Sulle necessità di teoria attuali

Il contesto storico attuale sconta una forte necessità di teoria, tanto che appare quasi riduttivo e banale farne pronuncia, poiché il bisogno di riflessione che la sinistra rivoluzionaria ad oggi subisce non solo è profondo, ma anche determinante per la sua sopravvivenza. La riflessione althusseriana, concentrata nel Per Marx sul discorso teorico, oggi si presenta quanto mai di bruciante attualità: la TEORIA, come campo agonistico e politico, come terreno di scontro di classe, come momento di conflitto autentico, non apparente, non meramente sovrastutturale.
Procederemo con alcuni riduzionismi adesso, con delle semplificazioni storiche, dato che la storia si presenta sempre come una semplificazione, come una riduzione al sostanziale (non oggettivo) della narrazione, per poter esprimere un’esigenza dell’attualità. Con atteggiamento filosoficamente forse non originale, guarderemo al passato per affermare le necessità del presente. Per questo, abbiamo diviso la storia della sinistra rivoluzionaria in 3 tappe da considerarsi epocali per la formazione e la decostruzione di assunti teorici, per la spinta rivoluzionaria pratica o la sperimentazione di concetti e forme, anche artistiche, come accade si nel ’68, ma non solo, dato che spesso dimentichiamo quale pullulare di esperienze di avanguardia artistica fu per esempio la Russia rivoluzionaria, presi nel fascino dell’ammirazione dei carri armati dell’armata rossa, atteggiamento che in alcuni ambienti della sinistra, ma non chiamiamola rivoluzionaria, utilizza la nostalgia come maschera per una freudiana invidia del pene, cioè per un’impotenza pratica che denuncia sia la desuetudine di alcuni assunti teorici sia il bisogno concreto di scuoterne nell’analisi la radice, ritrasformando il nostro patrimonio , il nostro abbecedario da bravi rivoluzionari in qualcosa di davvero efficace.
Ora, le tre tappe di esasperazione e concentrazione della spinta rivoluzionaria che vogliamo utilizzare per farci tornare il ragionamento intendiamo individuarle all’interno della tradizione marxista, sicuramente la più impattante al livello delle masse. Di questa tradizione vogliamo analizzare un dato storico ed empirico, con sostanziali ricadute teoriche, di derivazione esplicitamente primo marxista: la centralità della classe operaia. E’ una tradizione appunto che dal mio punto di vista conosce tre fasi di crescita, ognuna con sue caratteristiche, altamente indicative per l’andamento globale dei movimenti rivoluzionari: l’immediato primo dopoguerra, la fase della resistenza che con gli strascichi del secondo dopoguerra condizionerà e porrà il terreno forse per il decennio ’68-’77, sviluppato appunto anche all’ombra di una “rivoluzione mancata, tradita” nell’immediato secondo dopoguerra.
