L’utopia, la fabbrica e le nuvole come isole
Per Aristofane (come leggiamo nella sua celebre commedia intitolata Le nuvole, del 423 a.C.) le nuvole rappresentavano le nuove correnti del pensiero filosofico, ritenuto per lo più vacuo e inconsistente; per De André, nel suo album che si intitola sempre Le nuvole (ma che poco ha in comune con la commedia aristofanea), del 1990, esse simboleggiano invece “i potenti della finanza, della politica e dell’industria, gli intellettuali di regime, i boss dello Stato-mafia, tutti quei personaggi ingombranti che impediscono al popolo di vedere la luce del sole, cioè la verità!” (Amico fragile. Fabrizio De André si racconta a Cesare G. Romana, Sperling e Kupfer, 1991, pp. 146-147). L’immagine delle nuvole che incontriamo nel recente bel romanzo di Nicola Polizzi, Qualche volta le nuvole sembrano isole, edito da Readaction, si avvicina assai di più a quella espressa da Pasolini nel suo cortometraggio Che cosa sono le nuvole? (1967), nel quale rappresentano – come afferma il personaggio di Totò-Iago – la “straziante, meravigliosa bellezza del creato”.
Una bellezza che assume indubbie connotazioni utopistiche e da sogno, da fantasticheria che avvolge il personaggio di Elisa di uno schiacciante desiderio di andarsene e di fuggire lontano. L’azione narrativa si svolge a Marilia, una cittadina toscana fittizia sviluppatasi attorno alla SIDMAR, un’acciaieria che, “al tempo del suo massimo splendore” – come leggiamo nel romanzo, “riforniva mezzo mondo”. Una fabbrica che, come è successo da molte parti in Italia, è decaduta ed è stata ridimensionata a causa della delocalizzazione industriale lasciando – come scrive Polizzi – “disoccupazione e miseria”. Certo, nel libro vi è probabilmente un riferimento alle acciaierie di Piombino che hanno subito la stessa sorte della fittizia SIDMAR (e allora si può leggere Acciaio – 2010 – di Silvia Avallone ma anche il bello e terribile Amianto. Una storia operaia, del 2014, primo volume di una trilogia working class di Alberto Prunetti), una fabbrica siderurgica – come ci racconta l’autore – attorno alla quale si era sviluppato un processo di urbanizzazione che “aveva finito per cementificare quasi tutto il verde delle colline in modo selvaggio, creando un quartiere di casermoni di edilizia popolare che qualche assessore all’urbanistica dotato di humor inglese aveva chiamato Le Serre” (p. 31).
Elisa è un’adolescente che vive a Marilia assieme alla madre Marta (il padre Ugo, operaio delle acciaierie, è morto da diverso tempo a causa di un incidente sul lavoro, una piaga terribile che attanaglia anche la realtà), in uno spazio ‘disumanizzato’ fatto di edifici di cemento di periferia che, in una sorta di scenario distopico, hanno devastato gli spazi naturali delle colline (vengono in mente allora le colline che circondano una devastata Genova del futuro, deturpate da altissimi palazzi, raccontate da Paolo Zanotti in Bambini bonsai, 2010). In questo scenario gli individui si muovono come automi ‘zombificati’, come reliquie di una società del lavoro decaduta e imbarbarita, quando quello stesso lavoro in nome del quale sono stati realizzati quegli scempi paesaggistici, improvvisamente, viene a mancare. Restano solo disoccupazione e miseria, come bene sottolinea l’autore, e persone ridotte a non-persone, perdute in storie di solitudine e di emarginazione, come la stessa Marta, come l’ex detenuto Roberto, come il poliziotto Antonio o il giovane ‘bullo’ Jacopo. A questa spazialità disumanizzante, a questo universo “a una dimensione” (per utilizzare un’espressione di Herbert Marcuse) si contrappone l’immagine dell’isola che potrebbe apparire all’orizzonte che, come già notato, assume connotazioni utopistiche.
