Cina: quando lo stato salva l’economia, ma non salva te

Thanos Moraitis et Yuning Shi, 28/11/2020

La risposta della Cina alla pandemia di covid19 appare in forte contrasto con quella di Trump essendo caratterizzata da una campagna di sanità pubblica molto più forte e tuttavia con scarso sostegno ai più poveri.

Il buon senso vorrebbe che la crisi sanitaria mondiale fosse trattata per mezzo della collaborazione internazionale. Ma nella pratica ciascuno Stato-nazione si confronta con la pandemia in maniera indipendente senza una risposta economica uniforme né tappe concordate per la ripresa. Dato che il capitalismo è dominato dall’ideologia neoliberista e che le decisioni prese da ciascun governo sono fortemente influenzate dalle proprie strutture di potere, dalla contingenza politica e dai rapporti di forza fra le classi, le difformità già esistenti potrebbero accentuarsi dopo la crisi.

Le differenze più importanti sono ovviamente quelle esistenti fra gli Stati Uniti, ancora oggi potenza egemonica, e la Cina, rampante aspirante all’egemonia. Il contrasto fra le risposte dei due governi mette in luce il diverso equilibrio di potere esistente fra le autorità centrali e quelle locali e fra lo stato e il mercato nei due paesi.

L’espansione senza precedenti della spesa pubblica negli Stati Uniti ha acceso discussioni sulla questione se questa crisi segna “la fine del neoliberismo” o meno. Ma proprio il contrasto fra la risposta cinese e americana ci autorizza a sollecitare il superamento della falsa dicotomia fra stato interventista forte e neoliberismo. Dovremmo piuttosto concentrarci su come le diverse strutture di potere si caratterizzano concretamente nel modo in cui ciascun paese ha affrontato la crisi finora. Il contrasto appare ancora più significativo con l’aumento delle tensioni politiche fra i due paesi, non a caso Donald Trump e Joe Biden hanno fatto campagna elettorale su chi meglio avrebbe trattato con il governo cinese.

Occorre subito precisare che per la Cina il 2020 è l’ultimo anno del 13° piano quinquennale e che il governo cinese vuole raggiungere l’obbiettivo di una “società moderatamente prospera” (quanmian jiancheng xiaokang shehui). Per gli USA d’altro canto il 2020 è un anno di elezioni generali e l’amministrazione federale avverte la pressante esigenza di ottenere risultati validi. Queste preoccupazioni hanno giocato un ruolo essenziale nell’elaborazione delle riposte dei due stati.

Il Coronavirus ha fatto la sua comparsa in Cina poco prima dell’inizio del nuovo anno lunare, un periodo che abitualmente vede un aumento dei consumi. Ma nel 2020 l’intera economia ha subito un repentino congelamento con il Coronavirus che ha scompigliato le catene di approvvigionamento nazionali e mondiali. Una settimana dopo la chiusura di Wuhan il governo americano ha decretato il divieto di ingresso per le persone che si trovavano in Cina a partire dalle due settimane precedenti la data prevista del viaggio. Ciononostante a tale divieto ha fatto seguito un mese durante il quale gli USA non hanno fatto praticamente niente per prepararsi alla crisi che si annunciava. Al contrario Trump, nel tentativo di rassicurare le borse, minimizzava il pericolo che il Covid-19 rappresentava per l’economia e la salute del popolo americano.

Malgrado le rassicurazioni di Trump, l’emergenza sanitaria ha innescato una recessione mondiale dalla quale né la Cina né gli Stati Uniti sono stati risparmiati. Il tasso di disoccupazione è rapidamente aumentato nei due paesi toccando il 6,2% in Cina il 20 febbraio e il 4,4 % negli States il 20 marzo. Più recentemente il numero delle domande di sussidio di disoccupazione ha superato negli Stati Uniti i 30 milioni, ben al di sopra di quello della crisi finanziaria del 2007-2009. Uno shock che, iniziato come emergenza sanitaria, si è trasformato in una crisi economica maggiore per Stati Uniti e Cina.

