Contagio, immaginario, conflitto

Può essere sicuramente interessante riprendere in mano adesso, in un momento in cui si sta profilando una seconda ondata del virus nonché drastici provvedimenti del governo per contenerla, L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, a cura di Jack Orlando e Sandro Moiso, uscito lo scorso giugno per le edizioni “Il Galeone”, un volumetto che contiene diversi interventi di autori e redattori della webzine Carmilla online. La maggior parte dei saggi sono stati scritti a caldo durante il periodo dell’emergenza della scorsa primavera e sono stati pubblicati sulla rivista online. Gli interventi hanno seguito “l’unica regola” possibile per non lasciarsi soverchiare dai fantasmi della paura e della confusione: “abitare la catastrofe per coglierne il campo delle possibilità”, come scrivono Sandro Moiso e Jack Orlando nel testo che apre il volume. Una catastrofe nata e cresciuta in seno al modo di produzione capitalistico, un sistema che, oltre a presentare numerose falle, infligge dovunque lancinanti ferite: “Questo libro vuole offrire una prima risposta agli interrogativi aperti dall’epidemia ed essere uno strumento di battaglia politica per non soccombere al futuro che questo modo di produzione ci sta preparando”. Adesso, rispetto alla scorsa primavera, stiamo già vivendo il futuro: un futuro disastroso, in cui questo sistema è già pronto a infliggerci ferite che non smetteranno di sanguinare.

La necessità di opporsi a questo sistema, a partire dalla conoscenza, viene fortemente ribadita nel primo, già citato, saggio: “Bisogna rifondare la conoscenza e liberarne le possibilità, scientifiche e non, che in quella attuale sono state limitate o rimosse per il puro interesse finanziario e politico. Quello della riappropriazione della conoscenza, non solo scientifica, è un lavoro che occorre sviluppare durante la lotta, proprio come uno dei suoi motori”. Il modo di produzione capitalistico ha devastato il paese e sperperato in inutili cattedrali nel deserto, come ad esempio la TAV in Val di Susa, invece di spendere risorse per rafforzare la sanità pubblica, magari costruendo nuovi ospedali o ampliando e migliorando quelli già esistenti. Come già per preservare la realizzazione della TAV, anche adesso lo Stato risponde soltanto con la militarizzazione e la repressione, con lo schieramento in massa di soldati armati e di polizia nelle strade, tanto più con il beneplacito della popolazione perché servono a salvaguardare la nostra salute. Anche un bambino di cinque anni capirebbe che, in un sistema veramente civile e umano, i cittadini la propria salute se la salvaguarderebbero da soli, senza bisogno né di soldati né di armi. È il sistema capitalistico che, adesso, mostra il suo aspetto più mostruosamente moderno: la repressione diffusa e generalizzata. Lo abbiamo già vissuto, prepariamoci adesso a viverlo ancora: città e strade poste sotto assedio da un controllo armato (che penetra anche nella sfera più intima e domestica delle nostre case), manco fossimo nella Parigi di Huysmans, devastata e ricostruita per meglio mantenere l’ordine sociale.

Come ribadiscono sempre Sandro Moiso e Jack Orlando, ai quali in un saggio successivo si unisce Maurice Chevalier, mentre il braccio armato del capitale vegliava sulle nostre vite, quello stesso braccio armato imponeva a innumerevoli lavoratori e operai di recarsi ugualmente al lavoro durante il periodo più pericoloso per la diffusione del virus. Industrie, fabbriche, imprese sono rimaste aperte per consentire al profitto di andare avanti, sulla pelle degli operai. Questo ci fa ben capire che a questo sistema, della salute, non importa proprio un fico secco: è un sistema che non guarda in faccia a nessuno. Nello stesso identico modo in cui può indifferentemente produrre bombe a mano o torte al cioccolato pur di creare valore e profitto, esso ci chiude in casa e ci controlla mentre contemporaneamente tiene aperte fabbriche e industrie, obbligando innumerevoli operai a recarsi al lavoro senza reali garanzie e sicurezze. Il tutto, ribadiscono gli autori, con la complicità di una diffusa incapacità organizzativa da parte degli organi sindacali: “Invece che unire e generalizzare la lotta dei lavoratori, le confederazioni sindacali li isolano impresa per impresa e delegano la difesa della salute ai rappresentanti della sicurezza (RLS). Mentre nel decreto è prevista l’ulteriore beffa dei 100 euro in busta paga per chi è costretto a lavorare”. Il provvedimento del governo, infatti, “privilegia la continuità della produzione senza imporre alle aziende il rispetto preciso delle norme di sicurezza in una sorta di autoregolamentazione, e di conseguenza non si capisce come norme rigide vengano applicate sui territori per quanto riguarda il commercio e la mobilità delle persone mentre ciò non vale per le imprese”.

