Ma la superguerra di Trump?

Dopo l’uccisione di Soleimani si sono diffusi scenari di evoluzione del conflitto più legati a immaginario e suggestioni

piuttosto che ad una valutazione clinica di quanto sta accadendo sul campo. Lasciando perdere il solito immaginario da sceriffo della destra – quello del mondo più giusto e sicuro senza Soleimani – bisogna fare una considerazione su quello di sinistra: la concezione della guerra, alla quale opporsi, è ancora quella del Vietnam, con l’invio massiccio di truppe, un enorme sforzo logistico-militare, un lungo conflitto sul campo. Si tratta di concezioni che la stessa destra americana ha cominciato a rivedere a maggior ragione dopo quanto accaduto in Iraq e in Afghanistan dove da quasi due decenni le truppe USA sono semplicemente impantanate nonostante una superiorità schiacciante in armamenti e tecnologie. L’immaginario Vietnam che aleggia ancora oggi a sinistra si nutre anche di idee del tipo “la guerra alimenta la finanza” quando, nel mondo reale, avviene esattamente il contrario: petrolio a parte, le borse salgono ad ogni notizia di allentamento della tensione bellica. E non c’è bisogno di essere maghi dei derivati finanziari per capirlo: una guerra di grosse dimensioni blocca l’economia globalizzata, e con lei le borse globali, mentre, in altre epoche, nutriva le economie nazionali. Gli stessi Usa, da tempo, con dalla data storica del 1971 – sganciamento del dollaro dall’oro a casua dell’insostenibilità del debito pubblico americano dovuto alla guerra del Vietnam – mostrano come la guerra non sia sostenibile come volano complessivo dell’economia. Certo le guerre accadono, e accadranno, ma in una economia globalizzata non nutrono la finanza nè l’economia perchè mettono in discussione trasporti e transazioni di capitali.

Quindi la superguerra di Trump è frutto di un qualche immaginario politico, tendente al vintage, piuttosto che di analisi reale. Ma allora che guerra è quella di Trump? Una Hybrid Warfare fatta di scontri asimmetrici (ti bombardo, reazione rispettive opinioni pubbliche, mi bombardi, reazione opinioni pubbliche etc..), sanzioni commerciali, cyberwar, guerra finanziaria, guerra di immagine, proxy war, guerra per procura  sul terreno. L’obiettivo è logorare l’avversario in un tipo di guerra per cui chi prova l’affondo diretto, con decine di migliaia di soldati spostati a conquistare un qualche terreno, perde proprio a causa della difficoltà di conduzione di una guerra diretta, sul campo, oggi appaltata per quanto possibile a terzi o a potenze che sono in grado di sostenerne peso e complessità.

Tutto questo avviene secondo le regole del conflitto che si sono imposte fin dagli anni ’90 che hanno almeno due principi ineludibili 1) la guerra sul campo è sempre meno decisiva per vincere i conflitti, va quindi dosata con misura 2) di conseguenza, fuori dal campo, ogni elemento della vita umana può essere uno strumento bellico. Si tratta di due punti importanti che impongono alla politica, specie di sinistra, di ripensare il proprio approccio alla guerra proprio perché è la guerra ad essere mutata.

Naturalmente torneremo su questi temi. Suggeriamo intanto due articoli. Uno del Guardian che non crede alla guerra simmetrica, per motivi politici, l’altro di Analisi Difesa che, per quanto lontano dal nostro background ideologico, è sito credibile nelle analisi cliniche di quanto avviene sul campo. Anche qui, secondo gli osservatori del campo. non c’è traccia di superguerra in arrivo. La Hybrid War è un modo di muovere guerra dai rischi limitati? Niente comporta rischi limitati quando si tratta di guerra, il mondo sta rischiando davvero “semplicemente” con approcci diversi anche rispetto al recente passato.

l’articolo del Guardian

l’articolo di Analisi difesa

a cura della redazione di Codice Rosso

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