Sette tesi su nascita e morte del PCI

Il marxismo deve rifiutare più di ogni altra cosa il fatto di rimanere congelato nella sua forma presente” (Rosa Luxemburg)

 

UNO. La parabola storica del PCI, dalla fondazione del ‘21 di Livorno allo scioglimento del ‘91 di Rimini segue una chiara traiettoria : si tratta della storia di un partito che nasce antisistemico per diventare compiutamente sistemico. Prima ancora della nascita del PCI questa parabola era già stata individuata nella socialdemocrazia tedesca. Pensare all’origine del PCI è ripensare il significato di un partito antisistemico che allora nacque sulla spinta della rivoluzione d’ottobre e del biennio rosso del ‘19-’20. Quando il PCI, invece, si scioglie l’URSS era praticamente finita mentre, in Italia, non solo la spinta propulsiva dell’autunno caldo si era esaurita da tempo ma, con lei, anche la stessa base materiale della conflittualità operaia del ‘900, la grande fabbrica fordista, aveva visto già una significativa frammentazione con gli anni ‘80. Il PCI si è disgregato grazie ad una tenaglia: da un lato la crisi del socialismo dei paesi dell’est dall’altro l’innovazione capitalistica dei paesi dell’ovest che, con i tempi della storia, hanno fatto evaporare lo stesso spazio sul quale poggiava quello che è stato, dal punto di vista numerico, il partito comunista più grande di occidente.

DUE.  Affermare l’evoluzione del PCI da partito antisistemico in elemento sistemico come fatto episodico, o storia di “tradimenti” e di “errori”, significa banalizzare le criticità del ‘900. Celebrarne l’origine tenendola separata dalle “deviazioni” successive è come credere che il carico di bei ricordi dell’infanzia sia uno strumento sufficiente per affrontare la complessità della vita adulta. Finanza, economia, cultura, diritto, tecnologia, comunicazione, persino arte: tutto contribuisce a formare la struttura sistemica in grado di svuotare e disgregare i partiti antisistemici. E si tratta di una struttura sistemica potente che ha fatto inghiottire nel buio della storia un partito, il PCI, con milioni di elettori, centinaia di migliaia di militanti, una presenza radicata e capillare nella società. La complessità della vita sociale delle nostre società, in grado di disgregare qualsiasi genere di organizzazione politica, è il vero bersaglio da aggredire per le entità politica che guardano ai processi di emancipazione del presente e del futuro.

TRE.  Il 21 gennaio del 1921 è un punto di riferimento ineludibile per tutto il movimento comunista italiano. I partiti che hanno voluto semplicemente rifare il PCI, magari ricordando nel rito della riesumazione il nome originario del PCdI, sono sempre stati condannati al ruolo del bonsai politico. I movimenti che hanno saputo tenere la distanza critica, interpretando la carica antisistemica del ‘21 senza l’ansia da ripetizione delle forme rituali del passato, hanno prodotto forme innovative e incisive nella politica e lasciato un’eredità comunque da considerare pur dissolvendosi, anche traumaticamente, nella complessità sociale. Il problema qui non è certo il rapporto con il passato ma, come scriveva Marx nel 18 Brumaio, l’incubo di dover continuamente tornare sui momenti critici di chi ci ha preceduto. Il rito della riesumazione non risolve i momenti critici, la giusta distanza storica – non rimuovere e non ricalcare – riporta a ciò che è vivo in cosa ci ha preceduto.

