Comunicazione e culture

Il mito del meteo. Rimozioni, complotti, nostalgie e la “pappa del passato”

Sui social e, più generalmente, online, impazzano siti dedicati alle previsioni meteo dove, più che informazione, si fa rimozione. La rimozione, secondo la psicanalisi freudiana, è un meccanismo psichico che allontana dai pensieri tutto ciò che viene considerato come inaccettabile dall’io. Quello che viene ‘rimosso’ da queste previsioni è il riscaldamento globale, considerato semplicemente come una fase ‘naturale’ del clima, non imputabile all’uomo, oppure addirittura negato. Si parla allora generalmente di “negazionisti del clima”: vediamo di capire cosa ci può essere dietro questo fenomeno che si sta diffondendo sempre di più in rete e non solo. Innanzitutto, possiamo pensare che questo meccanismo di rimozione avvenga per una sorta di paura inconscia: di fronte a un evento catastrofico come questo (i siti in questione non fanno altro infatti che criticare quelli che definiscono come “catastrofisti”, vale a dire gli scienziati e i climatologi), la paura è tale che tendono a rifugiarsi in un passato mitico e utopistico e a trasformare in mito lo stesso presente. La realtà sarebbe quindi governata da un gruppo di occulti manovratori che intenderebbero operare una sorta di lavaggio del cervello alla popolazione mondiale facendole credere che ci sia un’emergenza in atto. Per quale motivo? Per imporre a tutti la transizione all’elettrico? Per vendere più automobili a batteria? Quale occulto potere imporrebbe l’utilizzo delle batterie a scapito del petrolio quando sono proprio il petrolio e i combustibili fossili i motori principali del neocapitalismo maturo? E chi sarebbero questi occulti manovratori quando due fra gli uomini più potenti del pianeta, Donald Trump, neoletto presidente USA e Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo, sono annoverabili fra gli stessi negazionisti climatici e, per di più, Musk è il maggiore azionista di Tesla, uno dei massimi produttori di auto elettriche?

Insomma, c’è tanta confusione. Bisogna ammettere, d’altronde, che la chiarezza e il pensiero lineare non sono davvero il piatto forte dei complottisti di qualsiasi tipo. Oltre che rimozione, nel loro pensiero, c’è quindi anche una grande confusione che è provocata da un appiattimento della percezione all’interno delle dinamiche comunicative ipercontemporanee, realizzate entro le spettrali e pornografiche notizie social. La società attuale, basata sulla digitalizzazione diffusa, si presenta come un “inferno dell’Uguale”, in cui “l’Altro” viene eliminato (cfr. Han 2017). Una società che assomiglia a una specie di dittatura soft, una dittatura democratica e che gli individui stessi si autoimpongono offrendo la loro vita più intima e privata alla dimensione dei social (cfr. Toni 2022). La società digitale è basata su una “dematerializzazione della realtà” (ivi, p. 35) che mette in discussione le categorie di vero e di falso. Per cui, sui social si fa spesso a gara a essere ‘contro’, a disporsi in schieramenti divisivi su qualsiasi notizia. Se c’è un concetto o una notizia generalmente accettati, un film, un libro o un personaggio incondizionatamente considerato in modo positivo allora bisogna ‘essere contro’ e ‘smontare’ tutto perché sicuramente ci sarà dietro qualche complotto o una presa in giro da parte del potente o del furbo di turno. Chi accetta la situazione come reale (leggiamo pure: riscaldamento globale antropogenico e allarme che ne consegue) senza mettersi ‘contro’, viene allora ricoperto di improperi e definito sguaiatamente ‘pecora’ o ‘pecorone’. Assistiamo insomma ad una evaporazione e ad un annullamento del vero spirito critico, che imporrebbe un uso attento e disincantato della lucidità per analizzare ogni singolo aspetto di ciò che ci circonda. Tra l’altro, la volontà di mettersi ‘contro’, di ‘rompere’ e ‘spaccare tutto’ ha diverse connotazioni legate alla nascita e all’ascesa del fascismo storico. La società delle notizie digitali (di fronte alla quale la “società dello spettacolo” old style appare innocua come un teatro di burattini), ipertrofica, dematerializzata, dominata dalla presenza dell’Intelligenza Artificiale e dalle fake news, da voci e ‘opinioni’ che dicono tutto e il contrario di tutto, è il (non) luogo ideale per la nascita delle teorie di complotto, in modo così da disporsi in schieramenti contrari a ciò che si ritengono verità indiscutibili.