Non si tratta però di un’isola reale ma di una massa indistinta di nuvole che sta spuntando all’orizzonte e che assume la forma di una specie di immaginifica Atlantide: “Elisa contemplava il mare. Stava arrivando una perturbazione dalla Corsica e delle nuvole nere spuntavano all’orizzonte. Per un attimo le dettero l’impressione che un’isola emergesse davanti a Marilia da chissà quali abissi. Sorrise sognante” (p. 62). Davanti a Marilia, all’incasellamento imprigionante di palazzoni di periferia, sta emergendo l’isola del sogno e dell’utopia, della possibilità di una via di fuga, di una vita diversa; ed è soprattutto il personaggio di Elisa a saper cogliere i segnali di una intravista possibilità di cambiamento che fa capolino all’orizzonte. D’altra parte, l’immagine dell’isola, fin dalla letteratura antica, ha sempre assunto connotazioni fantastiche e utopistiche, dall’Odissea e dai romanzi greci fino ai Viaggi di Gulliver di Jonathan Swift e al Robinson Crusoe di Defoe. Come scrive Thierry Paquot, nella letteratura del Cinquecento e del Seicento l’utopia è sempre stata considerata una specie di Paese di Cuccagna, dove si vive allegramente e in ozio, da Rabelais alla Tempesta di Shakespeare. Appare però una diversa concezione nella celebre opera di Thomas More, L’utopia (1516), in cui “il lavoro è obbligatorio e l’ozio è considerato come parassitario” (T. Paquot, L’utopia ovvero un ideale equivoco, Mimesis, Milano, 2002, p. 27). Dalla società basata sul lavoro dell’utopia di More al falansterio (una struttura autosufficiente dove gli individui vivono e lavorano) di Charles Fourier, agli inizi del XIX secolo, come ribadisce Paquot, poi, il passo è breve; ed è breve anche il passaggio ai grandi complessi industriali della seconda metà del Novecento che fanno nascere attorno a sé tanti quartieri-dormitorio periferici come quello che ci racconta Polizzi: la vita delle persone, anche nel tempo libero, deve essere inesorabilmente scandita dal lavoro il cui nucleo – la fabbrica – diviene un po’ il centro pulsante del quartiere.
Ma quando questo nucleo decade e va in rovina, sottoposto alle inesorabili leggi del cambiamento delle strutture lavorative e sociali operato dal capitalismo, allora restano vuoti scheletri e simulacri: edifici industriali dismessi, mostri metallici abbandonati che si ergono come fantasmi nella campagna devastata (nella realtà basta prendere il treno locale da Campiglia Marittima a Piombino Porto per rendersene conto), edifici periferici un tempo destinati agli operai ormai in stato di abbandono, vuoti spettri di cemento che ruotano attorno a degradazione e miseria. La Marilia del romanzo è una piccola cittadina, vicina a Siena e a Grosseto (ci viene da pensare allora ai tratti di costa industrializzati e degradati fra Toscana e Lazio che vediamo nel bel lungometraggio La chimera di Alice Rohrwacher, ambientato negli anni Ottanta) ma potrebbe far venire in mente i quartieri periferici delle grandi città, sorti intorno a importanti poli industriali, poi abbandonati al degrado e alla malavita. Gli abitanti, vittime della crudele società basata sul capitale che sempre cerca nuovi approvvigionamenti e nuove vie di sopravvivenza sulla pelle delle persone, si muovono come zombie nella ripetitiva routine di una vita sempre uguale a sé stessa. Ma alcuni personaggi del romanzo, e soprattutto la giovane Elisa (lo ribadiamo, ma non vogliamo dire di più per non rovinare ai lettori il piacere della scoperta) sapranno salvarsi, scoprire un’utopia che non sarà soltanto tale, un territorio all’orizzonte che non sarà fatto solo di nuvole.
La bella scrittura di Polizzi, già rodata dalla sua opera prima Sradicati, apre diverse finestre narrative su uno spaccato sociale contemporaneo: ogni capitolo, infatti, in una sorta di montaggio alternato, segue diverse vicende e diversi personaggi in una trama che sapientemente li intreccia e li fa convergere verso il finale. L’isola sognata fatta di nuvole e il quartiere operaio frutto di una devastante utopia postmoderna poi decaduta sapranno probabilmente intrecciarsi e la prima, allora, potrà forse permettere il dischiudersi di nuove possibilità di una vita diversa, più libera e più umana.
gvs
Nicola Polizzi, Qualche volta le nuvole sembrano isole, Readaction, Roma, 2025, pp. 254, euro 22,00


