Città, Sorveglianza, Cina e Virus: intervista a Simone Pieranni

Nel maggio 2020, in questo anno così particolare, è uscito il saggio di Simone Pieranni, “Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina”, edito da Laterza. Il libro tratta dello sviluppo tecnologico e finanziario cinese degli ultimi anni che potrà segnare alcune linee fondamentali della nostra storia futura. Una sorta di capitalismo della sorveglianza, unito alle abitudini e alle pratiche del Confucianesimo e del Partito Comunista, qualcosa che potrebbe stravolgere le dinamiche mondiali della storia del capitalismo e dell’umanità stessa.

Applicazioni e sviluppo tecnologico.

Nel primo capitolo “La nuova Silicon Valley” si parla dell’applicazione delle applicazioni “WeChat” che permette al cittadini di fare tutto, ma proprio tutto: messaggi, prenotazioni, acquisti, viaggi, visite mediche e pagamenti, di ogni genere. Così potente e completa da entrare in conflitto, per i sistemi di pagamento on line, con il colosso cinese Alibaba, l’Amazon orientale e da far gola ai manager di Facebook; come scaricare Messenger o Whatsapp e poi aprire un mondo…La Cina, con le sue applicazioni di ultima generazione, si trasforma “da fabbrica del mondo a polo hub tecnologico”. Forse, in questo momento decisivo della storia del capitalismo, possiamo dire che ormai si tratta di “lasciare i nostri dati alle aziende americane o allo stato cinese”? Possiamo sperare di recuperare algoritmi, piattaforme e tecnologie in favore di un mondo diverso?

Praticamente WeChat serve per fare qualsiasi cosa; le cose che colpiscono di più ormai sono le novità che via via diventano quotidianità. L’ultima volta che sono stato in Cina, ormai un anno fa proprio per raccogliere materiale per il libro, mi aveva colpito molto la nuova funzionalità di poter dividere il conto ad esempio in un ristorante. Ma al di là di questo aspetto più secondario, è davvero il mondo con il quale si gestisce la propria vita sociale e pubblica, quindi è difficile davvero farne a meno. Di recente WhatsApp in Brasile ha lanciato un progetto pilota per consentire di pagare via app, in pratica quanto fa WeChat. Questo ha a che vedere con il modello di business, ovvero fare soldi dalle transazioni cose che oggi Facebook (intendendo con Fb, sia il social, sia Instagram sia Whatsapp); ma c’è anche l’aspetto “ecosistem” che interessa a Zuckerberg. In Cina WeChat è il cellulare.
Immaginiamoci di accendere il cell, cliccare su Messenger e non ritrovarsi nella schermata che conosciamo adesso, ma in una sorta di home page dalla quale accedere a messaggistica, social, Instagram, il conto in banca, gli acquisti, le prenotazioni ecc. Zuckerberg punta a diventare una sorta di sistema operativo delle app, dove le altre “girano” sulla sua, così come fa WeChat. Significa soldi, ma soprattutto dati. Su questi dati il discorso è aperto e non solo in Cina. Ma dobbiamo registrare che in Cina di recente ci sono state proteste contro l’uso invasivo del riconoscimento facciale anche per pagare. Nel momento in cui la tecnologia comincia a diventare troppo invasiva parte del ceto medio metropolitano comincia a porsi dei problemi etici. Di recente alcune decisioni del governo vanno incontro alle richieste dell’opinione pubblica. Forse dovremmo cominciare a guardare alla Cina non solo per quanto accade a livello di sorveglianza, ma anche per quanto accade contro il sistema di sorveglianza che dalle nostre parti sempre essere scontato, forse perché si ritiene sia meno pesante di quello cinese. Ma in futuro?

Controllo sociale e città.

Le smart city cinesi fondono gli aspetti della sicurezza personale, dell’ecologia e del controllo sociale: rilevatori di ogni genere, videocamere di sorveglianza e riconoscimenti facciali dove i cinesi ormai sono all’avanguardia. Il progetto “occhi acuti” del governo cinese rappresenta tutto un programma specializzato a controllare visi, movimenti, assembramenti e discorsi di ogni singola persona. Cosa fare di fronte a queste città del futuro che non tarderanno ad arrivare anche in Occidente e a questo capitalismo della sorveglianza?