È la stessa società digitale a creare e a plasmare il pensiero dei negazionisti del clima. Essi dicono che è falso ciò che viene considerato come una verità inossidabile da scienziati e climatologi, cioè che la Terra si sta riscaldando a causa di tutti i fattori inquinanti provocati dagli esseri umani. Eppure, anche una verità incontrovertibile come questa, nell’universo digitale e iperspettacolare, riesce ad essere percepita come un grande complotto di fronte al quale bisogna dire “no”, negare appunto. Ricordiamo la vicenda narrata dal bel film Don’t look up (2021) di Adam McKay: nonostante l’allarme lanciato dagli scienziati riguardante una cometa in rotta di collisione con la Terra, che rappresenterebbe l’estinzione dell’umanità, nessuno crede alla notizia, inizialmente neppure la presidenza degli Stati Uniti. Oltre che “rimozione”, c’è anche una grande confusione generata dalla società digitale contemporanea: milioni di notizie che si affastellano l’una sull’altra senza nessuna possibilità di distinguere quelle più gravi e importanti da quelle più futili. Si tratta di un processo ben inculcato nella percezione degli individui già dai notiziari televisivi, nel loro passare con nonchalance e senza soluzione di continuità da terribili notizie riguardanti scenari di guerra o efferati omicidi alle vacanze al mare o alla marca di panettone preferita. Nel film di Adam McKay sembra proprio che, sotto le vesti della cometa, si nasconda il riscaldamento globale, una catastrofe a cui non si crede se prima non si percepisce con i sensi. Solo nel momento in cui la cometa appare visibile dalla Terra tutti cominciano a credervi ma è ormai troppo tardi.

Del resto, la parola “negazionismo” ha un connotato storico preciso: i “negazionisti” sono in primo luogo coloro che non credono alla Shoah, allo sterminio nazista degli ebrei e sono ben identificabili in gruppi neonazisti e di estrema destra. E non c’è da meravigliarsi se anche il negazionismo del clima è ampiamente diffuso fra gruppi sociali e ideologici di destra. D’altra parte, se il riscaldamento globale, secondo una interessante definizione di Timothy Morton, si può definire come un “iperoggetto”, cioè un’entità “diffusamente distribuita nello spazio e nel tempo” (cfr. Morton 2018), lo stesso Morton ricorda che “il panico, il negazionismo, persino le assurde teorie della destra sul riscaldamento globale, sono fenomeni tutto sommato comprensibili. Perché gli iperoggetti rappresentano una minaccia per l’individualismo, il nazionalismo, l’anti-intellettualismo, il razzismo, lo specismo, l’antropocentrismo e probabilmente per lo stesso capitalismo” (ivi, p. 36).

Veniamo quindi alla mitizzazione del presente, ma soprattutto del passato. Negando la realtà se ne crea una alternativa: una realtà in cui il riscaldamento globale non esiste perché è solo un complotto, una realtà che si sta dirigendo, semmai, verso il raffreddamento globale (pseudonotizie in tal senso sono rilanciate perlopiù da giornali di destra). Una macchina mitologica di questo tipo crea soltanto ciò che le persone vogliono sentirsi dire: si ha paura del riscaldamento globale e allora si costruisce una realtà alternativa dominata dal raffreddamento globale e il riscaldamento è soltanto un grande complotto ordito da pochi potenti che vorrebbero imporre la transizione ecologica. È soprattutto il passato ad essere mitizzato: sugli stessi social, in commento ai siti meteorologici, non si fa altro che leggere frasi su frasi relative alla nostalgia dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, quando c’era più neve, quando faceva più freddo, quando le estati erano fresche. Quel passato si è trasformato in un mito, in una età dell’oro perduta per sempre. I nostalgici da tastiera non fanno altro che creare degli anni Sessanta e Settanta irreali, posti al di fuori della Storia, anni in cui il clima era incastonato in una invidiabile perfezione. Eppure nessuno ricorda che è proprio in quegli anni che si cominciava ad inquinare mari e fiumi, che si distruggevano spazi verdi per cementificare a più non posso, che si deturpavano le campagne con discariche a cielo aperto.

Altro che mito. Basterebbe leggersi importanti fonti letterarie come alcuni racconti di Italo Calvino, in cui l’autore denunciava inquinamento e scempi paesaggistici, in particolare le bellissime storie di Marcovaldo ovvero le stagioni in città (1963), dove emergono la disumanizzazione e l’alienazione cui gli individui cominciavano ad essere sottoposti nelle realtà industriali di quegli anni. I nostalgici da tastiera si comportano nello stesso modo del fascismo e della successiva “cultura di destra”: come lucidamente scrive Furio Jesi, grande studioso del mito nonché della “macchina mitologica”, per i fascisti “tutto quello che il passato è stato, è divenuto una pappa che si può modellare e cuocere come si vuole” (Jesi 1979 p. 127) in modo da creare “un feticcio modellato con la pappa del passato” (ivi, p. 128). È un passato irreale, fuori dalla Storia, inventato, “spiritualizzato” e ‘intimizzato’. Ecco che in quelle nostalgie da tastiera, i beati ricordi intimi e privati degli anni Sessanta e Settanta si impastano con il concetto “clima” andando a creare un passato che non c’è, un passato che diventa mito. Se la destra crea miti e “pappe del passato”, celebrando proprio in questa contingenza storica il suo rinascente potere e i suoi fasti, la sinistra se ne sta a guardare con una espressione imbambolata e poco intelligente fino a quando la cometa impatterà con la Terra, e sarà troppo tardi.

gvs

 

Riferimenti bibliografici

Han, Byung-Chul, L’espulsione dell’Altro, nottetempo, Milano, 2017.

Jesi, Furio, Cultura di destra. Il linguaggio delle «idee senza parole», Garzanti, Milano, 1979.

Morton, Timothy, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, Nero, Roma, 2018.

Toni, Gioacchino, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone, Roma, 2022.