Il bisogno di un’eresia

In un precedente articolo intitolato “Sulla necessità di teoria attuale”, abbiamo già detto come per quanto riguardi gli anni ‘60/’70 non si possa non riconoscere l’emergere sia di produzione teorica che
di pratiche fortemente contaminate, sincretistiche, ad un netto “rimescolamento di carte”. Sebbene tendenze del genere spesso siano testimonianze esteriori di crisi sostanziali, ed il periodo possa
essere interpretato dunque come un periodo di crisi del politico, è vero anche che questi stessi periodi si possono rivelare molto produttivi, grazie anche all’apporto di soluzioni teoriche nuove ed innovative.
Come si dice in gergo, ogni crisi nasconde un’opportunità. C’è chi ha studiato l’andamento delle grandi rivoluzioni teoriche, come Kuhn e prima ancora il francese Bachelard, di cui infatti parleremo più
avanti. Sono questi autori che analizzano l’andamento, il dinamismo interno e la capacità di rottura di alcune grandi rivoluzioni scientifiche.
Come abbiamo scritto nel succitato articolo le necessità di innovazione sperimentate negli anni ’70 si ripresentano oggi, magari sotto veste diversa, con declinazioni differenti ma con un isomorfismo,
un’identità formale almeno in un punto, tra i due contesti storici: senza scadere negli eclettismi, c’è bisogno di pratiche e teorie che aggiornino fortemente la nostra agenda politica.
Da un punto di vista storico, è forse nel secondo dopoguerra che certa tradizione rivoluzionaria marxista entra in crisi, almeno la sua anima più tradizionale ed ortodossa. Cerchiamo di individuarne
degli indici storici: non c’è paese in Occidente che non possieda, all’indomani della seconda guerra mondiale, un partito comunista forte. Ora, il PCI italiano di questo periodo non è niente di
rivoluzionario, è una grande socialdemocrazia, premessa storica perfetta per l’attuale PD. La scienza politica sostiene che il cosiddetto elettorato fluttuante nelle democrazie rappresentative sia
determinante, il voto diciamo non ideologico, di chi sceglie in base ad un presunto programma di governo, generalmente verso il centro. Un dato che ci suggerisce come il fenomeno democrazia
rappresentativa, applicato ai fenomeni di massa mitighi, nella ricerca di un consenso non ideologico, stemperi come sistema ogni radicalità in una medietà, sintetica e collettiva. E’ forse il teatro della
democrazia rappresentativa statale il limite storico in cui è precipitata la categoria del politico nel marxismo occidentale da un certo punto in poi. Da qui in poi si è aperta la sua crisi. Non è un limite da
poco. Accettare ad oltranza il gioco democratico rappresentativo ha prodotto l’etica del lavoro, una cooptazione della classe operaia su base nazionale, con l’inganno della rivoluzione a venire, della
seconda venuta del cristo, alla ricostruzione del capitalismo nazionale. Una responsabilità storica non da poco che si può tranquillamente imputare al PCI, con ricadute drammatiche negli anni
successivi sul piano del conflitto capitale/lavoro, che in una prospettiva autenticamente marxista non può che essere centrale. Il destino della classe operaia occidentale è l’altro indice eloquentissimo:
da soggetto principe di una rivoluzione palingenetica a grande promessa mancata, nel mancato passaggio storico cruciale in Marx dell’in se e del per se, oggi scomposta, mera “costellazione” di
redditi depauperati, precaria, atomizzata.
Ora, sempre nell’articolo “Sulla necessità di teoria attuale” abbiamo citato Louis Althusser come autore paradigmatico per questa fase. Nella sua opera filosofica si sconta l’aut aut storico , un aut aut
tipico appunto dei periodi di crisi, tra ortodossia e spirito di innovazione. La strategia di Althusser si pone aristotelicamente nel mezzo: ne difesa ottusa del passato ne iconoclastia, ma tentativo di
comprensione delle ragioni strutturali di una crisi, tentativo di illuminazione, dove si cerchi di adattare a cambiamenti storici le declinazioni teoriche, o meglio, di portare teorie produttive incontro alla
storia, giacchè con Althusser il marxismo cessa di essere hegelianamente un riflesso della storia in quanto filosofia, per diventare altro, cercare produttivamente di esprimere potenza, essere in quanto
TEORIA uno stesso agente della storia. Il marxismo entra così in campo costruttivista. Due sono le grandi influenze di Althusser , Bachelard e Spinoza, ed in questo articolo ci occuperemo
principalmente del primo.
