Sul primato della pratica e la sua proliferazione conflittuale

In un precedente articolo, intitolato “Il bisogno di un’eresia” abbiamo
predicato l’esigenza di apertura, inteso sia come adattamento
attualizzante che come produzione attiva di agire politico, delle
discipline e pratiche rivoluzionarie. Siamo arrivati, sempre nel suddetto
articolo a sostenere ciò analizzando ed esasperando il ruolo di
Bachelard in Althusser. Sempre nel medesimo testo abbiamo citato,
abbozzato, un’altra grande influenza subita dallo stesso Althusser:
Spinoza. Ebbene, con un’analisi identica, tesa ad enucleare ed
esasperare il ruolo di Spinoza in Althusser proveremo ad evincere altri
principi verso i quali la pratica teorica rivoluzionaria, a nostro giudizio,
dovrebbe orientarsi. Parliamo del primato della pratica, e per pratica si
intenda anche la teoria, la pratica teorica appunto, ed è infatti la
natura pratica e mai trascendentale che ogni dottrina rivoluzionaria
vincente dovrebbe possedere che noi predichiamo, nonché la sua
“proliferazione”, proliferazione di conflitto, generazione tutta pratica di
nodi cioè di conflittualità sul terreno, mai riduzionistico, della
complessità sociale.
Un testo capitale per la produzione della nozione di primato della
pratica, nell’opera di Althusser è sicuramente “Dal Capitale alla
filosofia di Marx”, contenuto nel testo, capolavoro seminariale,
intitolato “Leggere il Capitale”. In questo saggio, il filosofo francese
affronta una questione filosofica di natura “gnoseologica”, attinente
alla teoria della conoscenza cioè. Ebbene, uno dei bersagli polemici
qui sarebbe la teoria della conoscenza di matrice empiristica. Ora, il
campo problematico della conoscenza sul terreno empirista viene espresso
da Althusser in tre punti sostanziali:
1) La conoscenza è contenuta nel reale come sua parte
2) La conoscenza è separazione tra due parti
3) L’astrazione è eliminazione di una parte inutile

I termini della relazione sono il soggetto, l’oggetto ed il processo di
conoscenza. Soggetto ed oggetto sono anteriori rispetto al processo
di conoscenza. L’operazione fondamentale, sui cui si baserebbe il
processo di conoscenza empirista è l’ASTRAZIONE: operazione con la
quale si estrae l’essenza dall’oggetto reale. Questo è un processo
reale, per cui al termine del processo il soggetto giungerebbe a
possedere l’essenza reale dell’oggetto. Ecco che Althusser,
rifacendosi a Marx, all’Introduzione del 1857, introduce una distinzione
netta tra oggetto reale ed oggetto di conoscenza. Quindi la
produzione di un oggetto reale adesso avviene nel reale, mentre
quello dell’oggetto di conoscenza avverrebbe in un altro dominio,
quello appunto della conoscenza, che potremmo definire teoretico.
Sono ordini diversi. La definizione del dominio della conoscenza, è
comunque PRATICA; esso è un apparato storicamente costituito,
articolato nella realtà naturale e sociale. Esistono condizioni materiali
che determinano il MODO DI PRODUZIONE (nozione decisiva) di una
conoscenza. Questa, come qualsiasi pratica risulterebbe da una
combinazione di oggetti, mezzi di produzione teorici e rapporti storici. Il
pensiero ci appare così come un sistema reale, fondato ed articolato
nel mondo reale di una società storicamente data.

Queste considerazione di natura gnoseologica con Althusser
acquisiscono uno spessore epistemologico: si parte da una critica
gnoseologica per arrivare ad una sorta di “epistemologia politica”, una
teoria della scienza, della formazione del pensiero scientifico, come
filosofico o teorico in generale, con fortissime ricadute sociali e
politiche. L’autore trattato riesce a definire il campo sul quale le
scienze, la filosofia, l’attività culturale si sviluppano o inviluppano.
Epistemologia che definiamo politica appunto, perchè la scienza di cui
parla Althusser non è neutrale, e questa cosa viene ben evidenziata
dal momento che la produzione di sapere viene sempre a dipendere
da uno specifico modo di produzione. Il solo riconoscimento di questo
stato fattivo è un’evidenza che ha carattere politico, ed anche
impattante, da un punto di vista storico e contestuale, proprio per il
bisogno, attuale, di pensiero CONCRETO ed efficace. Presentando
come una questione pratica l’ordine del teorico entriamo in una
prospettiva di “praticità” per l’intero ordine sociale. Una tensione che si
esprime nella polemica che il filosofo intrattiene con ogni genere di
riduzionismo, specie quello “economicista”, la tendenza a ridurre
l’intera società alla funzione economica. Ma, sostiene sempre
Althusser, l’idea di totalità sociale, il concetto di capitalismo su cui si
dibatte la letteratura marxista, è cosa complessa, gerarchica ed a
dominante. Complessa, perché composta da strutture ,economiche,
culturali, politiche ecc… tra loro comunicanti ma anche relativamente
indipendenti; gerarchica poiché esisterebbe una relazione di gerarchia
tra le strutture; infine a dominante poiché l’organizzazione definitiva
degli assetti sociali si deciderebbe sul terreno dell’economia, o meglio
del cosiddetto MODO DI PRODUZIONE. Nel modo di produzione
capitalistico la determinazione viene di ultima istanza viene assegnata
all’economia, ma il discorso non è universalizzabile, in società diverse,
non capitalistiche questo aspetto potrebbe non ripetersi. L’economia
perciò determinerebbe gli assetti sociali ma solo in “ultima istanza”. Si
dice appunto SURDETERMINAZIONE, semplificando molto il
ragionamento althusseriano, quel gioco che si verifica nella totalità
sociale , tra le varie strutture, in ultima istanza però determinato
dall’economia.