QUATTRO.  Il PCI, come tutti i partiti comunisti dell’epoca, nasce grazie a due formidabili spinte storiche: quella della rivoluzione d’ottobre, quei dieci giorni che sconvolsero davvero il mondo, e quella, rinnovata ma proveniente dal profondo del ‘700, della lotta del lavoro salariato contro il capitale. Obiettivi politici e organizzazione del partito erano consustanziali a capacità di rottura politica e alla composizione sociale di allora. Oggi, rispetto ad allora, TUTTO, dalle relazioni internazionali al lavoro, alla dimensione tecnologica, alla composizione sociale, è mutato. È rimasto il capitale nelle sue evoluzioni economiche e finanziarie che oggi si manifestano entro una nuova rivoluzione industriale quella innervata di robotica e intelligenza artificiale, una nuova maschinerie, come la chiamava Marx, che rivoluziona il mondo con una potenza ed una estensione persino superiori a quelle della prima rivoluzione industriale.

CINQUE. Il PCI all’epoca della sua massima espansione elettorale, la seconda metà degli anni ‘70, si trova a convivere con tre grandi fenomeni che, proprio perché sottovalutati, lo porteranno velocemente all’estinzione: la rivoluzione allora detta microelettronica, l’estensione della globalizzazione delle comunicazioni, il liberismo economico. Questo avviene perché il PCI, seguendo pedissequamente le linee di difesa della lira e della produzione dettate da Bankitalia dall’inizio degli anni ‘70, non aveva più anticorpi contro l’innovazione di tipo capitalistico ed era incapace di produrre una propria innovazione di modello sociale ed economico. Questo avviene anche perché la vera controrivoluzione culturale nei confronti del ‘68 è rappresentata dal PCI, l’unica forza strutturata in grado di reagire in Italia contro la spinta antisistemica dell’altro biennio rosso, quello del ‘68-’69 e l’insorgenza del ’77. E se il biennio rosso fu l’equivalente italiano della stagione della comune di Shangai e delle guardie rosse, il PCI fu l’equivalente della normalizzazione di Deng.

SEI. L’antagonismo tra una futura possibile entità comunista e il capitalismo deve essere soprattutto legato a quanto accaduto dopo il periodo di convulsione e scioglimento del PCI. Dalla fine degli anni ‘80, inizio degli anni della nostra globalizzazione, il dominio si sostanzia con l’autonomia della finanza dalla realtà, la tecnologia della produzione di ricchezza capitalistica che riduce il lavoro a flessibilità umana, la tecnologia delle comunicazione che governa i processi di composizione sociale. Una entità politica che non sa opporsi, con seria capacità di contrasto, a questi processi se si dice comunista rappresenta solo il tentativo di costruire qualcosa che in politica risulta simile agli Amish dell’Ohio: una comunità anacronistica i cui aderenti guidano la carrozza trainata col cavallo sulla strada statale dove sfrecciano veloci i pick-up.

SETTE. Una nuova entità comunista o sarà tecnologica o non sarà. La tecnologia è la forma della connessione lavorativa e sociale del capitale del presente e del futuro come i grandi spazi lavorativi e urbani erano la connessione lavorativa e sociale del capitale della prima rivoluzione industriale. Siamo passati da una dimensione urbanistica e geografica del capitalismo, e della politica, ad una dello spazio non naturale dettato dalle tecnologie. E, mentre già nei Grundrisse, in Marx è il sapere la principale forza produttiva oggi lo è la sua evoluzione: lo spazio non naturale dove si intrecciano tecnologie della comunicazione, robotica, intelligenza artificiale e flessibilità umana. La vecchia talpa non deve più scavare, si ritroverebbe su una superficie politicamente inutile, ma deve piuttosto entrare, con forza, nel capitalismo delle piattaforme come in spazi tecnologici, invisibili ad occhio nudo costituite per il dominio presente e futuro del capitale.

 

In definitiva cosa è la storia della nascita di un partito comunista? Un evento che se saputo vedere nel suo essere irrimediabilmente passato può dare delle utili indicazioni per il futuro. Per questo non serve la retorica della commemorazione ma la pratica della immaginazione e dell’innovazione: le uniche armi a disposizione per rompere la crosta dell’uniforme dominio sistemico.

 

Per codice rosso, nlp

nella foto: Luglio ’50, occupazione delle officine Reggiane (da strisciarossa)

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