A rimarcare il concetto è Sandro Moiso nel saggio successivo, un vero e proprio j’accuse contro governo e Confindustria che impongono l’apertura delle aziende mentre isolano i centri abitati con la forza militare: “Andranno processati tutti – scrive l’autore, con un piglio che può ricordare il Pasolini saggista che provocatoriamente chiedeva di processare i politici democristiani – governo vile e imprenditori avidi e sprezzanti, per un crimine contro l’umanità che mostra il vero volto della società libera, vivace e ricca in cui siamo in attesa soltanto di morire. Le aree industriali d’Italia si stanno trasformando in autentici lager che, esattamente come quelli a cielo aperto in Palestina, non hanno nulla da invidiare o rimproverare a quelli nazisti”.

Un altro tema affrontato da alcuni interventi contenuti nel volume è quello ecologico. Rivalutare un nuovo tipo di conoscenza, lucido e liberato dalle dinamiche della paura e della sottomissione, vuol dire anche rendersi conto “che crisi climatica, consumo del suolo, inquinamento industriale e Coronavirus sono strettamente collegati e che l’unica alternativa è quella di rovesciare di direzione e senso l’attuale produttivismo industrialista e capitalista, di cui il lavoro salariato costituisce l’indispensabile corollario”. Alla fine della pandemia non ci sarà green capitalism che tenga ma tale intero sistema, tutt’altro che green, continuerà come uno zombie la sua cieca guerra all’ambiente attizzando anche una ulteriore “guerra psicologica e di classe, poca guerra al virus, tanta preparazione per i giochi militari e geopolitici, tutt’altro che pacifici” all’interno di una crisi economica globale mai vista prima. Quando il complottismo è al servizio del potere allora si può pensarla come Trump, che chiama “cinese” il virus affilando così le armi contro un nuovo nemico. Il presidente americano ha ribadito la sua posizione anche recentemente, dopo essere guarito dal Covid, in una dichiarazione che suona già come una guerra aperta: “Con la potenza della scienza e della medicina Usa, sradicheremo il virus cinese”. E, nonostante sia stato egli stesso colpito dal virus, sembra sottovalutarne sprezzantemente la pericolosità parlando ad una folla di sostenitori molti dei quali senza mascherina, con accenti quasi di follia (e sarebbe veramente grave se una vera e propria forma di follia presiedesse la Casa Bianca).

Giovanni Iozzoli, seguendo la sua vena di scrittore, riveste il suo intervento di una dimensione più lirica e narrativa concentrandosi anche e soprattutto sulla rivolta del carcere di Modena (nonché sulle varie rivolte carcerarie avvenute in Italia), sua città di adozione. Domenica 8 marzo nove detenuti muoiono durante la rivolta al carcere modenese e nessuno si mobiliterà per loro nella società civile, non ci sarà nessuna indignazione, nessun dibattito pubblico. Morti invisibili e dimenticati di una sofferenza relegata ai confini dell’umanità; esseri umani trattati come bestie in un canile o carne da macello: “Per loro non c’è stata nessuna mobilitazione della società civile, nessuna indignazione, nessun dibattito si è aperto: il sindaco ha mandato persino una squadra di imbianchini a coprire celermente qualche scritta solidale comparsa sui muri della città, tanto per calibrare le emergenze”.

Fabio Ciabatti, dal canto suo, attua una interessante analisi in chiave marxiana: “Quello che vorrei sostenere è che – scrive – per quanto paradossale possa sembrare, per isolarci al massimo al fine di evitare il contagio abbiamo bisogno del livello più alto possibile di sviluppo dei rapporti sociali”. “Avremmo cioè bisogno – continua – di una società che cominciasse a orientarsi in base al vecchio motto marxiano «a ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità». “Stiamo parlando di una società che dovrebbe provvedere ai bisogni di tutti, sia a livello strettamente medico che a livello socio-economico: capillare assistenza attraverso una sanità organizzata sul territorio, cure adeguate nei reparti ospedalieri, sussidi dignitosi per chi ha perso reddito e lavoro, distribuzione porta a porta di beni e servizi soprattutto per le persone più a rischio e così via”. Ancora una volta viene ribadita l’incessante lotta da portare avanti: quella contro il sistema di produzione capitalistico che persegue solamente l’incessante autovalorizzazione del capitale.