Uno dei grandi temi affrontati da Louis Althusser spinge a porre Marx in forte linea di discontinuità con i suoi scolasticamente illustri predecessori, Hegel e gli economisti inglesi in primis. Al contrario di
quanto insegni un qualsiasi corso di filosofia liceale, Marx non sarebbe un “Ricardo generalizzato” attraverso la dialettica hegeliana, nemmeno un Hegel rovesciato sul piano del terreno filosofico, il
materialismo in luogo dell’idealismo. Secondo Althusser Marx compie un’autentica rottura epistemologica, cioè una rivoluzione scientifica, rispetto agli altri sopra citati. Il concetto di rottura
epistemologica viene appunto desunto da Bachelard.
In uno dei suoi più celebri capolavori, il saggio seminariale “L’oggetto del Capitale”, parla di una lettura sintomale: il testo è doppio, consta di un aspetto formale che poggia sulla discorsività
contemporanea rispetto a Marx e su uno più sostanziale, che guarda oltre i suoi contemporanei teorici. Un testo a cui si guarda, perché contiene importanti indicazioni di metodo è “L’introduzione alla
critica dell’Economia Politica”, testo del 1857, contenente due importanti indicazioni di metodo:
1) Tesi materialista del primato del reale sul pensiero; il pensiero del reale presuppone l’esistenza del reale indipendentemente dal suo pensiero.
2) Tesi materialista della specificità del pensiero nei confronti del reale; non si devono confondere i due ordini.
L’economia politica inoltre, sostiene sempre Marx può procedere con due metodi:
1) Si parte da una totalità vivente
2) Si parte da nozioni semplici
Marx sceglie la seconda opzione, ed è questo il terreno su cui compie la propria rottura, la propria rivoluzione. Ricardo e Smith non riescono a distinguere il plusvalore dalle sue forme di esistenza,
ossia il profitto, la rendita e l’interesse.
Stiamo entrando adesso nel vivo della polemica aperta dal filosofo francese nel cuore del dibattito marxista. Qui, prova ad affermare la propria tesi con una operazione dialettica, portando una critica
feroce al proprio diretto avversario teorico. Secondo Althusser il marxismo non può essere, al contrario di quanto sostenne Gramsci, uno “storicismo assoluto”. Questo attacco a Gramsci in realtà
rappresenta un colpo indiretto; ciò a cui si punta è il quadro, lo sfondo teorico e filosofico su cui si staglia per esempio anche Gramsci: Hegel. Hegel sarà il grande avversario praticamente di buona
parte degli autori che scriveranno negli anni ruggenti e critici dei ’70, di tutti i francesi sicuramente, non solo di Althusser ma anche di Deleuze, Foucault ed un po’ tutto il filone post strutturalista.
Althusser rifiuta la natura storicista del marxismo per portare una critica al tempo storico hegeliano, nel quale si rifletterebbe l’essenza della storia. Sono due le caratteristiche principali di questa
concezione della storia: la continuità omogenea e la contemporaneità del tempo. Con continuità omogenea si intende il tempo come continuo, all’interno del quale si manifesterebbe la dialettica del
processo di sviluppo dell’idea; i momenti di questo sarebbero i momenti storici, come ritagli in questo continuo di tempo. Per contemporaneità del tempo si definisce la categoria del presente storico,
come condizione di possibilità della continuità omogenea; tutti gli elementi coesistono nelle stesso tempo. Sono due considerazioni che consentono di preparare un terzo concetto, quello di SEZIONE
D’ESSENZA, inteso come taglio del presente che mette in comunicazione tra di loro, in un rapporto immediato, ogni elemento. Tutto è dato in compresenza, in un rapporto olistico, le parti esprimono la
totalità. Il presente diviene l’orizzonte di ogni sapere, ripetendo pedissequamente la nota formula di Hegel, secondo cui nessuno potrebbe oltrepassare il proprio tempo.
Althusser, a questo punto si pone il compito di ricavare dalla concezione marxiana del tutto sociale il relativo concetto di tempo storico; la discontinuità tra Hegel e Merx esige tutto ciò, giacchè quella
hegeliana è una concezione puramente idealistica ed ideologica: la nozione di tempo, fondamentale in filosofia sin da Eraclito e Platone, è determinante anche in politica, orientando per esempio la
percezione di un evento come la “rivoluzione”, evento che appartiene al campo dello storico, struttura della categoria del tempo, come sua variabile dipendente; è un’esigenza dell’attualità, la
comprensione tempistica di un’ipotesi di trasformazione sociale.