Figura 1: Indagine sui tassi di disoccupazione nelle città cinesi e sui tassi di disoccupazione negli Stati Uniti. Fonte: US Bureau of Labor Statistics, riportato da FRED, Federal Reserve Bank di St. Louis.

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Figura 2: Nuove richieste di sussidio di disoccupazione negli USA. Fonte: US Employment and Training Administration, Initial Claims, recuperato da FRED, Federal Reserve Bank di St. Louis.

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Ma le similitudini si fermano qui. Di primo acchito la struttura di potere dello stato cinese ha consentito al governo di intervenire direttamente sul mercato del lavoro. In maniera incisiva il governo cinese ha aumentato l’impiego nelle aziende di stato e stimolato investimenti pubblici su progetti infrastrutturali. In più, il coordinamento delle province operato dal governo ha permesso al PCC di far fronte crisi dell’assistenza sanitaria con considerevole efficacia. Nello stesso tempo però le politiche del governo cinese si sono concentrate sulle conseguenze macroeconomiche a lungo termine e generalmente hanno ignorato l’erogazione di un aiuto immediato alle fasce vulnerabili della popolazione.

Dall’altra parte il governo americano, fedele alla sua ideologia neoliberista, ha cercato di stimolare e difendere l’occupazione in maniera indiretta. Liquidità venivano offerte alle imprese sotto forma di prestiti, mentre si facevano raccomandazioni affinché mantenessero il numero degli effettivi. Ne è risultato un clamoroso fallimento e una straordinaria impennata del tasso di disoccupazione. In più, la maggiore indipendenza degli stati rispetto al governo federale e lo scarso coordinamento centrale hanno creato continue difficoltà nel controllo della diffusione del virus, rispetto all’azione cinese. Va detto d’altronde che l’amministrazione americana ha posto maggior attenzione all’erogazione di un aiuto immediato alle fasce sociali più deboli. Il motivo di questo atteggiamento dell’amministrazione Trump è probabilmente è costituito dall’imminenza della competizione elettorale, ma il contrasto con la politica cinese è comunque rimarchevole.

Interventi centrali e interventi locali

Non c’è alcun dubbio che le strutture dello stato cinese si sono dimostrate più efficaci nel far fronte alla crisi della sanità pubblica. Ciò è dovuto in parte al potere assoluto assicurato al governo dal sistema a partito unico che riduce i contrasti fra autorità centrali e locali.

Il governo centrale cinese stabilisce gli obbiettivi politici e coordina l’attività delle amministrazioni provinciali le quali sono responsabili della pianificazione e applicazione delle misure concrete. Il coordinamento centrale, nel caso specifico disposto dal gruppo di lavoro per la lotta contro le epidemie diretto dal primo ministro Li Keqiang, ha garantito che ciascuna provincia della Cina continentale si sia fatta carico del personale sanitario necessario per almeno una città della provincia di Hubei. La rapidissima messa in opera di due ospedali da 1600 posti letto nella città di Wuhan costruiti da una società di stato è una prova evidente dell’efficacia di questo apparato.

Il confronto con gli Stati Uniti, dove l’assenza di coordinamento centrale è amplificata dalla contrapposizione dei partiti e dal tipico conflitto fra l’ambito di responsabilità statale e quello federale, è sorprendente. Non più tardi del 31 marzo i governatori degli stati dichiaravano di essere in concorrenza con gli altri stati per l’accesso alle risorse mediche. E anche dopo che una che il segretario alla sanità e ai servizi sociali Alex Azar era stato incaricato della distribuzione centralizzata delle attrezzature mediche e che un’equipe speciale diretta dal vicepresidente si era insediata la distribuzione delle risorse tecnologiche e finanziarie è rimasta politicamente diretta ed in certi casi indirizzata ad hoc.
Dopo diverse settimane di riutilizzo di vecchie attrezzature gli ospedali di New York hanno potuto avere accesso a risorse indispensabili solo quando il presidente Trump ha sentito parlare del problema da “dei suoi amici newyorkesi”. Il conflitto fra le autorità federali e quelle statali si è progressivamente aggravato allorché il presidente incoraggiava i cittadini a “LIBERARE” alcuni stati, verosimilmente dando seguito a manifestazioni che avevano visto migliaia di persone domandare la fine delle misure di contenimento. E in effetti dodici stati fra cui la Georgia, la Carolina del sud e il tennesee hanno ben presto messo fine a tali misure. L’incompetenza dell’amministrazione Trump ha insomma aggravato la debolezza strutturale dello Stato nella gestione dell’emergenza sanitaria.

