In Thailandia i monaci democratici si uniscono alle proteste

Khemthong Tonsakulrungruang, 16 Nov, 2020

È l’ora della rivolta. Migliaia di Thai stanno marciando per le strade sfidando l’establishment, che ha arruolato ogni apparato disponibile per reprimere i giovani dimostranti che si oppongono all’idea di una “thailandesità” definita dalla trilogia nazione, religione e monarchia. Le istituzioni buddiste thai hanno buone ragioni per schierarsi con il potere. Ciò nonostante i loro membri stanno manifestando insieme ai loro arrabbiati compatrioti laici. L’attivismo dei giovani monaci è impressionante. Contrariamente alla visione convenzionale secondo cui i monaci sono distaccati dalle sofferenze mondane, questi monaci progressisti sono consapevoli del ruolo del Sangha 1 nel difendere lo status quo e l’ingiustizia. Vogliono dare una nuova interpretazione del ruolo del Sangha per servire il popolo ed essere la voce della pubblica moralità.

Fino dalla sua creazione nel 1902, il Sangha thai, l’ordine ufficiale dei monaci thai, è stato un fedele alleato dello Stato thai. In cambio di un riconoscimento e di un patrocinio speciali, fornisce lealmente allo Stato legittimazione e approvazione. Soprattutto durante la Guerra Fredda, quando i governi militari erano impegnati nella guerra contro il comunismo, il governo del Feldmaresciallo Sarit Thanarat 2 chiedeva al Sangha thai di non predicare la sobrietà ma di fare sermoni più materialistici come antidoto capitalista al comunismo che stava sbocciando. Sarit mandò anche carovane di monaci nelle zone rurali per marcare la presenza dello Stato thai e convertire le tribù montane e i contadini. Vennero realizzati amuleti speciali e dati alla polizia e ai soldati che combattevano al fronte.

Forse l’episodio più famoso è stata la dichiarazione di Phra Kittivuttho 3 secondo cui uccidere un comunista non era un peccato, interpretata come un’approvazione del massacro da parte delle milizie di destra degli studenti universitari di sinistra della Thammasat University il 6 ottobre 1976. Ma Kittivuttho forse non è stato un’anomalia, come spesso gli osservatori lo definiscono. Il buddhismo thai ha sempre approvato la violenza dello Stato quando questa violenza viene invocata per obiettivi definiti “giusti” dal governo. Nel conflitto alla frontiera thai-laotiana di Bann Rom Klao, Phra Panyananda Bhikhu espresse il suo appoggio ai soldati che combattevano per la nazione. Dopo la repressione delle camicie rosse del 2010 4, Phra Maha Wutthichai Wachirametee in un tweet scrisse che ammazzare il tempo era più peccaminoso che ammazzare un uomo.

Cosa succede nel momento in cui il Sangha non mostra più il suo supporto? Quando l’abate Phra Thep Moli dissentì sulla decisione di Sua Maestà di entrare nella Prima Guerra Mondiale in un sermone contro la guerra e di condanna alla professione del soldato, King Vajiravuth lo degradò.

Il 30 ottobre 2020, il Consiglio del Sangha, l’organismo che governa il Sangha thai, ha emesso una risoluzione proibendo l’uso dei templi come sedi di espressione politica. Il Consiglio del Sangha ha anche ricordato ai monaci che i monaci e i novizi non sono autorizzati a partecipare alle proteste politiche. Né possono scrivere apertamente di politica. Queste restrizioni si basano sul pretesto che l’ambito spirituale deve rimanere separato e al di sopra dell’ambito mondano, per mantenere l’immagine impeccabile degli uomini di religione.

Ciò nonostante altre risoluzioni contraddicono questa immagine di neutralità. Un’altra ordinava che i monaci predicassero per promuovere l’appartenenza e l’amore per la nazione, la religione ed il re. Molte unità delle Pattuglie di Polizia di Frontiera, portate a Bangkok come forze anti-sommossa, alloggiano nei templi. Inoltre, il governo sta incoraggiando i dipendenti pubblici e i cittadini comuni thai a partecipare alle funzioni religiose ogni sabato per rendere omaggio al defunto re Bhumibol 5 e pregare per un miglior futuro e l’unità della nazione.

In sintesi, il Sangha thai sta fornendo allo Stato non solo l’approvazione spirituale ma anche supporto logistico. Non è e non è mai stata neutrale nel conflitto politico.

La risoluzione del Consiglio del Sangha che proibisce ai monaci di unirsi alle proteste politiche e fare dichiarazioni politiche è uscita già nel 1974. Il fatto che debba essere ripetuta di volta in volta dà l’idea che i monaci in realtà siano molto attivi politicamente, talvolta in opposizione al governo. Lo spirito della resistenza tra i monaci può essere rintracciato già nel Movimento di Restaurazione Religiosa del 1934 che richiese al People’s Party, il partito rivoluzionario, di modificare il Consiglio del Sangha del 1902 che non riteneva imparziale e democratico. Questo attivismo è stato soppresso in decenni di dittatura militare ma è ritornato in anni recenti nella misura in cui il conflitto politico si è intensificato.

