Il Venezuela si prepara alla guerra
La televisione di Stato in modo più che legittimo ha affermato più volte, e non solo in questi giorni di crescente minaccia da parte degli Usa, la propria totale abnegazione nel difendere la «patria» dai tentativi neocolonialisti degli americani. In alcune trasmissioni televisive infatti la minaccia americana viene definita come «guerra cognitiva», nel quadro di una strategia cospirativa degli Usa tendente a inquinare l’opinione pubblica internazionale. Altri strumenti di guerra sono gli algoritmi e le AI che non solo propiziano il conflitto, ma lo avvicinano sempre di più. A parlarne qualche settimana fa sulla Venezolana de Televisón era lo specialista in psicologia e comportamenti umani Erick Rodríguez[1].
A parte la brillante definizione dell’aggressione americana come «guerra cognitiva», sembra lapalissiano affermare che il vero motivo della guerra non sono i cartelli della droga ma il petrolio. A questo però si omette di aggiungere molto altro, che è difficile far finta di non sapere. Innanzitutto gli Usa eviteranno con tutte le forze, come accadde con la crisi dei missili sovietici a Cuba, che il fronte antiamericano formato da Russia, Iran e, soprattutto, Cina, si consolidi a due passi dal suo territorio. Questa è indubbiamente la prima causa della guerra che, se non scongiurata da altri eventi, verrà. Inoltre il Venezuela ha intessuto negli ultimi anni rapporti strettissimi con l’Iran, che ha fornito al Paese sudamericano intelligence e formazione ai suoi agenti, soprattutto nel contrasto alle opposizioni interne nelle forme della più sanguinosa repressione. Che per uno Stato riconosciuto a livello internazionale sia un diritto allearsi con chi desidera è una argomentazione che non può essere molto dibattuta, ma in geopolitica e in condizioni di realismo politico alcune dinamiche sono fondamentali, almeno per comprendere quello che succede.
Uno dei ritardi dell’aggressione americana si comprende leggendo un sondaggio indetto negli Usa da Cbs/YouGov tra il 19 e il 21 novembre 2025: questo indica che il 70 per cento degli americani si oppone a un eventuale intervento armato e rivela inoltre che il 76 per cento ritiene che Trump non abbia definito con chiarezza la posizione degli Stati Uniti riguardo a un intervento militare. Per quanto concerne le operazioni contro presunte imbarcazioni coinvolte nel traffico di droga nei Caraibi e nelle aree circostanti, il 53 per cento degli americani approva l’uso della forza, mentre il restante 47 per cento si dichiara contrario. Dunque per Trump, attento solo alle variazioni di mercato in termini di ricavi economici, di preferenze degli acquirenti e cose del genere, la preparazione al conflitto richiede più tempo. Magari immaginerà le coste del Venezuela, come quelle di Gaza, analoghe a quelle dei suoi alleati emiratini, affaristi come lui alla stregua di un qualsiasi agente immobiliare che si rispetti, la futura fotocopia del nulla cosmico di una Dubai. Quest’uomo così semplice, brutale, geometrico nella sua totale ignoranza dei fondamenti della politica e del diritto internazionale, dedica il suo tempo a disastrare il pianeta con due obiettivi principali per la sua sopravvivenza: accumulare risorse economiche per se stesso e contrastare Cina e Russia – che alle loro spalle hanno, per citare un riferimento simbolico, Confucio e Dostoevskij, mentre il ringhioso gringo si ritrova il vuoto roccioso del Texas.