Lo Stato e il Mercato

Queste differenze di approccio, e l’atteggiamento relativo ai rapporti fra stato e mercato, si manifestano parimenti in previsione della ripresa economica.

In Cina lo stato resta un attore chiave nei processi di mercato essendo proprietario di imprese statali che, secondo le stime, producono circa il 25% del prodotto interno lordo. Gli ultimi dati riferiti al 2017-2018 mostrano che le imprese di stato offrono circa il 13% dell’occupazione urbana totale, percentuale che sale al 30% se si includono i pubblici dipendenti. In tempo di crisi questo permette al governo di intervenire direttamente nell’economia attraverso il settore pubblico. Così il 20 marzo il Consiglio di Stato ha pubblicato delle Linee Guida su come stabilizzare l’occupazione, esortando le imprese di stato, le istituzioni pubbliche e l’esercito a incrementare l’occupazione per il 2020 e il 2021, in particolare per i possessori di attestati di studio superiore. Diverse imprese statali centrali hanno iniziato ad ampliare la possibilità di impiego per diplomati e lavoratori migranti.

Contemporaneamente il governo cinese ha offerto incentivi alle imprese private affinché mantenessero la mano d’opera (precedente alla crisi). Lo stesso “documento d’indirizzo” ha proposto che le piccole e medie imprese che assumono studenti per più di un anno, ricevano un finanziamento extra. Per le piccole e medie imprese su tutto il territorio nazionale e per tutte le imprese della provincia di Hubei che non licenzieranno o che licenzieranno pochissimi lavoratori tale finanziamento potrà rappresentare il 100% del contributo per la cassa integrazione versato dalle aziende e dai lavoratori in tutto il 2019, rispettivamente il 2% della spesa salariale globale e l’1% del reddito dei dipendenti. Per tutti gli altri il finanziamento potrà coprire 3 mesi del contributo per la cassa integrazione che le aziende dovrebbero versare.

Parallelamente sono stati erogati finanziamenti pubblici per “nuove infrastrutture”, allo scopo di stimolare l’occupazione e la domanda, accelerare la ripresa e sostenere la crescita del prodotto interno lordo. Il governo centrale ha dato la priorità agli investimenti nelle industrie con forte potenzialità di incremento occupazionale, alla ricerca di nuovi progetti d’investimento che facilitino l’innovazione nei settori chiave e incrementino lo sviluppo sociale nelle zone economicamente più deboli del centro geografico e dell’occidente del paese.

Al 5 marzo venticinque province su trentuno avevano presentato nuovi progetti infrastrutturali nei loro rendiconti al governo centrale. La priorità era stata data ai ripetitori 5g, all’intelligenza artificiale, ai grandi centri di elaborazione dati e all’informatica quantistica, con lo sviluppo delle reti 5g che faceva la parte del leone. Due giganti nazionali delle telecomunicazioni, Unicom e China Telecom, hanno annunciato la loro cooperazione per la costruzione a livello nazionale di 250000 ripetitori 5g entro la fine del terzo trimestre, in anticipo rispetto ai loro piani precedenti.