La crisi pandemica viene sondata con sguardo più socio-filosofico, se così si può dire, da Gioacchino Toni, il quale attua diverse connessioni anche con l’immaginario televisivo e cinematografico. La macchina statuale, infatti, mette in moto le dinamiche del controllo e del consenso, propinando alla popolazione un diffuso clima di emergenza permanente che dura anche adesso. Cogliendo al volo la situazione offerta dalla pandemia, la scuola e l’università si sono affidate ciecamente alla didattica a distanza, la quale rientra in modo robotico ed abnorme all’interno delle spettrali dinamiche di controllo e di coercizione che tendono a riformulare complessivamente il sistema didattico. In esse rientra anche la “pedagogia delle competenze” pianificata presso agenzie e fondazioni imprenditoriali, la quale avrebbe il compito di “fornire a un mercato del lavoro fluido e globalizzato giovani malleabili e utilizzabili nei più diversi contesti, dotati di capacità di adattamento e del tutto privi di contenuti problematizzati”. Come nota Angélique del Rey, studiosa che svolge attività didattica nella periferia parigina, attraverso la valutazione, presentata come oggettiva, “gli individui tendono ad accettare la loro collocazione all’interno della piramide sociale in quanto, una volta introiettata la logica della valutazione, ritengono essere quella che ‘giustamente’ compete loro”. Affidarsi in modo cieco alla Rete e alla tecnologia, anche per quanto concerne la didattica, nasconde pericolosi tranelli. L’apparente dinamica libertaria che investe la Rete è sormontata dalla propaganda di alcuni colossi informatici e gruppi di potere. Anche nella Rete, insomma, agisce indisturbato il sistema capitalistico. Come hanno dimostrato Pablo Calzeroni in un interessante studio (Narcisismo digitale. Critica dell’intelligenza collettiva nell’era del capitalismo della sorveglianza, Mimesis, Milano-Udine 2019) e il gruppo Ippolita (ad esempio, Il lato oscuro di Google. L’informatica del dominio, Milieu edizioni – Ippolita, Milano 2018), Google è davvero una macchina che si costruisce sfruttando a fini commerciali l’utilizzo che ne fanno gli utenti, i quali immettono volontariamente e continuamente dati che li riguardano sui social network. Non a caso, Google Meet, la piattaforma utilizzata dalle scuole per la didattica a distanza, ha gettato la maschera: dal 30 settembre, le riunioni con più di cento partecipanti sono diventate a pagamento e possiamo prevedere che, progressivamente, la formula del pagamento verrà estesa anche a riunioni con meno partecipanti. La tanto decantata democraticità e libertà del web (e della didattica a distanza) è soltanto una ambigua menzogna. L’analisi di Toni si concentra poi su alcune dinamiche messe in atto dalla Serie Black Mirror (dal 2011), ideata da Charlie Brooker, la quale, “fortemente critica nei confronti dell’uso che viene fatto della tecnologia, suggerisce ripetutamente allo spettatore di non fidarsi delle apparenze e lo invita a modificare il modo con cui guardare le cose”. D’altra parte, le passioni che vengono mostrate nella serie sono fredde e destinate ben presto alla disillusione: ogni piacere si rivela falso, distorto e perverso mentre le stesse passioni divengono merci fra le merci.

Per concludere si può affermare che l’analisi messa in atto da L’epidemia delle emergenze rappresenta un vero e proprio atto di lucidità interpretativa all’interno di una confusione sociale attraversata da paura, rabbia, sconforto, irrazionalità diffusa. Non possiamo credere di vivere dentro una narrazione distopica, un mondo virtuale alla Matrix o dentro una brutta fiaba. Ci ritroviamo, adesso più che mai, all’interno del crudele mondo reale attraversato dalla devastante spersonalizzazione operata dal sistema capitalistico. E adesso che si profila un nuovo periodo difficile e ben reale non possiamo trovarci impreparati, non possiamo rinunciare alla lucidità di fronte a innumerevoli orrori spersonalizzanti che, possiamo starne certi, stanno per pioverci addosso.

Guy van Stratten

 

(L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto, a cura di Jack Orlando e Sandro Moiso, Il Galeone Editore, Roma, 2020, pp. 141, € 13,00)

 

 

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