno, come potranno guadagnare qualcosa con un terzo dei clienti previsti, applicando le nuove normative che andranno in vigore, se non riducendo il personale e tagliando qualità di cibi e bevande? Quante persone che  lavorano intorno a questo settore, in regola ma anche al nero, saranno espulsi  dal ciclo produttivo dello spettacolo?
La verità è che se bisogna “ripensare ai nostri regimi organizzativi ed intrattenitivi” allora è necessario ripensare a tutto il sistema mondiale attuale che continua a devastare la terra e dividere il mondo in sommersi e salvati, che continua a permettere guadagni illimitati ad una piccola parte della popolazione rispetto ad una maggioranza che sta subendo questa ultima crisi in maniera devastante e perfino continua a permettere a qualche azienda farmaceutica o a qualche Fondo d’Investimento di lucrare intorno alla salvezza della vita umana.
In questo senso un reddito di esistenza, inteso come reddito incondizionato di base, permetterebbe alle persone, legato al mondo musicale o meno, di sopravvivere in questo contesto di miseria e di mancanza di futuro.
Inoltre bisogna ripensare, a livello internazionale, la percentuale della tassazione, sia fiscale sia autorale, soprattutto in questa fase così delicata per tutto il settore della musica, sui grandi colossi del capitalismo digitale, che con le loro piattaforme (come Youtube), servizi di streaming (come Apple Music e Spotify) che ormai detengono il monopolio della musica fruibile e con i loro social (come Facebook e Instagram) dove, già attualmente, si svolgono delle vere proprie performance musicali che sembrano voler sostituire la funzione live della musica.
Ma bisognerebbe rimettere in discussione il nostro rapporto con il lavoro, con il consumo, con lo spettacolo, con l’arte, con la tecnologia e rigenerare davvero, oltre il virus e oltre il sistema economico e sociale attuale, gli spazi e i tempi dedicati alle relazioni, all’amicizia, alla musica.
Perché come ci ricordano i Doors: “La musica è la tua unica amica, fino alla fine”.

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