Il progetto di smart city di fatto sublima tutte le caratteristiche della sorveglianza e permette alla Cina di ovviare ad alcuni problemi. Innanzitutto il controllo sulla popolazione. Le città cinesi da sempre sono costruite e sviluppate in modo da essere facilmente controllate. Durante il maoismo le città erano suddivise per quartieri che quasi sottolineavano le classi sociali e sia nei quartieri operai sia nei villaggi il sistema di controllo era assicurato da numerose organizzazioni formali e informali che riferivano al Partito Comunista.

Lo sviluppo edilizio e il boom urbanistico, avuto con l’“apertura” di Deng Xiaoping, ha portato a creare città centrate sulle gated community, proprio come in Occidente. Si trattava anche in questo caso di luoghi iper-controllati e “sicuri” all’interno dei quali, tra l’altro, viveva un’economia consentita e organizzata proprio dal Partito Comunista. Le smart city sono una naturale evoluzione di questo processo: città iper-controllate, basate sull’internet delle cose, controllo del traffico e dell’inquinamento. C’è però un aspetto fondamentale: chi potrà viverci in queste città? Una selezione la faranno i prezzi delle case e della vita; un secondo aspetto potrebbe essere regolato dal sistema dei crediti sociali. Pechino pensa alla classe media quando parla di smart city. È evidente come la Cina non stia proponendo solo dei nuovi sistemi urbanistici, ma dei veri e propri nuovi modelli di cittadinanza. Nelle smart city ci potrà vivere solo chi è ricco, ma tra i ricchi vi potranno accedere solo quelli che hanno un miglior punteggio. Attraverso le smart city si creano nuovi modelli sociali.

Vita e lavoro.

Nel terzo capitolo del tuo libro viene descritta la “sinizzazione dell’industria digitale mondiale”. Ormai è chiaro: il modello cinese del lavoro, manuale e digitale che sia, ha cambiato le regole del gioco, superando il modello giapponese per ore di lavoro, ritmi infernali e produzione continua di valore di ogni parte di corpo e di vita dell’essere umano. Lavoro devastante e senza soste, materassi sotto la scrivania, catene sociali spezzate, tentativi di suicidi continui, niente sonno, niente sesso, niente figli, niente vita. Nonostante le nuove tecnologie e la robotica sviluppata sembra che il capitalismo, anche quello comunque legato in qualche modo al comunismo, non possa a fare a meno del lavoro, della fatica, della working class e del suo tempo. Perché? Vi sono state proteste in Cina contro questo concetto di lavoro e di sviluppo?

Nel capitolo sul lavoro mi interessava dire due cose: in primo luogo che quel genere di sfruttamento è stato utilizzato e avallato da imprese e paesi stranieri, e che le prime lotte in questi settori sono state in Cina. L’Occidente fino a qualche anno fa (ora gli equilibri sono cambiati) criticava Pechino sul tema dei diritti umani, quando era grande protagonista dello sfruttamento di manodopera cinese, ben sapendo che in Cina i salari erano bassi, che non c’è diritto di sciopero, o che non si può neanche fondare un sindacato indipendente. Io credo che la cultura del lavoro in Cina sia un fenomeno interessante, perché se è vero che il più delle volte c’è una totale dedizione all’azienda, rimane importante sottolineare come “il cinese” sia tutt’altro che un signorsì. Fino al 2018 gli “incidenti di massa”, come vengono chiamate le proteste (pure i fatti di Tienanmen dell’89 sono considerati tali), erano migliaia all’anno: il primo motivo era proprio la questione lavoro, tra cui l’aumento dei salari, richieste di sindacalizzazione, indennizzi etc. Dal 2018 certo rileviamo anche la centralità della battaglie ambientali, ma sono calcoli di diverse Ong, considerando che il numero di questi incidenti di massa è comunque segreto di stato.

Ricerca, Coronavirus e Cina.