Tornando al Venezuela, però, pur nella considerazione della presenza a pochi chilometri dalla finestra di casa della calamità Usa, bisognerà dire quanto di incredibilmente orribile ha compiuto in questi anni Maduro. Cominciando da quello che meno importa agli americani, cioè il traffico di stupefacenti, bisogna sottolineare quanto affermato da esperti non allineanti agli Usa: è molto improbabile provare che Nicolas Maduro sia a capo di un cartello della droga, ma di sicuro ne è a conoscenza, e ne trae vantaggio. Negli anni sono stati arrestati all’estero innumerevoli ufficiali venezuelani per narcotraffico, fra questi il più noto è Hugo Carvajal, ex capo dei servizi segreti in Venezuela, che a giugno si è addirittura dichiarato colpevole di traffico di droga e altri gravi reati. Altre organizzazioni internazionali assicurano che il Venezuela fa transitare il 24 per cento di tutta la cocaina venduta nel pianeta, oltre al fatto conclamato che le élite militari si occupano di traffici illegali di carburante e gestiscono miniere illegali devastando il territorio. Il Cártel de los Soles, che gli Usa hanno dichiarato come la piovra del sistema criminale, è certo costituito da zone d’ombra gestite dalla corruzione di organi militari di alto rango, ma non ha le caratteristiche dei cartelli messicani e colombiani organizzati in modo piramidale: l’esperto Phil Gunson, nelle analisi in «El País», sottolinea come non ci siano prove certe che questa organizzazione esista. InSight Crime, uno dei più importanti siti che si occupano di narcotraffico, rafforza la convinzione di quanto sia marcio il sistema militare venezuelano affermando che vari settori delle forze armate «si comportano di fatto come organizzazioni di traffico di droga», ma che «non è chiaro se questi gruppi si coordinino gli uni con gli altri, o perfino se interagiscano». Nella breve elencazione di quanto viene sostenuto dagli organi di informazione e organizzazioni stranieri, aggiungiamo l’ultima, del 22 novembre: Reuters avverte da fonti certe l’inizio di una nuova fase in un orizzonte di guerra con gli americani nei giorni a venire. Inoltre sembrerebbe il «segreto di Pulcinella» la rivelazione che Trump ha già dispiegato agenti della Cia in Venezuela e che comunque si sta tentando una via «diplomatica» che eviti la guerra con l’accettazione da parte di Maduro di lasciare il Paese. In questa ottica, una inchiesta del «New York Times» ha segnalato un rifiuto degli Stati Uniti dell’offerta del governo di Maduro di lasciare il potere in una «transizione» di tre anni. Questo 21 novembre, in previsione di un attacco statunitense, la Federal Aviation Administration (Faa) ha lanciato un allarme sui rischi legati al sorvolo dello spazio aereo venezuelano. Il governo del Venezuela ha reagito vietando l’ingresso nel Paese a sei compagnie aeree internazionali che si erano rifiutate di riprendere i voli dopo la sospensione. Dopo l’allerta della Faa il governo del Venezuela aveva dato alle sei compagnie aeree 48 ore di tempo per riprendere i voli: sono scadute mercoledì, le sei compagnie aeree non hanno ripreso a volare in Venezuela, e per ritorsione il governo ha vietato loro l’ingresso nel Paese. Le sei compagnie sono Iberia, Tap Portugal, Gol, Latam, Avianca e Turkish Airlines.
