De André poeta anarchico ma non “ovetto Kinder” della cultura italiana

L’11 gennaio 1999 ci lasciava Fabrizio De André, un cantautore e un poeta che ha emozionato – e continua a emozionare – intere generazioni. De André è stato il cantore degli ultimi, dei ribelli, degli emarginati, chiaramente schierato al fianco di tutte le minoranze e contro tutti i poteri. Egli stesso teneva molto all’aspetto ‘militante’ delle sue canzoni tanto da affermare, in alcune delle sue interviste più recenti, che, negli anni Sessanta, invece di scrivere un pezzo come La canzone di Marinella, avrebbe dovuto realizzare canzoni più politicamente schierate. Che pure non sono mancate: basti ricordare brani singoli come La guerra di Piero o Fiume Sand Creek, aperte denunce dell’assurdità di ogni guerra, oppure concept album come La buona novella (1970), in cui la figura di Gesù Cristo, molto umanizzata, emerge come una sorta di rivoluzionario ante litteram, Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971), una rilettura in chiave ‘attualizzante’ dell’Antologia di Spoon River di Lee Masters o Storia di un impiegato (1973), dedicato alla rivolta del Maggio francese.
Del resto, come ha dimostrato il recente volume curato da Paolo Finzi, Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, uscito come numero speciale della rivista anarchica “A”, dietro ogni singola parola o nota delle canzoni di De André è possibile incontrare un pensiero politico ben definito sorretto da un solido rigore morale, da un lucido antifascismo schierato dalla parte dell’anarchia. Nonostante questo, sembra proprio che a De André stia capitando ciò che è già capitato a Pasolini, di trasformarsi, cioè, in una specie di icona culturale fruibile sia dai politicanti di destra che da quelli della sinistra annacquata. Tempo fa, uno studioso aveva osservato come lo stesso Pasolini si fosse trasformato in una sorta di “ovetto Kinder” della cultura italiana, manovrabile e apribile da chiunque, in cui tutti si aspettano di trovare la sorpresa che più gli aggrada. Ebbene, come anche dimostra il libro curato da Finzi (uno dei pochi che si concentra sull’opera del cantautore genovese da un’ottica politica e sociale), le canzoni di De André non potranno mai essere “ovetti kinder” apribili da chiunque, dei giocattoli in mano al cinico e populista politicante di turno perché, appunto, in esse c’è la solidità di idee chiaramente definite da un punto di vista politico e sociale. Ed è soprattutto questo aspetto che più di ogni altro continua profondamente a mancarci, oggi, a ventun anni dalla scomparsa, di De André: una visione profondamente umana – proprio perché profondamente politica – di ogni aspetto della società; la sua capacità di regalare a tutti gli emarginati e i ribelli, a tutte le minoranze, a tutte le “vittime di questo mondo”, come scrisse ne La città vecchia, una profonda dignità contro le dinamiche di ogni potere.

gvs

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