Ora, secondo l’analisi che stiamo seguendo esiste una differenza netta tra il tutto marxiano e quello hegeliano. Il primo è complesso, con livelli relativamente autonomi ma articolati, in ultima istanza,
dall’economia. Possiede, come tutto organico gerarchizzato, una struttura a dominante. I diversi livelli conoscono, spinozianamente, tempistiche loro, specifiche. Ecco che il tempo continuo ed
omogeneo non può più essere considerato come il tempo della storia. I diversi livelli hanno diversi tipi di esistenza storica. Althusser porta l’esempio del tempo della produzione, che è invisibile,
accessibile solo nel suo concetto, perché non allineato al tempo della vita, in quanto risultato di tempi diversi che scandiscono la produzione, la distribuzione e la circolazione. E’ a questo punto che
viene presentata una nozione positiva di tempo storica, che vada ad affermare un’idea alternativa, che Althusser chiama PRESENTE DELLA CONGIUNTURA: tempo storico pensato nell’unità di una
struttura complessa, di ogni ritardo, anticipo, disuguaglianza o differenza di sviluppo, coesistente nella struttura di tempo reale. La nosta SURDETERMINAZIONE althusseriana afferisce anche a
questo gioco che si instaura tra un elemento ed il tutto, tra gli elementi in un dinamismo interno costante. Occorre ora, forti di una nozione di tempo, dare un oggetto teorico alla storia. Partiamo dal
concetto ideologico di storia: instaura una dialettica tra l’essenza ed il fenomeno, come per l’”economicismo” dove tutto il non economico viene spiegato alla luce dell’economico. Oppure esalta il ruolo
dell’individuo nella storia, perché privo di un concetto di esistenza storica dell’individualità. Cosa che nel sistema capitalista, dice Althusser facendo esplicito riferimento a Marx, dovrebbe risolversi nella
divisione del lavoro, nella cosiddetta “coscienza di classe”. L’errore madre dello “storicismo assoluto” insomma sta nell’equivoco fatto tra lo sviluppo storico e quello logico, nell’avere cancellato anzi il
materialismo dialettico dietro quello storico. La critica a Gramsci punta dritta al celebre testo “Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce” dove il marxismo viene individuato come ideologia,
intesa come grande concezione del mondo. L’ideologia si sostanzia come dimensione etica, e pratica degli uomini, ma anche teoretica, all’interno della quale gli uomini formerebbero una visione del
mondo ed una regola di condotta. Per questo secondo Gramsci il marxismo deve essere uno storicismo: sintetizza al proprio interno ogni disciplina in quanto ideologia rivoluzionaria, tutto diventa una
cosa sola. Gramsci taccia di metafisico il materialismo dialettico. Se si accetta il solo materialismo storico e vi si aggiunge una autentica teoria della storia (Hegel), ecco che si ottiene il campo della
problematica teorica dello storicismo marxista. Il risultato è la precipitazione, la caduta di una teoria della storia nella storia reale. Si scambia l’oggetto di conoscenza con l’oggetto reale. Come
scrivevamo prima, Marx non eredita ma rivoluziona. La rivoluzione si verifica nel campo della problematica teorica, principalmente con l’introduzione della nozione di plusvalore. Ora, trasformare la
definizione dell’oggetto significa anche trasformare l’oggetto o comunque che sta a significare che si stia parlando o di un oggetto nuovo oppure in modo diverso del medesimo oggetto. Comunque,
questo porre una nuova definizione determina una rivoluzione, ed è per questo che il marxismo deve essere fatto risalire nel solco della rottura storica. Questa è una premessa del vero metodo
scientifico, il processo di produzione incessante di una conoscenza, la trasformazione costante dell’oggetto concettuale che spinge sempre verso ulteriori approfondimenti dell’oggetto reale.
Questo Marx, della rottura epistemologica Althusser lo deriva dallo studio di Bachelard, epistemologo francese del primo novecento, a cui si deve appunto la nozione di rottura epistemologica, intesa
come scoperta parziale capace di riorientare l’intero sapere della disciplina e non solo. L’andamento della scienza secondo un autore come Bachelard procederebbe attraverso rivoluzioni, costanti, in
una successione di paradigmi, che si sfidano e si contaminano. Perché la politica rivoluzionaria non dovrebbe riuscire ad esprimere questa direzione evolutiva? La politica dovrebbe essere sempre
capace di riorientarsi verso nuovi obiettivi di rottura e creatività realizzatrice. Bachelard, è uno dei pionieri del pensiero epistemologico, che cerca di gettare un ponte tra la filosofia e pensiero
scientifico. Predica una perfetta alternanza di razionalismo ed empirismo, a priori ed a posteriori, valori razionali e sperimentali. La scienza perciò necessita di una filosofia perfettamente multipolare.
Ora, la scienza è appunto quella che Bachelard chiama “disciplina aperta”, secondo i principi interni di innovazione di cui abbiamo parlato. Un compito teorico dell’attualità dovrebbe essere quello di
secolarizzare il pensiero rivoluzionario, di renderlo di nuovo scientifico, come una disciplina aperta. La ricerca sperimentale di nuove pratiche, la contaminazione teorica, la ricerca di nuovi concetti, la
capacità di cogliere il reale storico secondo i suoi tratti evolutivi o involutivi più generali o specifici, deve diventare la nuova agenda intorno alla quale riorganizzare la categoria del politico.

Diego Sarri

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