Sempre rimanendo in un campo dell’informazione non occidentalista, o quanto meno deliberatamente contro il chavismo venezuelano (spesso con giudizi positivi), basta ricordare l’intervista di circa un anno fa al professor Gennaro Carotenuto (ha insegnato anche alla Bocconi di Milano ed è stato visiting scholar all’Università di Montevideo, alla Sorbona di Parigi e alla City University di New York)[1]. Il professore, notoriamente attento alle dinamiche chaviste del Venezuela, a pochi mesi dalle elezioni di Maduro sosteneva che le suddette si erano «svolte regolarmente e i cittadini venezuelani sono andati regolarmente alle urne dando tutti una dimostrazione di civismo. Solo dopo è stata commessa una frode elettorale che ha impedito di conoscere i risultati del voto, e voglio essere molto chiaro: questa frode è da imputare completamente a Nicolas Maduro e al suo governo». In Venezuela la frode è avvenuta con la scomparsa e non con la manipolazione delle schede elettorali. Il Comitato nazionale elettorale (Cne), ente che fa capo al governo, non ha mai pubblicato i risultati, così evitando di farci capire quanti voti siano andati ai singoli candidati. Il 28 luglio il Cne ha fornito un solo dato che parlava di 5,5 milioni di voti a Maduro e circa 4,6 milioni a Edmundo González. «E questo è stato l’unico dato pubblicato, dopodiché il sito del Cne è andato offline e lo è tuttora»[2]. Il Cne è andato in contraddizione, inoltre, laddove diffondeva poche ore prima una nota che sottolineava l’esistenza di circa 12,6 milioni di voti espressi. Dove sono finiti circa 3 milioni di voti? Aggiunge a questo punto il professor Carotenuto: «Ora, dal momento che i voti sono stati certamente 12,6 milioni, la matematica ci dice che quelli andati a Edmundo González devono essere oltre 7 milioni»[3]. Non solo González ha subito una sconfitta maturata in questo modo, ma è stato costretto a chiedere asilo politico in Spagna dove tuttora risiede. Di male in peggio, se poi si considera il caso successivo di Juan Guaidó, la cui operazione, costosissima e messa in piedi da Trump e Luis Almagro, segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani, è presto fallita. A questo punto i due leader della sinistra sudamericana, Lula da Silva e Gustavo Petro, chiesero il ritorno al voto, ma Maduro chiaramente non accettò. Maduro si sente forte della sua alleanza con la Russia e la Cina perché rappresentano due voti su cinque con diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In seguito le proteste scoppiate a Caracas sono state represse con la violenza e la nuova opposizione viene rappresentata, nonostante i premi Nobel, da María Corina Machado, estremista di destra vicina a Milei, Bolsonaro e Trump. Carotenuto rende chiare parecchie cose, così concludendo la sua disamina: «Maduro e Chavez sono personaggi imparagonabili. Innanzitutto si tratta di leader dalla statura politica molto diversa; poi l’epoca storica in cui governò Chavez fu quella di una grande ondata progressista in tutta l’America Latina. Negli anni zero del 2000 il Venezuela di Chavez era un Paese economicamente in forte crescita, mentre negli ultimi anni si è registrata una crisi economica strutturale molto importante e un’iper-inflazione causata non solo dalle sanzioni statunitensi. Per quanto riguarda l’opposizione, invece, occorre stare attenti a non illudersi: parliamo di forze politiche che organizzarono il golpe del 2002 sostenuto da Bush e da Aznar, ma anche che idearono il famoso “paro petrolero” impedendo al Venezuela di vendere il proprio petrolio. Non dimentichiamo poi che l’opposizione venezuelana è estremamente violenta: mentre negli altri Paesi possiamo quasi sempre addebitare al governo i morti nelle manifestazioni di protesta, penso al caso del Nicaragua, o al Perù, in Venezuela non sempre è così: gli oppositori hanno spesso ingaggiato sicari per ammazzare manifestanti e poi dare la colpa alla polizia, e questo è accaduto in molteplici casi dal 2002 in poi».
Le conclusioni, amarissime, da parte degli studiosi ed esperti di geopolitica e Sudamerica, non ci lasciano molti dubbi. Un quadro deficitario in ogni senso, economico, politico, sociale, in termini di violazioni ripetute e gravi dei diritti umani. Nulla di democraticamente percepibile si vede all’orizzonte da parte di una opposizione seria con programmi strutturati e una politica sociale finalmente incline a considerare una popolazione stremata dalla povertà e l’indigenza. Tempi duri e senza orizzonti in Venezuela.
Per Codice Rosso, Francisco Soriano
[1] https://www.fanpage.it/esteri/cosa-sta-succedendo-in-venezuela-e-perche-maduro-e-accusato-di-aver-commesso-brogli-elettorali/
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[1] Informes filtrados revelan planes de OTAN en guerra cognitiva contra Venezuela (19 settembre 2025). Altre notizie contenute nell’articolo sono state estrapolate da Perseverancia, fe y resistencia: Voz de la periodista Sahar Emami tras ataque israelí (31 luglio 2025) e da En Directo – VTV Canal IP