Il contrasto con gli Stati Uniti è deflagrante. Li i dipendenti delle imprese private rappresentano l’85% della forza lavoro totale, mentre il numero e la dimensione delle aziende pubbliche, l’equivalente americano più vicino alle imprese di stato cinesi, sono troppo deboli per influenzare in maniera significativa la domanda di forza-lavoro. Data questa carenza di strumenti e la riluttanza a mettere in campo investimenti pubblici per creare nuova occupazione, il governo federale americano ha tentato di attenuare indirettamente gli effetti (del covid) sulla disoccupazione con il tramite di prestiti che dovrebbero incoraggiare i datori di lavoro a mantenere la loro forza-lavoro, con alcune condizioni che indicano dove questi fondi possono( o non possono) essere spesi.

Il 27 marzo è stata approvata la legge CARES (Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security). La gran parte di questo piano di rilancio da 2000 miliardi di dollari prevede prestiti a sostegno di imprese di ogni dimensione, con l’obbiettivo di ridurre il tasso di disoccupazione, aggiungendo alcune clausole restrittive. Si è visto subito chiaramente che (l’effetto positivo di) questo metodo indiretto sarà problematico. Per questo il 9 aprile la Federal Reserve ha annunciato che attuerà alcune misure supplementari per l’erogazione di prestiti sia alle imprese che agli Stati e alle comunità locali fino a 2300 miliardi di dollari. Il Tesoro americano metterà a disposizione 195 miliardi di dollari in funzione di protezione del credito.

È balzata subito in evidenza la fragilità di queste massicce iniezioni di liquidità (della Federal Reserve). Il programma dei prestiti alle grandi imprese non contiene alcuna limitazione al riacquisto di proprie azioni, alla distribuzione di dividendi, alla remunerazione dei manager o al mantenimento dei livelli occupazionali: questo permette alle imprese di attingere a questi fondi per aumentare il valore delle azioni e versare dividendi agli azionisti. Il programma, per le piccole e medie imprese, contiene qualche limitazione in più perché “gli imprenditori dovranno attenersi alle stesse limitazioni che si applicano al Cares in tema di mantenimento dei livelli di occupazione, riacquisto delle azioni e distribuzione dei dividendi”. Tuttavia i lavoratori non sono affatto protetti in quanto la Fed chiede agli imprenditori semplicemente “Ragionevoli sforzi per salvaguardare la massa salariale e conservare i dipendenti“.

Infine le piccole e medie imprese possono chiedere prestiti all’Associazione delle piccole imprese secondo il programma di protezione dei salari (PPP). Questi prestiti si trasformano in sovvenzioni se i fondi sono utilizzati al 75% per salari e stipendi, interessi su mutui ipotecari, affitti e servizi pubblici. Pertanto le imprese possono scegliere di utilizzare tali fondi come prestiti con conseguente libertà di licenziare alcuni dei loro dipendenti. Ma, cosa più importante, i fondi PPP sono stati rapidamente esauriti e si sono verificati seri problemi al momento del pagamento anche dopo l’assegnazione ufficiale al beneficiario.

Non c’è alcun dubbio che le strutture neoliberiste e finanziarie del capitalismo americano abbiano direttamente contribuito alla straordinaria esplosione della disoccupazione innescata dal coronavirus. Il sistema si è rivelato incapace di far fronte sia all’emergenza sanitaria che alla batosta subita dal lavoro salariato e dalla piccola e media impresa.

Protezione sociale

Una volta ancora, le differenze di protezione sociale dei due stati dominanti il mercato mondiale sono molto rivelatrici.

Le politiche economiche cinesi hanno puntato principalmente agli effetti macroeconomici del coronavirus, vale a dire l’occupazione e la crescita. La chiave di lettura di questa decisione è da ricercare nel fatto che il 2020 essendo l’ultimo anno del 13° piano quinquennale, è l’ultimo termine utile per il raggiungimento dell’obbiettivo dichiarato dal governo di “una società moderatamente prospera”.

Dal punto di vista del governo non resta che un solo compito da svolgere per ottenere questo risultato: far salire il reddito annuale di cinque milioni e mezzo di poveri delle zone rurali al di sopra della soglia di 2 300 yuan (340 dollari in prezzi costanti del 2010). La crisi del coronavirus ha accresciuto le difficoltà e l’incertezza per il raggiungimento di questo obbiettivo, un grande numero di lavoratori migranti, di agricoltori e di lavoratori autonomi sono a rischio di scendere al di sotto di tale soglia. Questo spiega la preoccupazione del governo di creare nuovo impiego e aumentare gli investimenti pubblici in tutto il paese.