La prima fase ha il centro, senza ombra di dubbio, nell’esperienza sovietica, nel bene e nel male. Ogni fase compie le proprie tragedie politiche, chiamiamole così, i proprio drammi interni, talvolta consuma guerre intestine, divisioni e spaccature ideologiche. Come accade per es per i primissimi Concili religiosi, un paradigma si afferma, un altro diventa eretico. Questa tendenza alla spaccatura comunque, spesso anche violenta discende direttamente dalla rivoluzione francese, da cui tutta la modernità è politicamente contagiata, come sostiene Mosse. In questa fase un argomento che divide in Russia è il partito che si fa stato, la cui interpretazione determinerà forse l’intera esperienza sovietica. Il ruolo sia contingente che storico che lo Stato debba svolgere: si parte da una rappresentanza diretta degli operai nei soviet, per giungere a dei professionisti della rivoluzione, di estrazione non necessariamente operaia organizzati nel partito. Comunque non possiamo negare che in questa fase il ruolo storico del proletariato raggiunga forse l’apice: la classe operaia alza davvero il tiro in Russia, in Italia e Germania per esempio, ma anche negli USA non scherza. In Italia abbiamo il biennio rosso, in Germania la Repubblica socialista di Baviera e non solo, in Russia si concretizza una rivoluzione. A questo punto, senza indagarne troppo le cause, non è la nostra intenzione più precipua, vogliamo portare l’attenzione su un’evidenza: nel momento in cui forse ci siamo avvicinati di più all’obiettivo, si pensi anche all’esperienza spagnola, abbiamo perso in maniera tanto sonora da produrre il terreno favorevole, parte delle condizioni storiche dell’affermazione dei fascismi. Rimediare al grande danno fu argomento di forte riunificazione di un fronte antifascista, non sempre omogeneo e solido comunque, si pensi alla Spagna sempre, partita che fu combattuta anche da altre forze, va riconosciuto, come i liberali, forse ancora più responsabili di noi nell’affermazione del mostro fascista. In questa seconda fase la spaccatura storica si consuma tra chi interpreti la liberazione come una premessa rivoluzionaria e chi la interpretò come un passaggio verso la modernità democratica e repubblicana, magari da penetrare tatticamente dall’interno. Si propone con forza sul palcoscenico della storia, in pratica, la socialdemocrazia, ben mistificata ideologicamente dal PCI qui in Italia. Questa spaccatura produrrà rilevantissime ricadute sull’interpretazione del ruolo storico della classe operaia, assunta a strumento della ricostruzione di un’economia nazionale attraverso il compromesso con le forze liberali, ben espressa dal concetto di “etica del lavoro”. E’ un punto su cui si prepara il terreno per la terza accelerazione. Quest’ultima, conosce da subito un importante elemento di novità: la ripresa di un pensiero eretico, l’emergere di una nuova eterodossia permette di compiere uno scatto in avanti. I “Quaderni Rossi” per esempio, sono qui da noi il primo vagito di questa nuova sensibilità; possiamo osservare due aspetti di questa frattura: i principali elementi dei Quaderni, eccetto Tronti, erano tutti esterni rispetto al Pci; si entrava in forte polemica con l’etica del lavoro propugnata dal Pci, per cui secondo questi giovani teorici, appunto perché si lavorava si doveva essere coscienti di essere l’unico vero elemento creativo, produttivo di ricchezza, dunque capace di esercitare un potere, un contropotere all’interno del rapporto capitale-lavoro. Altra data fondamentale per quell’accelerazione è sicuramente il Maggio francese. L’intellettualità protagonista di questa data ( che come pensa Deleuze non è, diciamo, un semplice feticcio da storia scolastica, ma un marcatore di realtà, dunque un punto in cui la realtà, non sempre, evidentemente chiara, fa immissione tra di noi) nasce principalmente nel solco della differenza, del distacco dall’idea che possa esistere un paradigma unico. La terza grande accelerazione si compie grazie all’azione di una molteplicità teorica e politica. Il grande padre, in Francia, di questa generazione di teorici è sicuramente Sartre. C’è un aspetto su cui mi vorrei soffermare, rispetto a questa “data”. Da qui parte una polemica teorica, o meglio si acuisce, principalmente in Francia e di rimando anche in Italia, dove il solo e solitario Della Valle aveva fino ad allora predicato, sull’influenza di Hegel nel pensiero rivoluzionario. Attenzione, perché sembra un cavillo accademico, una questione da poco, ma la polemica fu e resta di grande sostanzialità. Per ridurre il peso dell’esposizione ma far capire l’importanza della questione utilizzerò un autore come semplice teatro di discussione iniziale: Althusser. Tra tutti gli intellettuali della nuova generazione di francesi , lui si muove pienamente all’interno del dibattito marxista. Ad esso, cerca di apportarvi, forte dell’insegnamento di Bachelard, filosofo francese fondamentale in materia di filosofia della scienza, disciplina fortissima in Francia dall’inizio del ‘900, delle innovazioni di carattere epistemologico. Alla luce, per esempio, delle rivoluzioni scientifiche del primo novecento, che spazzarono via il pensiero positivista più piatto e determinista, il marxismo possedeva infatti sempre, pur professandosi “scientista”, “materialista”, un impianto epistemologico di carattere pre-relativista. Si pensi a come viene pensata spesso la rivoluzione socialista: un evento palingenetico ed universale, con contemporaneità quasi tempistica, quasi come se, spentesi le luci del capitalismo, le riaccendessimo per ritrovarci matematicamente nel bel mezzo di una rivoluzione socialista. In materia di pensiero della rivoluzione, di materializzazione teorica del cambiamento paghiamo un ritardo clamoroso. Ora, per semplificare, molto, il ragionamento che Althusser affronta nel celebre capolavoro “Leggere il Capitale”, la realtà non possiede questa contemporaneità tempistica: ogni porzione di realtà conosce tempistiche diverse, esistono tempi differenziali, che entrano in relazione e si intrecciano. Tradotto in linguaggio marxista: esistono molteplici contraddizioni nella realtà sociale, complessa come il loro intreccio, ma una, nel sistema capitalistico domina su tutte ossia quella economica.
