Soggetti e Potere

In Portogallo né burqa né niqab

Qualche giorno fa il parlamento portoghese ha approvato il disegno di legge che sancirebbe il divieto di usare la mascherina in pubblico per motivi di genere o religiosi, cioè tutti gli indumenti destinati a nascondere o ostruire la vista del viso, come anche il burqa e il niqab. Eccezioni sono chiaramente previste nei casi in cui la copertura del viso sia «debitamente giustificata per motivi di salute o per motivi professionali, artistici o di intrattenimento». Il divieto, inoltre, «non si applica sugli aerei o nelle sedi diplomatiche e consolari e il viso può essere coperto anche nei luoghi di culto e in altri luoghi sacri».

Si escludono dal divieto le situazioni in cui è necessario «nascondere il volto per motivi di sicurezza o a causa delle condizioni climatiche, o quando ciò derivi da una disposizione di legge che lo consente».

Le misure si applicherebbero in tutti gli spazi pubblici, comprese «le strade e i luoghi aperti al pubblico», e «in tutti i luoghi in cui vengono erogati servizi generalmente accessibili a tutti i cittadini». Inoltre una estensione del divieto interesserebbe anche gli «eventi o allenamenti e dimostrazioni sportive». Il mancato rispetto della legge provocherebbe il pagamento di multe comprese tra 200 e 2000 euro, «in caso di negligenza», mentre in caso di condotta dolosa, le multe potrebbero arrivare dai 400 ai 4000 euro. Chiara la legge che in previsione della possibilità di chi, «mediante minaccia, violenza, coercizione, abuso di autorità o abuso di potere, costringa una o più persone a coprirsi il volto», potrebbe essere punito con una pena detentiva fino a tre anni o con una multa. La legge, se venisse definitivamente approvata, unirebbe il Portogallo ad altri Paesi europei come Austria, Francia, Belgio e Paesi Bassi, nei quali vigono divieti totali o parziali di coprirsi il volto e il capo.

La legge sarà ora discussa dalla Commissione parlamentare per gli Affari costituzionali, i diritti, le libertà e le garanzie. Il presidente Marcelo Rebelo de Sousa tuttavia potrà porre il veto o inviarla alla Corte costituzionale per la revisione dopo che la legge sarà discussa dalla Commissione parlamentare per gli Affari costituzionali, i diritti, le libertà e le garanzie.

Terminata questa disamina, ci troviamo di fronte a una serie di fattori che vanno analizzati anche in virtù dell’iter e dell’origine del disegno di legge, che è stato infatti proposto dal partito di destra Chega, con il sostegno del Psd di centro-destra e dell’Iniziativa liberale insieme al Cds-Pp. A questo blocco si è opposto quello composto dai parlamentari di sinistra, fra i quali Ps, Livre Pcp, Bloco de Esquerda, che hanno convintamente votato contro l’iniziativa.

Prima di intraprendere un’esegesi delle azioni restrittive della legge, è bene chiarire che da parte mia qualsiasi imposizione o divieto che provenga da una autorità, con una chiara intenzione coercitiva, in generale ha un vizio di legittimità nei confronti del prossimo e degli esseri umani in generale. Tuttavia è anche necessario dibattere se coprire il volto di una donna sia il risultato di un tentativo, anche quest’ultimo in molti casi coercitivo, di imporre una chiara «condizione di inferiorità», incompatibilmente con i principî di libertà, uguaglianza e dignità umana. Un altro aspetto da considerare è la posizione, in generale, proveniente dalle aree occupate dalle forze politiche della sinistra che, in più occasioni e sistematicamente, si mostrano contrarie a leggi e divieti su questioni che farebbero parte di un proprio bagaglio culturale e storico: i diritti umani e, in questo caso, il codice di abbigliamento femminile, condizione particolarmente sentita dalla popolazione di fede musulmana residente in vari Paesi occidentali. Ad esempio, nel caso specifico portoghese, il deputato del Partito socialista di centro-sinistra Pedro Delgado Alves ha votato contro il provvedimento di legge, sostenendo che «questa iniziativa è usata esclusivamente per colpire gli stranieri, coloro che hanno una fede diversa». Se così fosse, senza poter non immaginare che in alcuni casi sia proprio questo l’obiettivo, sarebbe comportamento da condannare drasticamente e senza ombra di dubbio.

Fuori dall’Europa, bisognerà tuttavia dirlo senza mezzi termini, l’imposizione del chador (quest’ultimo non consiste assolutamente nella copertura integrale del volto) ha provocato in realtà islamiche e shariatiche come l’Iran ondate di proteste e sommosse, come nel caso di Mahsa Amini, uccisa qualche anno fa dalla polizia morale per non aver correttamente indossato il velo islamico. Per molte donne iraniane e per mia testimonianza diretta, già i termini burqa, niqab, chador, pur nelle loro differenze, rappresentano, senza troppe diatribe, l’oppressione religiosa per eccellenza con la conseguenza di una lotta senza quartiere al patriarcato. Parliamo di una realtà diversa dalla nostra da molti punti di vista, anche se sarebbe sbagliato «relativizzare» il problema del codice di abbigliamento delle donne, come sembrano fare molti movimenti per i diritti umani e, sorprendentemente, organizzazioni femministe occidentali, proprio in merito ad alcuni comportamenti coercitivi contro le donne sul loro abbigliare il velo. Un punto dolente verso il quale si potrebbe molto discutere: ad esempio su dove si interrompa l’oppressione religiosa e dove invece cominci la prevaricazione/coercizione occidentale.