Quello che è meno impressionante è il sostegno diretto che la Cina ha apportato al reddito degli strati dei lavoratori e altre categorie più colpite. Sono state adottate misure per garantire che le imprese continuino a pagare i loro dipendenti che riceveranno i loro salari per almeno un ciclo di pagamenti. Alla fine del 2018 il 97% della popolazione cinese era coperta dall’assicurazione pubblica di malattia nel quadro delle “cinque assicurazioni e un fondo” (wuxian yijin, comprendente la previdenza, la sanità, la disoccupazione, gli infortuni, la maternità e il fondo per problemi abitativi). I contributi sono pagati in parte dalle imprese e in parte dai lavoratori stessi con prelievo diretto in busta paga. Per quanto riguarda il Covid-19 tutte le spese sanitarie delle persone assicurate sono coperte dal settore pubblico, per 2/3 dall’assicurazione contro le malattie (pubblica) e per 1/3 dal gettito fiscale.

Non c’è stato invece alcun provvedimento del governo centrale per l’erogazione di sostegno finanziario alle famiglie rovinate e a coloro che sono caduti in miseria a causa del crollo delle attività economiche. Per esempio in Henan, la terza provincia più popolosa della Cina centrale, non vi è che una misera una tantum di 2000 yuan (282 dollari) registrata come sovvenzione speciale per la pandemia ai lavoratori dipendenti poveri. Altre province hanno continuato a utilizzare i “buoni di consumo” che possono essere spesi in beni e servizi specifici, come ad esempio il turismo, e non per gli alimentari e altri prodotti di prima necessità. Solo i buoni erogati dall’amministrazione di Wuhan sono validi per l’acquisto di beni di prima necessità, ma sono distribuiti con il principio di chi prima arriva prima alloggia e attraverso un sistema di pagamento online, cosicché i lavoratori autonomi e coloro che non possiedono uno smartphone ne sono esclusi. In definitiva per i poveri le difficoltà e le privazioni si sono aggravate.

Questa linea contrasta con l’approccio dell’amministrazione americana. Nell’ottica eventuale di consolidare la base elettorale di Trump in vista delle tornata generale di novembre, l’amministrazione si è lanciata nell’erogazione di aiuti immediati sotto forma di sussidi una tantum alle famiglie e l’estensione delle indennità di disoccupazione.

La CARES stabilisce che i cittadini con un reddito inferiore ai 75000 dollari riceveranno fino a 1200 dollari più 500 per ogni figlio minore a carico, mentre le indennità di disoccupazione sono state prorogate di 13 settimane e aumentate di 600 dollari le prestazioni sociali. Le condizioni per l’accesso al sussidio di disoccupazioni sono state rese meno rigide e i lavoratori autonomi, per la prima volta, vi hanno potuto accedere. In più gli sfratti sono stati bloccati per 4 mesi e i pignoramenti immobiliari su tutti i prestiti ipotecari garantiti dal governo federale, sono stati sospesi per 60 giorni. Inoltre una parte dei 100 miliardi destinati a sostenere gli ospedali è stato stornato a coprire le spese mediche dei cittadini non assicurati sostenute per prestazioni relative al covid-19. Ancora prima del CARES il “Families First Coronavirus Response Act” aveva introdotto un congedo familiare pagato per malattia ed emergenza che garantisce la conservazione del posto di lavoro fino alla fine del congedo e prevedeva un test di screening gratuito.

Se è innegabile il sollievo che possono comportare queste misure, controverse sono le motivazioni che hanno spinto il governo ad approvarle. L’amministrazione Trump ha optato per un intervento a breve termine, fornendo un sostegno immediato senza aumentare gli investimenti pubblici né offrire una copertura medica universale, apparentemente con lo scopo di consolidare la propria base elettorale.

