I mostri del quotidiano: “America Latina” dei fratelli D’Innocenzo
Il recente film dei fratelli D’Innocenzo, America Latina (2021), affresca un panorama estremamente desolato dell’Italia contemporanea, che si riflette nella rappresentazione del paesaggio dei dintorni di Latina dove si ambienta la storia. Le prime inquadrature sono costituite da un movimento veloce che mostra una specie di viaggio infernale nella periferia italiana, segnata dalla desolazione e dalla violenza di un quotidiano che si ripete nei suoi gesti insignificanti. La macchina da presa inquadra campi, case basse e un treno in corsa fino a portarci dentro il giardino della villa di Massimo (un bravissimo Elio Germano), un dentista quarantacinquenne affermato e benestante. La rappresentazione degli spazi e di come i personaggi si muovono in essi è sicuramente il punto di forza del film. La stessa villa del protagonista, da un punto di vista architettonico, è un vero e proprio pugno in un occhio: un blocco di cemento senza anima, composto quasi esclusivamente di vetrate, al cui ingresso si accede mediante una specie di rampa che si innalza a fianco di una piscina a forma di spicchio. In questa spazialità anonima e grigia l’esistenza del protagonista scorre relativamente tranquilla, accompagnata dalla presenza rassicurante della leggiadra moglie e delle due figlie, tratteggiate come due “fanciulle in fiore” che sembrano uscite dall’atmosfera lisergica di Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock, 1975) di Peter Weir.
La villa e il giardino sono gli spazi che racchiudono e serrano la mente di Massimo in un vuoto oscuro, un vuoto racchiuso da architetture geometriche e imprigionanti, quasi come quelle che circondano il giardino dell’elegante villa dove sono costretti a vivere rinchiusi i figli della famiglia borghese tratteggiata in Dogtooth (Kynodontas, 2009) di Yorgos Lanthimos. Se questi ultimi sono preda di un ossessivo controllo ‘a fin di bene’ da parte dei genitori, un controllo che genera mostri, il protagonista di America Latina è inserito nella macina di una quotidianità tanto semplice e banale quanto ‘mostruosa’, intrappolata nelle linee rigide e geometriche dell’architettura e della spazialità della villa. In un lembo d’Italia devastata, il personaggio vive nella sua specie di bunker elegante all’interno (ma che, all’esterno, appare come un vero e proprio ‘ecomostro’), insieme alla sua eterea famiglia. La moglie e le figlie sono caratterizzate da una leggiadria estrema e appaiono sempre in scena vestite candidamente di bianco. Ma lentamente, nella mente del personaggio qualcosa comincia a incrinarsi nel momento in cui scopre nella sua cantina un qualcosa di terribile e perturbante. Perché è lì? Sembrerebbe un’allucinazione della sua mente sconvolta ma, nel corso della storia, si capisce che è ben reale, una mostruosità nascosta negli interstizi di un elegante e squallido nido borghese. La cantina è sporca, disseminata di immondizia e di bottiglie di plastica, quasi fosse la rappresentazione, sotto forma di microcosmo, dell’ambiente che circonda la villa, devastato dall’edilizia selvaggia, dalle discariche, da fabbriche e aziende in attività oppure smantellate (nelle vicinanze si trova anche una vecchia centrale nucleare dismessa), delocalizzate, allontanate in altre periferie del mondo.
Lo spazio in cui si muove Massimo è lo specchio della sua mente devastata. È una provincia italiana anch’essa devastata e abbandonata a sé stessa, solcata dal personaggio in tristi e malinconiche peregrinazioni col suo lussuoso Suv; un paesaggio che avvolge e racchiude il personaggio nelle sue scorribande solitarie o insieme all’unico amico col quale trascorre le serate a bere birra nei campi brumosi. Tutto il film è costruito su un contrasto tra lontano e vicino: tra le panoramiche che mostrano l’automobile del personaggio che solca malinconiche campagne e i primi piani su volti spenti e annichiliti, come quello del padre del protagonista. Del volto di quest’ultimo, quando Massimo si reca a fargli visita, vediamo solo dei primissimi piani: si tratta di un volto segnato da noia e abitudine incancrenite in una barba incolta e capelli perennemente spettinati. Dell’ambiente circostante si vede pochissimo, lembi di una povera casa di periferia nella quale l’uomo, che odia e disprezza il figlio, conduce la sua esistenza. La visita al padre è un momento in cui emerge tutta la mostruosità di esistenze trascinate nell’inconsistenza di vuoti valori, da una parte una solitudine che si perde nell’odio, dall’altra una vita segnata da piccoli salvagenti esistenziali nella mostruosità del quotidiano: un lavoro solido e ben remunerato, un po’ di benessere, un’auto elegante, una villa. Ma quando quei salvagenti non bastano più emerge il lato oscuro: ecco che il tenebroso dolore che trascina il personaggio in un vicolo cieco è quasi insostenibile da parte dello spettatore perché mostrato nella sua oggettività più profonda. Massimo fa parte di un universo devastato, lo stesso che nel precedente film dei fratelli D’Innocenzo, Favolacce (2020), era emerso in forma corale. Adesso, il protagonista di America Latina è però solo, preda di un demone individuale e individualista, esattamente come quell’Italia che lo circonda. Quella del personaggio è un po’ l’emblema dell’esistenza di molti individui, intrappolati nei propri gesti quotidiani e ripetitivi: il lavoro, la famiglia con una parvenza di felicità, la continua ricerca del benessere economico.
Perché il film, in definitiva, mostra egregiamente il vuoto culturale e socio-politico da cui pare avvolto questo paese. Gli spazi che serrano e racchiudono il personaggio sono gli spettri di un’apocalisse culturale già avvenuta, di una devastazione lenta e diffusa. E se il finale ci offrirà una sorpresa narrativa degna di The Others (Los Otros, 2001) di Alejandro Amenábar che non si può assolutamente rivelare, il personaggio rimarrà inesorabilmente inchiodato ai suoi mostri del quotidiano. Mostri che hanno devastato e continuano a devastare la coscienza di un intero paese.
gvs