Ora, la tesi che vogliamo lanciare è che questa fase storica riproduca alcuni aspetti morfologici, degli aspetti sociali che ricordano fortemente quest’ultima, tra le tre accelerazioni. Il venir meno di un paradigma unico ed egemone, l’esplosione di pluralità teoriche testimonia si la fecondità della fase, ma anche denuncia e rivela la criticità del terreno su cui si muovono, dato che si eredita sempre del materiale specifico dal passato e laddove lo si riesplori, in quello stesso istante scopriamo anche le necessità legate a qualcosa di nuovo, di più attuale; queste tensioni animano sempre i periodi più avanguardistici. Ebbene, l’attualità oggi si ripresenta come un aut-aut: riprendere in mano in maniera pedissequa gli assunti del passato, riproporti oggi in una relazione di identità con ieri, oppure vagliare nuovi percorsi, forti dell’insegnamento del passato ma aperti verso le altre due dimensioni temporali, presente e futuro, con un materiale dato, la realtà, fortemente metamorfico, ad altissima velocità trasformativa. La classe operaia nei paesi a capitalismo avanzato si trova scomposta e ricomposta in maniera disomogenea, mancando il celebre passaggio marxiano dell’in se e del per se, attraverso la terziarizzazione dell’economia; questo dato sicuramente scuote l’impianto base del paradigma classico, chiamando a gran voce la necessità di ricomposizione di soggettività disperse dentro un quadro rivoluzionario compatto, ma che sappia fare tesoro del bisogno attuale di una molteplicità illuminata, del frutto di una ricomposizione inedita dei soggetti potenzialmente rivoluzionari, che per forza di cose si ritrovano oggi chiusi in percorsi minoritari, sia da un punto di vista politico che sociale. E’ di importanza capitale passare da una sensibilità protesa verso le maggioranze di massa ad una ricompositiva degli ormai ineludibili fenomeni minoritari, come la questione del lavoro salariato decostruito, l’immigrazione, le lotte per questioni ecologiche, la questione femminile e così via: un quadro ad alta complessità, non di certo un riduzionismo facile sul sistema fabbrica. Dall’unione dell’esperienze minoritarie potrebbe emergere davvero un nuovo movimento rivoluzionario attento alle differenze, che sono di certo una risorsa e non un limite. Il ruolo della teoria, tanto fondamentale deve essere iscritto in questo processo, nel lavoro di valorizzazione degli snodi tattici plurali su cui si materializza la realtà politica e nel lavoro di ricucitura di questi nodi, nel quadro di una riscrittura teorica del pensiero della rivoluzione che sappia essere attenta alla complessità elevata della società attuale, ai giochi ed alle relazioni tra i sistemi che lo vanno a comporre, al fenomeno che Althusser, per concludere, definisce “surdeterminazione”, intesa come efficacia biunivoca che ogni contraddizione e sistema presenti nella società giocano tra di loro in un’orchestra di rimandi costante, chiusa soltanto in “ultima istanza” dal dato economico, almeno per quanto attiene il nostro contesto storico.

Diego Sarri

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