Nel 2010, molti monaci hanno partecipato alle manifestazioni delle camicie rosse a supporto di Thaksin Shinawatra mentre altri si sono uniti alle camicie gialle sul versante anti-Thaksin. Vedere monaci e novizi tra la folla non è raro nemmeno quest’anno. Il 16 ottobre, quando la polizia anti-sommossa ha usato cannoni ad acqua contro i dimostranti, un novizio è stato visto pregare la polizia di smettere, senza risultato. Successivamente altri monaci e novizi sono usciti allo scoperto. Alcuni erano semplicemente tra la folla ma altri parlavano sul palco. Più di recente, la notte dell’8 novembre, si sono visti giovani monaci tra la folla che marciava verso il Palazzo reale per presentare lettere per chiedere al re di riformare la monarchia e rinunciare ad alcuni dei suoi poteri.

La scena di uomini di religione tra la folla ha generato un soprannome, ไอ้ต้าวแก๊งแครอท, (la banda delle carote ai-tao). La carota si riferisce ai loro abiti di un arancione brillante; ai-tao, invece, è più difficile da spiegare. È un termine affettuoso per personaggi maschili carini, che si trova spesso negli yaoi 6 o nella cultura LGBT dell’Asia Orientale. Il sinonimo più vicino, anche se impreciso, potrebbe essere “teneroni”—una banda di tenere carote. Alcuni monaci hanno marciato con bandiere arancioni con delle carote disegnate.

Mentre il Consiglio del Sangha beneficia del patrocinio dello Stato, i singoli monaci soffrono. Il patrocinio può portare titoli e ricompense per il vertice, ma questo rapporto assoggetta il Sangha a pesanti regole e limita la sua autonomia. Un importante episodio ha riguardato l’appuntamento con il Sangha Raja, il patriarca supremo, quando il governo di Prayuth Chan-ocha ha bloccato la nomina di un candidato affiliato al settore di Dhammakaya, che le fazioni conservatrici considerano eretico. Il conflitto è sfociato in un certo numero di scontri, talvolta fisici. Alla fine i militari hanno fatto irruzione nel tempio di Dhammakaya ed è stato scelto un nuovo candidato tramite l’intervento reale. Molti monaci che ammirano il popolare tempio di Dhammakaya erano profondamente arrabbiati. Durante gli scontri sono stati arrestati o maltrattati dei monaci, un ulteriore insulto agli abiti color zafferano per molti monaci che osservavano.

Gli interessi dei monaci che protestano vanno al di là di titoli e trofei. Molti sono genuinamente solidali con la causa dei loro compatrioti laici. I loro cartelli chiedono la riforma della legge del sangha, la legge arcaica che ha creato un Consiglio del Sangha fortemente centralizzato, autoritario, che non lascia spazio ai giovani monaci per esprimere le loro opinioni. Qualcuno chiede maggiori diritti politici. In Thailandia i monaci sono senza diritti allo scopo di mantenere il loro status sacro, ma molti monaci sentono che essere privati di diritti politici perpetua l’ingiustizia e la sofferenza. Vogliono la libertà di esprimere pubbblicamente le loro opinioni politiche e condividere il malcontento dei dimostranti laici per le disuguaglianze socio-economiche. In un’intervista, un novizio ha dichiarato di essere stato ordinato per poter accedere all’educazione gratuita fornita dal monastero. Se la politica fosse più rappresentativa e la distribuzione delle risorse più equa, ogni thai potrebbe avere accesso ad una pubblica istruzione dignitosa.

I monaci che protestano contestano il silenzio del Consiglio del Sangha verso i monaci dell’estrema destra radicale mentre al contempo c’è l’impegno continuo di reprimere quelli che hanno una mentalità democratica. Perché si è proibita la partecipazione politica soltanto in relazione al campo democratico ma non a quello realista? Se un monaco può lodare il re può anche pregare per il popolo, ha detto un monaco. Alcuni si spingono fino a sostenere l’idea del secolarismo, separando lo Stato dalla religione e riprendendosi dalla corona il controllo del loro ordine monastico.

L’attivismo sfortunatamente ha un prezzo. Il Consiglio del Sangha e il governo di Prayuth Chan-ocha 7 non tollerano alcun atto di ostilità. Ogni monaco deve registrare la propria residenza in un tempio ed è soggetto alla supervisione dell’abate, che risponde all’amministrazione regionale, poi provinciale e infine centrale del Sangha. Il Consiglio del Sangha lavora a stretto contatto con l’Ufficio Nazionale del Buddhismo sotto l’Ufficio di Gabinetto. Quando la foto di un novizio presente alla manifestazione della sera del 16 ottobre è diventata virale, ci sono state pressioni da parte dell’abate perché fosse espulso e spogliato degli abiti sacri. Un monaco che criticava il governo e la monarchia è diventato il bersaglio di una caccia alle streghe da parte di un gruppo di vigilantes on line di destra. Le autorità lo hanno poi messo sotto accusa in base alla Legge sui Crimini Informatici, un’alternativa alla nota Sezione 112, la legge sulla lesa maestà, del codice penale. Da allora ha lasciato il Paese. Il governo e il Consiglio del Sangha si sono ripromessi di rintracciare e punire ogni monaco che ha partecipato ad una protesta.

