Di tragedia in tragedia
Si purificano facendosi lordi d’altro sangue, come se uno messo il piede nella mota con la mota si volesse ripulire. Ma balordo egli parrebbe ad una persona che s’avvedesse che così agisce. E poi anche rivolgono preghiere a questi simulacri, come se uno stesse con edifici a chiacchiera, non conoscendo egli affatto dèi né eroi chi sono essi davvero[1].
Profeta, enigmatico, navigatore di coscienze, veggente, viaggiatore del vuoto, immenso stratega delle luci e delle ombre, mai come oggi questo suo frammento racconta la tragedia del mondo. Le parole di Eraclito sono il paradigma dell’insensato fare degli uomini, tramortiti dal potere, accecati dall’odio, atti a perpetrare la vendetta. Sovrana è la sua poesia per frammenti, e come potrebbe essere se non frazione, divisione, allegoria, metafora e, infine, unità del tutto. In lui gli opposti si toccano, inneggiano alla forza del pensiero, laconico, pessimista, atto ultimo di salvezza e perdizione, mentre i demoni scorrazzano nelle anime degli uomini, all’impazzata, legati solo dal comune denominatore del male incarnato. Eppure bagliori fuoriescono dal labirinto architettato come l’interno di una conchiglia esamine e roteante sulla sabbia durante la risacca della vita.
Altezzoso è il pensiero quando vi è consapevolezza che l’assoluto risiede nella parte più lontana e nascosta di ogni persona: prodigiosa è la domanda perché ricerca, ottemperanza di un fine e di una morte, ma presagio forse di una vita nuova. L’intelligenza infatti è solo nel mistero e chi vuole vivere nella semplicità dei gesti quotidiani lo faccia pure, ritenendo che uno vale uno. Meschina l’esistenza dell’adagiarsi pigramente in due o tre idee fatte apposta per non soffrire di saggia perlustrazione nella realtà dell’insondato.
L’unica forma di poesia che ci è concessa è la tragedia. Il volto mai immune della sofferenza sulla bianca pietra delle città nobili del Mediterraneo, dove mai sarà sepolta l’anima di un barbaro o di un bestemmiatore contro dio. Non vi è certezza, vi è certezza, vi è la fine, è tutto perpetuo, ma fra la luce e il buio pesto esistono le ombre e in quello gli uomini definiscono la loro scelta. La tragedia si avvera, è fra di noi, dal pulpito i laidi assassini manutengoli del potere, unica vera forza del male, si accaniscono sui figli dei figli. Ascoltateli mentre uccidono, stuprano, sventrano, scannano, invocare il dio in nome della morte, cercando di purificarsi, meschini, dei loro crimini e alimentandosi delle urla di dolore e delle pene degli altri. Quanta selvaggia ossessione per la morte e il buio attanaglia questi esseri privi di un qualsiasi afflato di umana compassione, di grazia, della forza del perdono, della deflagrazione incontenibile dell’amore. Ascoltateli, quando lordi di sangue si appellano agli avi, vantandosi del gesto ancora con la lama insanguinata, elogiati e sublimati dalla vendetta che alla morte ha già condotto tutti insieme nell’inferno del mondo. Ascoltateli, da una parte e dall’altra, le loro risate, che questi balordi ci appaiono pazzi, ma così non sono se non insani animali, «come se uno messo il piede nella mota con la mota si volesse ripulire».
Nessun futuro è concesso agli aguzzini se non rotolarsi nel loro male. La tragedia illumina, chiarisce, guarda all’orizzonte e delucida i nostri quesiti. Chi è nel giusto non lo è più, chi aveva sbagliato continua a farlo nella cieca consapevolezza di essere stato partorito da una feroce bestia e da un’altra bestia ancora. Si permettono, macchiati del sangue fino alle viscere, di pregare verso un santuario che non può essere più lo stesso, perché addirittura in nome suo gli eccidi sono stati materializzati: così infangato e infangatisi loro stessi ancor più, sperano di ascendere a un paradiso che è solo l’inferno più bieco del mondo. Non è infatti il fango purificatore dei riti nobili di un tempo, ma quello intriso di sangue incolpevole. Eccoli a inneggiare dio come eroi, di ritorno da una battaglia sleale, infimi mostri dalle forme oscene come insetti sopraggiunti dalle viscere della terra che non sanno che un dio o un eroe ha il volto e le mani intonse dell’amore.
Che sia questa abiura al tempo della vita e l’avamposto della fine? Siamo parte di un unico corpo e in questo, forse, periremo tutti insieme.
Per Codice Rosso, Francisco Soriano
[1] I Presocratici, Testimonianze e frammenti da Talete a Empedocle, a cura di Alessandro Lami, Rizzoli, Milano 2008, p. 201.