La Cina, in questi ultimi decenni, ha privilegiato la ricerca, soprattutto nel campo della robotica e delle nuove tecnologie digitali, nella scuola, nelle università, nella sanità. I finanziamenti nella progettazione, nelle auto e nell’intelligenza artificiale sono stati ingenti e l’utilizzo dei robot viene incentivato dal Governo cinese.
Questo sviluppo tecnologico e questi investimenti su scuola e sanità hanno contribuito ad una lotta efficace contro la pandemia in corso? Cosa ha fatto realmente la Cina contro questo virus?

La pandemia lo ha dimostrato, unendo hi tech a mobilitazione di massa: Nella storia della Cina dal 1949 a oggi, il partito comunista ha più volte «mobilitato» organi dello stato, amministrazioni e popolazione, per ottimizzare le risposte in casi di emergenza e crisi improvvise, quei «cigni neri» (gli eventi inaspettati) da cui aveva messo in allerta Xi Jinping mesi fa. La risposta all’epidemia di Sars del 2003 e il terremoto del Sichuan nel maggio del 2008 sono esempi di quanto il Pcc intenda per «mobilitazione», considerata fondamentale per quello che viene definito il «successo nella ricostruzione».
Una crisi, un’emergenza, possono creare dei meccanismi spinti dall’alto in grado di riporre il PCC al centro della scena sociale in Cina, quale motore ed equilibratore di situazioni complicate anche nel tentativo di fare dimenticare le iniziali manchevolezze della macchina politico-amministrativa.
La mobilitazione (dongyuan) è infatti un concetto fondamentale nella politica contemporanea cinese. Come ricorda Li Zhiyu in Afterlives of chinese communism (Verso, 2019) il termine «indica l’uso di un sistema ideologico da parte di un partito o di un sistema politico per incoraggiare o costringere i membri della società a partecipare a determinati obiettivi politici, economici o sociali, al fine di raggiungere risultati e un corretto dispiegamento di risorse e persone su larga scala». È quanto sta accadendo con il coronavirus.
Rilevamento di temperatura ovunque, specie nelle entrate delle metropolitane. Pulizia costante dei mezzi pubblici, laddove non ne sia stata bloccata la circolazione. Ogni città ha fatto il suo: in alcuni posti si sono ridotti gli orari di lavoro dei supermercati o dei centri commerciali per evitare rischi contagio, in altri – specie nei villaggi – tutti cercano di aiutare come possono i medici incaricati di andare di casa in casa a rilevare febbre e segnalare eventuali contagi. Con il blocco dei mezzi molti privati si sono messi a disposizione di ospedali per trasportare materiali da un luogo all’altro, dedicando l’intera giornata a questo. Qualcuno ha raccontato di temere il contagio, ma di sentire altresì la necessità di dare una mano. Esercito, medici inviati sul posto ma anche la quarantena in quindici città, la più grande della storia.
Come ha specificato He Qinghua, un funzionario della commissione nazionale sanitaria cinese: «Dobbiamo dare il massimo quanto alla capacità di mobilitazione delle comunità, specie quelle rurali, affinché tutti gli sforzi siano concentrati nel frenare la diffusione del virus». Nonostante il – grave – ritardo con cui la Cina ha cominciato ad affrontare il coronavirus e la sua diffusione, la popolazione cinese è parsa disposta a sostenere le decisioni arrivate dall’alto.

 

Simone Pieranni, laureato in Scienze Politiche, nel 2009 ha fondato China Files, agenzia editoriale con sede a Pechino che collabora con media italiani con reportage e articoli sulla Cina. Dal 2006 al 2014 ha vissuto in Cina, scrivendo per media italiani e internazionali. Dal 2014 lavora alla redazione esteri del Manifesto. Assieme a Giada Messetti, è autore del podcast sulla Cina Risciò, prodotto da Piano P.
È autore di Brand Tibet (Derive Approdi, 2010), Cina Globale (Manifestolibri, 2017), del romanzo Genova Macaia (Laterza, 2017) e di Red Mirror, il nostro futuro si scrive in Cina (Laterza, 2020).

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