Calcio e violenza operaia in Gran Bretagna

 

[È stato recentemente tradotto in italiano il libro di John Clarke, Football hooliganism. Calcio e violenza operaia (DeriveApprodi, 2019). L’autore è stato uno dei primi studiosi ad occuparsi delle radici del fenomeno hooligan in Gran Bretagna approfondendo soprattutto il legame tra il calcio e le condotte violente dei tifosi della working class. Ne abbiamo parlato con Gioacchino Toni, autore insieme ad Alberto Molinari del volume Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978 (Mimesis, 2018), entrambi redattori di “Storia dello sport. Rivista di Storia Contemporanea”, oltre che curatori, insieme a Nicola Sbetti, del Dossier “Percorsi nella storia dello sport” per la rivista di Public History “Clionet”].
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Stando al libro di John Clarke, come si giunge al fenomeno del “Football hooliganism” a partire dallo storico legame tra calcio e working class in Gran Bretagna?

Secondo lo studioso, storicamente, in Gran Bretagna, il calcio ha rappresentato una delle poche modalità attraverso cui la working class ha potuto sottrarsi dall’alienazione che contraddistingue la società moderna soddisfacendo tanto il bisogno di emozioni forti che la possibilità di esprimerle pubblicamente. La trasformazione che, a partire dal secondo dopoguerra, ha subito in Gran Bretagna il mondo del pallone – avviatosi sempre più in direzione di una sempre maggiore professionalizzazione, commercializzazione e spettacolarizzazione –, secondo Clarke, ha avuto un ruolo importante nel generare quel sentimento di frustrazione e di malcontento nei settori giovanili popolari che sarà poi alla base dell’esplosione di quei fenomeni sempre più violenti che attraverseranno il mondo del calcio.

Nei settori popolari degli stadi della Gran Bretagna la violenza sembra però non essere mai mancata.

In quel contesto i settori popolari degli stadi sono stati storicamente occupati da individui abituati a fare i conti con la sopravvivenza sociale e con lo scontro fisico; un gioco come quello del calcio, caratterizzato dal corpo a corpo, ha dunque esercitato da subito una certa attrazione in seno ad una working class incline all’aggressività e ad una certa dose di machismo. La violenza, sostiene Clarke, agli occhi di questa componente sociale non è mai stata vista come un problema né, tantomeno, doveva essere giustificata. All’interno di quel “mondo a parte” che è lo stadio, il calcio ha consentito di formalizzare attitudini proprie della working class; secondo Clarke il calcio avrebbe rafforzato quel senso di comunità, di territorialità e di mutualità della classe operaia che nella “propria squadra” vedeva una sorta di rappresentativa della propria comunità impegnata nella “difesa del territorio” nei confronti di chi non ne faceva parte. Occorre tener presente che a lungo le squadre sono state composte da giocatori del quartiere, spesso di estrazione popolare, che, per certi versi, sono restati parte della classe di provenienza tanto in termini salariali che di stile di vita. All’interno di tale logica l’identificazione con la squadra del quartiere rappresentava un successo, o una sconfitta, tanto personale che dell’intera comunità.

A partire dal dopoguerra il rapporto tra calcio e working class in Gran Bretagna sembra cambiare.

Sì, stando a Clarke, a partire da allora il calcio si trasforma radicalmente in linea con quella che veniva presentata dall’establishment come una “società senza classi”. È in tale contesto che i club calcistici hanno voluto sostituire la tradizionale figura del fan di estrazione popolare con un “pubblico di consumatori” innescando un processo che vede la middle class appropriarsi di ciò che in passato è sempre appartenuto alla working class. Affinché il calcio potesse essere confezionato su misura per questa classe media – economicamente più redditizia per le società e a livello comportamentale meno facinorosa – occorreva ripulirlo dall’egemonia popolare: la working class, se non espulsa, andava almeno ammaestrata. Viene così a decadere la figura del tradizionale tifoso proletario che viveva, con partecipazione l’incontro calcistico della squadra del proprio quartiere, in favore della figura del consumatore che decide di assistere all’incontro di calcio scegliendo questa tra le tante forme di intrattenimento offerte. La sostituzione negli stadi dei tradizionali frequentatori con i nuovi clienti, secondo Clarke, non è dissimile da quella che ha toccato altri luoghi storici di socializzazione della working class. A cambiare infatti, non sono stati soltanto gli stadi; gli stessi pub vengono via via trasformati in divertimentifici e la concentrazione nel centro cittadino delle strutture dedicate ai giovani hanno finito con l’indebolire le comunità periferiche. È sull’onda di tali trasformazioni che, secondo lo studioso, molti giovani fan provenienti dalla working class hanno iniziato a sentirsi derubati del loro gioco e della loro squadra.

Il teppismo calcistico inizia ad essere etichettato come problema a partire dalla metà degli anni Sessanta, grazie anche alla retorica dispensata dai media.