È comunque importante sottolineare che a dispetto di queste misure i gruppi sociali vulnerabili negli Stati Uniti restano molto esposti. Intanto le banche possono sequestrare una parte dei sussidi una tantum a copertura di eventuali debiti, inoltre i cittadini assicurati con piani sanitari che prevedono clausole di partecipazione alla spesa o franchigie, così come quelli con piani Medicare di base dovranno pagare somme che variano da 1400 a 9000 dollari in caso di ospedalizzazione. Infine, e soprattutto, il numero esorbitante di nuove domande di sussidio di disoccupazione ha indotto il ministero del lavoro a ritardare lo smaltimento delle pratiche spingendo così i disoccupati sull’orlo della miseria.

E adesso?

La lotta contro la crisi da coronavirus ha ricatapultato lo Stato-nazione in primo piano, infischiandosi di tutti gli argomenti ideologici relativi alla supposta debolezza dello Stato nei confronti del mercato e dei capitali privati. Tuttavia, aldilà degli interventi audaci dei governi di diverse grandi economie come Stati Uniti, Regno Unito e Germania, è del tutto prematuro parlare di “ritorno del keynesianismo” o di “congelamento del neoliberismo”. L’autoritarismo e uno stato forte non sono affatto incompatibili con il neoliberismo, ma ne sono elementi importanti.

Come suggerisce Dani Rodrik i governi non agiscono secondo nuovi standard, ma piuttosto come “versioni esagerate di se stessi”. L’emergenza sanitaria mondiale per essi non è che l’occasione per perseguire e approfondire i loro precedenti progetti. Il risultato più probabile sarà che le tendenze economiche e i conflitti politici attuali andranno a intensificarsi

Ed è quello che già appare evidente. Il conflitto fra Stati Uniti e Cina sembra essersi approfondito, i due partiti politici americani fanno a gara a che meglio saprà affrontare la “minaccia cinese” , e intanto scaricano la responsabilità della pandemia sul governo cinese. Il Giappone e gli Stati Uniti stanno cercando di rilocalizzare le produzioni che si trovano attualmente in Cina o di trasferirle in altri paesi del sud-est asiatico.

I modi così diversi in cui Stati Uniti e Cina hanno finora fatto fronte alla crisi sono rivelatrici della possibile evoluzione della situazione. Lo Stato cinese dimostra di saper far fronte all’emergenza sanitaria in maniera centralizzata, con l’assunzione di misure decisive per stimolare l’attività economica facendo leva sulla proprietà pubblica delle risorse e gli investimenti pubblici nelle industrie chiave. Ma nello stesso tempo si mostra molto meno interessato a sostenere il reddito familiare e alleviare la povertà. Lo Stato americano, all’opposto, ha mostrato le sue maggiori debolezze strutturali nella gestione dell’emergenza sanitaria, mentre la sua ideologia neoliberista gli ha impedito di far fronte efficacemente alla crisi economica cosa che ha comportato un’impennata del tasso di disoccupazione. Nello stesso tempo però lo Stato americano ha sostenuto più efficacemente i poveri e gli indigenti, nonostante la miseria del neoliberismo.

Queste differenze assumeranno grande importanza nel periodo a venire, poiché ci sono pochi dubbi che padroneggiare o meno la crisi del coronavirus dipenderà dallo stato e dal settore pubblico in tutto il mondo. I mantra neoliberisti sono già stati contestati, e il loro fallimento è particolarmente evidente negli Stati Uniti e questo influirà anche nella lotta per l’egemonia con la Cina. Il declino progressivo del neoliberismo e le alterazioni dell’equilibrio nella lotta fra Stati Uniti e Cina per l’egemonia andranno a modificare i termini del dibattito sulle politiche sociali alternative nel mondo.

 

Articolo originale in francese https://www.contretemps.eu/chine-economie-covid-intervention-etat/

Traduzione di Calogero Cannarozzo

 

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