Ora, a nostro giudizio la prospettiva economicista compie un errore
capitale: universalizza, totalizza l’orizzonte strategico, nel senso che
nel nesso pratico, ontologicamente fondante per ogni agire politico e
che lega la cosiddetta strategia alla tattica, la tattica giungerebbe ad
essere una semplice variabile dipendente della variabile indipendente
strategica. Il breve e medio periodo, per farla più semplice viene
declinato rispetto ad obiettivi di lungo periodo. Il risultato è che, dato
che nel breve e medio periodo l’agire politico conosce i maggiori
aspetti di concretezza, essendo nella costruzione progressiva, per
tappe materiali, che si realizza l’agire politico, ebbene determinando
gli aspetti concreti rispetto all’orizzonte strategico, che sconta una
indefinibilità tempistica il più delle volte trovandosi spesso carico di
utopismo, otteniamo un depotenziamento pratico, una minore
concretezza e dunque un rallentamento stesso delle tappe di
avvicinamento al fine strategico. Si pensa che l’economia determini in
modo onnilaterale, dunque, per fare un esempio semplice, si attacca
subito il nemico al cuore, pensando di affrontare un percorso diretto e
breve ma attaccando in realtà il nodo di realtà sociale meno
attaccabile, meglio difeso dal sistema. Si predica magari la
nazionalizzazione del sistema produttivo in una fase di netta
debolezza, almeno qui in Italia del pubblico rispetto al privato
multinazionale. Oppure si finisce ad ammirare forme di interventismo
pubblico oligarchico come quello russo o cinese. Visioni irreali che
sopravvalutano il ruolo storico delle forze di rappresentanza
orientativamente più tradizionali di una classe operaia in netta
difficoltà rispetto ai compiti della rivoluzione. Questa è una della aporie
del riduzionismo economicistico, dal nostro punto di vista. Possiamo
ben dire che la Rivoluzione di Ottobre sia stata sicuramente un
capolavoro di capitalizzazione tattica del momento storico, dato che
scontò un’accelerazione rispetto al paradigma egemone spingendo un
paese sostanzialmente agricolo verso una rivoluzione di stampo
socialista. Se Lenin avesse rispettato l’orizzonte strategico del proprio
contesto, basato sulla convinzione che una classe operaia matura
avrebbe liberato il mondo, probabilmente la Rivoluzione di Ottobre non
si sarebbe mai verificata. Sebbene l’economia determini in ultima
istanza, questo non significa che gli attacchi più efficaci debbano
essere portati esclusivamente su bersagli economici. Il punto di
attacco preferibile deve appunto essere concreto e la concretezza si
esprimerebbe appunto nell’ordine del tattico. Quindi è tutto da
dimostrare che si debba iniziare a lavorare dalla contraddizione
economica, a meno che questa non ci appaia storicamente, con
perfetto tempismo e contingenza come la priorità tattica.

Questa semplificazione apparente verso il concreto conduce verso
un’ulteriore complessità, in verità. Dimostrata l’attitudine pratica e
concreta del metodo dell’agire politico, vogliamo ora sottolineare il
terreno sociale su cui si dovrebbe muovere simile praticità creativa,
produttiva. Arriviamo dunque al rapporto tra Althusser e Spinoza,
risolutivo per la conclusione del nostro ragionamento. Un concetto
portante, nella letteratura spinoziana è quello di Dio, di ente perfetto
posto in funzione ARCHITETTONICA per l’intera realtà. La nozione è
sostanzialistica, nel senso che l’ente perfetto sarebbe anche la
sostanza unica ed indivisibile, posta in un rapporto di immanenza
rispetto all’intera realtà. Una presenza ubiqua, che non riduce il reale
a se ma che esprimendo potenza produttiva genera delle molteplicità,
delle infinità ontologiche. Dio, eretto a sostanza unica risolve al
proprio interno l’intera natura, non ponendosi però rispetto ad essa in
posizione trascendentale. Nel rapporto spinoziano tra l’Uno ed il
Molteplice si afferma quel principio di totalità complessa che poi
ritroveremo in Althusser. Una società appunto complessa, prodotta su
un piano di molteplicità, lungo assi di pluralismo morfologico, con più
strutture indipendenti in maniera parziale, dunque anche interagenti in
un gioco di reciproche influenze decise, ma solo in ultima istanza,
dalla contraddizione economica; tale determinazione di ultima istanza
qualifica il MODO DI PRODUZIONE, ossia come si produca nei vari
segmenti dell’intero tessuto sociale, sia essa una produzione
economica, politica o culturale. Ecco che si chiarisce cosa significhi
fare proliferare il conflitto: attenersi ad una opportunità di attacco
dislocato ad ogni livello del tessuto sociale, plurale, tatticamente
machiavellico, prodotto in ogni possibile nodo o punteggiatura del
sistema sociale stesso. Significa occupare ogni aspetto del tessuto
sociale in posizione conflittuale, con radicalità trasformativa e
rivoluzionare, senza dare priorità ontologiche varie, se non a quello
che appare concretizzabile e direttamente attaccabile.

Diego Sarri

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