A tal proposito, nell’ambito delle trasformazioni sociali che hanno agito sul mondo del calcio, Clarke analizza il fenomeno skinhead. Comparsi originariamente nel 1968 nell’East End di londinese, in poco tempo i gruppi skinhead hanno fatto la loro comparsa negli stadi dell’intera Gran Bretagna facendo parlare di sé a causa del loro frequente coinvolgimento in episodi di violenza, oltre che per il look decisamente connotato. Il fenomeno Skinhead viene alla luce in un’epoca di mutamenti sociali che determinano la rottura dello stile di vita della working class e la dissoluzione delle comunità tradizionali. Queste ultime hanno dovuto fare i conti con l’arrivo nei quartieri tanto di immigrati, con i relativi problemi di convivenza tra culture diverse, quanto di famiglie della middle class. L’arrivo di queste ultime, in alcuni quartieri un tempo esclusivamente popolari, è legata a quel processo di “gentrificazione” urbanistica che ha deportato molti nuclei famigliari popolari nei nuovi quartieri sorti attorno ai sobborghi più periferici determinando una progressiva sostituzione dei tradizionali nastri di abitazioni orizzontali, che correvano a stretto contatto con la vita di strada fatta di pub, negozietti e spazi comuni, con grandi ed anonimi palazzoni in verticale privi di vita sociale di strada. Tale rimozione dei vecchi spazi di socializzazione ha finito col comportare un arroccamento nei pochi luoghi rimasti, come il campo da calcio, che hanno così assunto ulteriore valenza identitaria-culturale. Se negli anni Cinquanta è stato spacciato dall’establishment il mito di vivere ormai in una società senza classi avviata all’opulenza, nei Sessanta si è invece manifestata la miseria e con essa i conflitti.

Dunque, ci sarebbe una relazione tra la crisi identitaria subita dai ceti popolari e l’incremento di violenza attorno al mondo del calcio in Gran Bretagna.

La crisi identitaria che ha investito i settori popolari in gran Bretagna, secondo Clarke, ha comportato reazioni diversificate che hanno i due estremi nella mera nostalgia del passato e nel tentativo di vedersi, negando l’evidenza, come lavoratori tutto sommato “benestanti”. Secondo Clarke gli skinhead nascono come riaffermazione delle vecchie tradizioni di una cultura minacciata da una contaminazione di valori e simboli middle-class; non a caso la “divisa” skinhead si presenta, per certi versi, come una riproposizione simbolica l’abbigliamento tradizionale della locale working class, ne è quasi una forma caricaturale ed altrettanto lo stadio finisce col divenire una sorta di sostituto dei luoghi di socializzazione tradizionali che stavano ormai scomparendo. Certo, all’interno di questo, per certi versi romantico, tentativo di mantenere il calcio all’interno della working class, anche a causa del sensazionalismo dei media, si sono aggiunti tutte le teste calde che avevano voglia di menar le mani, generando una spirale di violenza a cui il mondo del calcio, riorganizzatosi in favore di un pubblico di consumatori middle class, ha risposto con la repressione poliziesca e, forse ancor di più, con l’innalzamento spropositato del prezzo dei biglietti. È così che, stando a Clarke, alla working class sarebbe stato scippato il calcio in Gran Bretagna

Non c’è però il rischio di mitizzare il calcio del passato?

Attenzione, se il controllo del calcio professionistico non è mai stato davvero nelle mani dei tifosi di estrazione popolare, ma è pur vero che la working class, col suo modo di viverlo, aveva finito con l’egemonizzare questa forma di intrattenimento sportivo. Secondo Clarke, prima della guerra il rapporto tra i tifosi dei quartieri popolari e il calcio era ben diverso dall’attuale rapporto “spettatoriale”. All’epoca il coinvolgimento era decisamente più profondo; andare allo stadio rappresentava un’attività sociale di gruppo, la partita era davvero parte di un evento sociale ed il tifoso non era una figura neutrale, ma era parte del gruppo, un “militante” del club e del quartiere. Ciò determinava un rapporto sentimentale con la partita che veniva vissuto come un confronto tra la squadra della propria comunità e quella avversaria. Successivamente il tifoso – e qua un ruolo importante spetta senza dubbio alla televisione – si è andato trasformando in uno spettatore non più parte integrante dell’evento. Insomma, secondo Clarke, il teppismo calcistico può essere problematizzato soltanto comprendendolo come parte del “modo di contemplare il calcio” e la violenza tra tifosi avversari dovrebbe essere letta come parte di una volontà di partecipazione al gioco, una sorta di estensione della lotta sul campo, con tutte le contraddizioni del caso. Se così stanno le cose, la violenza sarebbe allora soltanto la parte più visibile dei diversi modi di assistere a una partita. Insomma, se il consumatore si limita ad osservare, i tifosi, necessariamente al plurale, intendono invece prendere parte allo spettacolo.

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