Nel mio sentire, la copertura islamica della donna, quando non è consenziente, rappresenta una gravissima e insopportabile lesione dei diritti umani delle stesse. Affermo questo in relazione alle esperienze vissute per lunghi anni in Iran, laddove l’imposizione del velo femminile rappresenta inconfutabilmente alcuni insopportabili valori dell’autorità e del potere preoccupati solo del controllo sociale, a partire da quello da esercitare sulle donne temute per la loro permanente opposizione al regime degli ayatollah. Tali valori possono essere così brevemente enucleati: a) il rispetto della donna al marito in quanto uomo, capo e guida dei suoi comportamenti; b) in virtù della manifestazione pubblica della sua purezza sessuale, spirituale e sentimentale nei confronti dell’uomo; c) l’espansione fisica esteriore del possesso dell’uomo sulla donna; d) il nascondimento di parti intime, come nel caso dei capelli, per reprimere negli uomini una possibile eccitazione sessuale. Per quanto mi riguarda questo comportamento, sostenuto nella realtà da questi riferimenti, rappresenta un aspetto deteriore e degradante da combattere con ogni forza e con ogni strumento che non rappresenti una ulteriore violenza.

Ridicoli, anche se talvolta utili per altri scopi, i tentativi di relativizzare la questione della copertura islamica con fattori culturali, geografici o storici, oltre che lapalissianamente per motivi religiosi, dicendo che in realtà l’utilizzo del velo sarebbe una pratica antica e pregressa allo stesso Corano in cui, tra le altre cose, non apparirebbe come imposizione esplicita in alcun suo versetto. Addirittura si scomoderebbero gli Assiri e i Babilonesi, la Penelope di Omero, Maria Maddalena e tante altre balzane questioni di matrice storico-sociologica-religiosa che nulla vogliono rappresentare se non una distrazione alla vera problematicità del codice di abbigliamento imposto alle donne. Taluni, per dimostrare che l’imposizione dell’uso del velo non è di origine esclusiva dell’islam, asseriscono ad esempio che San Paolo, nella Bibbia, dichiari il significato di sottomissione femminile attraverso l’espressione che «ogni donna che prega senza velo manca di rispetto al proprio capo. L’uomo è gloria di Dio e la donna è gloria dell’uomo». Queste elucubrazioni, seppur fondate su dati certi e inconfutabili, ci consentono tuttavia di compiere un ulteriore passo, a mio avviso, nel determinare in noi ancor di più la convinzione che le religioni assolvano con consapevolezza la disponibilità a suffragare controllo sociale, potere e coercizione in collaborazione con Stati o governi che si preoccupano esclusivamente della loro sopravvivenza con pratiche violente.

In definitiva è opportuno che in una società libera (e assolutamente laica) ogni donna possa indossare o meno il velo come meglio le aggrada. Tuttavia il velo è per le mie convinzioni uno strumento di coercizione, anche implicita, di sottomissione. Sanzionare l’inosservanza in un caso o nell’altro appare una violenza ulteriore alla quale sarebbe necessario porre rimedio con consapevolezza, mediazione e dialettica. Un ulteriore problema è rappresentato, nella maggior parte dei casi, dalla definizione e comprensione di alcune consuetudini comportamentali fra cittadini di diverse etnie e cittadini autoctoni sulla base di un principio consolidato in diritto internazionale e che è riconducibile alle condizioni di «reciprocità fra gli Stati» di provenienza e lo Stato ospitante. Infatti per comportamenti che in taluni Stati vengono sanzionati anche con violenza, in altri vengono previste soluzioni in termini di libertà di scelta. Non bisogna certo arretrare sulla garanzia di libertà se in un’altra realtà governativa quel comportamento venga sanzionato anche con azioni violente, ma bisognerebbe almeno garantire un rapporto di «comprensione» nei confronti dei propri cittadini che subirebbero ingiustamente sanzioni che nella normalità non patirebbero nel proprio Paese.

Ritengo inoltre con sofferenza che i corpi cosiddetti «estranei alla politica e alle istituzioni» (intese nella loro struttura gerarchica di potere con la possibilità di far rispettare il proprio volere anche con la coercizione), come associazioni, organizzazioni sociali di vario genere (femministe, antirazziste), movimenti, università, scuole, biblioteche, spazi creativi, non abbiano del tutto assolto alla loro effettiva funzione di filtrare e mediare situazioni di conflitto. Una condizione di confusione fra i corpi che lascia spesso un campo aperto alle scelte di chi, in nome della sicurezza, legifera e gestisce a proprio piacere e senza controllo la nostra società.

Per Codice Rosso, Francisco Soriano