Attualmente la Thailanda sta cercando di ridefinire il suo rapporto con il re. L’essenza delle proteste è il dibattito su che cosa significa esattamente un “regime democratico con un re come capo di Stato”. Ma la prossima sfida, forse ancora più grande, è quella di definire il rapporto dello Stato con il buddhismo. Ci sono prove sempre più numerose dell’ascesa di un nazionalismo buddhista contrario al pluralismo e alla democrazia. Questo radicalismo è alimentato dalla paura del Sangha del suo declino e le generazioni più giovani non danno importanza alla fede per cui l’abbandonano.

La soluzione, secondo la visione di molti buddhisti convenzionali, è di chiedere all’establishment che il buddhismo sia una religione ufficiale di Stato. In altre parole, chiedono un regime democratico con il buddhismo come religione di Stato. Il loro desiderio comporterebbe senza alcun dubbio conflitti religiosi simili a quelli degli altri Paesi buddhisti theravada come Sri Lanka e Myanmar. I giovani monaci liberali, la banda delle tenere carote, potrebbe forse essere la prima linea di difesa contro questo fanatismo. Possono dare all’obsoleto buddhismo thai una nuova vita e e far rinascere il rispetto dell’opinione pubblica per I loro sacrifici morali.

Fonte: https://www.newmandala.org/the-pro-democracy-monks-joining-thailands-protests/

Traduzione per Codice Rosso di Nello Gradirà

NOTE DEL TRADUTTORE

1. La parola Sangha in sanscrito significa assemblea e viene usata comunemente per indicare l’insieme della comunità monastica buddhista

2. Sarit Thanarat (1908-1963) era un militare che salì al potere in Thailandia nel 1957 con un colpo di Stato destituendo un precedente dittatore. Durante il suo governo si accentuò l’ingerenza degli Stati Uniti, vi fu una dura repressione delle opposizioni in chiave anticomunista e la monarchia riprese un ruolo centrale nella vita politica del Paese, dopo che nel 1932 la Rivoluzione Siamese aveva ottenuto la concessione della costituzione abolendo la monarchia assoluta.

3. Phra Kittivuttho era un influente monaco buddhista con simpatie di destra

4. Le Camicie rosse era il movimento che sosteneva Takhsin Shinavatra, un ex ufficiale di polizia poi diventato imprenditore del settore informatico e della telefonia. Nel 1994 entrò in politica e assunse la carica di Ministro degli Esteri, poi fondò un suo partito personale con il quale diventò premier nel 2001. Etichettato come “populista”, mise in atto misure di supporto alle fasce più povere della popolazione ma anche una dura repressione delle opposizioni e dell’insurrezione islamista nel sud, e una campagna antidroga che portò a migliaia di esecuzioni legali e soprattutto illegali. La vecchia classe dirigente (tra cui la stessa monarchia) si vide messa da parte. Tra accuse di corruzione e conflitto d’interessi e manifestazioni di protesta capeggiate dalle “Camicie gialle” (il colore della monarchia), alla fine fu deposto da un “golpe suave” (come si direbbe in America Latina) nel 2006. Anche se esiliato, la sua figura è rimasta centrale nella politica thailandese e periodicamente si riformano partiti a lui collegati e ritornano manifestazioni delle Camicie rosse.

5. Il re Bhumibol Adulyadej (Rama IX), deceduto nell’ottobre 2016, è stato uno dei sovrani che ha regnato di più nella storia. Aveva infatti assunto la carica nel lontano 1946. Era considerato il padre della patria, amatissimo da tutti e le manifestazioni di lutto sono durate per molto tempo. I thailandesi avrebbero voluto che gli succedesse la figlia Sirindhorn, detta “la principessa angelo”, e la costituzione, grazie a una modifica di qualche anno fa, avrebbe consentito a una donna di salire al trono. Ma poi la scelta è caduta sul figlio Maha Vajiralongkorn, molto meno stimato del padre, un libertino pieno di amanti che si è praticamente trasferito in Germania e pretenderebbe di governare da lì (su questo ha manifestato il suo dissenso perfino il governo tedesco cercando di spiegargli che dovrebbe tornare in Thailandia). Sicuramente la figura screditata dell’attuale re è stata il detonatore delle proteste antimonarchiche di questi mesi. Tuttavia non si può certo dire che re Bhumibol non condividesse l’autoritarismo dei militari, come nel caso del golpe del 1947 e quello del 1957 di cui abbiamo parlato alla nota 2, e della repressione del 1976 con la strage dell’Università Thammasat.

6. Gli yaoi sono dei manga (cartoni animati) che hanno per tema l’omosessualità maschile.

7. Prayut Chan-ocha è un generale che è salito al potere con l’ennesimo colpo di Stato nel 2014 e che si era già fatto notare come protagonista della repressione contro le Camicie rosse nel 2010. Si è riconfermato con le elezioni del marzo 2019 molto discusse in termini di irregolarità e brogli.

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