Inchiesta sull’ecologia e gli Orti Urbani

La città di Livorno presenta, pur non essendo una megalopoli, dei tratti di morfologia sociale sicuramente paradigmatici sotto numerosi aspetti; alcuni di questi si prestano con rilevanza ai fini di un’analisi che sviluppi principi di ecologia sociale. Come sostiene Weber, è la soggettività del ricercatore che almeno in un primo momento orienta l’intero impianto della ricerca. Chi volesse far ecologia sociale sicuramente a Livorno troverebbe terreno fertile; se si dovesse fare teoria ecologica partendo da materiale empirico favorevole vi si troverebbero innumerevoli spunti. Su questo territorio infatti si snodano almeno due criticità essenziali a qualsiasi ragionamento di natura ecologico-sociale: quelle ambientali e quelle relative al sistema Welfaristico. Sono sterminati gli elementi da ricondurre nella categoria delle criticità ambientali: un inceneritore, discariche, una raffineria con intorno edificato un intero quartiere dormitorio, il progetto del rigassificatore, sprechi e scandali nel campo della gestione dei rifiuti; esemplare sull’altro versante l’esplosione epocale, almeno per il territorio labronico del problema emergenza abitativa, trascinato fino ad oggi dalla crisi del 2008. Infine, problematiche borderline come l’alluvione del 2017, dove l’aspetto ambientale , l’esondazione dei fiumi ha intersecato aspetti genuinamente sociali come la cattiva espansione urbanistica intorno ai fiumi. Secondo il nostro giudizio l’impostazione municipalistica, o meglio una sensibilità attenta all’autodeterminazione dei territori, che veda in questi delle piattaforme fondamentali di ripartenza per una qualsiasi battaglia anticapitalista, cara a tante correnti dell’attuale ecologismo sociale sia inverabile anche sul territorio livornese, in quanto esigenza strutturale per la città di fronte ad una storica crisi di identità, vocazionale, unica alternativa rispetto all’anomia territoriale.
Facciamo un breve inciso sulla suddetta anomia. Livorno da città “portuale” come testimonia la sua primissima espansione urbanistica attorno al porto, il centro storico, successivamente conosce una seconda espansione, legato ad una maggiore industrializzazione dell’economia locale, porto compreso. Emergono comparti come la componentistica auto, per esempio. Ebbene, la crisi attuale ha radici molto profonde: la crisi della società fordista, della società industriale che ha colpito i paesi a capitalismo maturo a Livorno picchia davvero duro. Se si osservano gli indici di imprenditorialità a cavallo tra i due millenni, possiamo notare come molta attività si sposti in quel periodo verso l’edilizia. Ecco che il mattone così, a culmine di una tendenza iniziata negli anni ’80 che a breve spiegheremo, diventa uno dei polmoni dell’economia cittadina, causando una terza espansione selvaggia e del tutto irrazionale. Il terreno su cui si consuma questo dramma è quello delle politiche abitative pubbliche. Le risorse pubbliche vengono così impiegate , come nel caso del Nuovo Centro, per drenare la rendita, con denaro pubblico che entra nei piani strutturali e nelle varianti urbanistiche, per uscirne moltiplicato a vantaggio dei grandi gruppi immobiliari. La successiva crisi mondiale, iniziata appunto dal mercato immobiliare ha prodotto echi anche in Italia, in province come Livorno dove ad un certo punto ci siamo trovati nella paradossale ed imbarazzante situazione in cui centinaia di famiglie abitavano in occupazioni abitative a fronte di un patrimonio sfitto di quasi 10000 unità, con le istituzioni paralizzare e complici, incapaci di fare stato sociale e ribaltare il processo; un patrimonio immobiliare completamente anelastico rispetto ad una domanda disperante. Fallito anche questo modello di sviluppo cittadino, o meglio chiaritane la natura, quale futuro spetta alla città di Livorno? La questione dell’identità territoriale diviene così prioritaria e sostanziale, presentandosi come un aut aut tra una città razionale ed a misura di cittadino ed una schizofrenica, con forti sacche di povertà e sfruttamento intensivo. Dato che su questo piano si giocano le condizioni materiali di vita, è chiaro come una lotta concretamente anticapitalista non possa che ripartire da qui, dalle condizioni materiali d’esistenza, da considerare comunque nella loro interazione costante e reciprocamente penetrante con il simbolico, con l’immaginario, con l’ideologico stesso.
Il municipalismo in quanto dottrina politica che assuma la città a cuore della propria riflessione, assegna alla stessa, di forza, una capacità di autodeterminazione completamente ignorata dalle dottrine politiche più generaliste. Guardare alla città con predilezione trasforma letteralmente la sensibilità politica: non più territori eterodiretti, si pensi al caso TAV qui in Italia, su cui si è accesa un’annosa questione e partita proprio per la violenza con cui aggredirebbe gli equilibri di alcuni territori che dovrebbero ospitarla; è a partire dai territori stessi che dobbiamo scegliere e determinare le nostre condizioni di vita. Dato che le condizioni di vita infine, in ultima istanza, si decidono, si incontrano, si sperimentano proprio al livello immediato diretto delle nostre vite, eppure le nostre vite sono orientate su dei territori specifici, ebbene questa massima esprime un pragmatismo ed una concretezza assoluta. L’ecologia con la sua impostazione fortemente territoriale sa appunto essere molto concreta, aprendo ampi spazi per ragionamenti di ordine anticapitalistico, attraverso anche l’opposizione delle esigenze immanenti dei territori rispetto ad una rete sociale ben più ampia, invadenti, parastatale.
Come scrivevamo sopra, le principali criticità fertili per il contesto labronico sarebbero welfare ed ambiente. Se l’ambiente, nel caso specifico livornese, testimonia in maniera conclamata come gli investimenti allogeni intervengano su equilibri indigeni, con la Regione Toscana che vorrebbe farne un centro di smistamento di monnezza, su un piano welfaristico, per esempio la medesima Regione va a smantellare il sistema sanitario. Semplici esempi di un’eterodirezione fortemente deturpante per il nostro territorio. Il welfare è un campo ad alto potenziale politico inoltre perché intorno ad esso si concentrano energie sociali, perché è economia, sussistenza per un territorio, dunque politicamente altro campo di elevato senso pragmatico. Sicuramente è la via più breve per realizzare economia inedita partendo dai territori, economia creativa, non solo vertenzialità sindacali di difesa di una posizione; fare politica intorno al welfare significa principalmente realizzare nuova economia, circuiti alternativi in seno al sistema attuale, ma di matrice opposta e distruttiva per il sistema stesso.

Su entrambi i fronti, la popolazione ha saputo rispondere in senso resistenziale. Se nel caso dell’emergenza abitativa per esempio la risposta cittadina ha trovato nelle occupazioni la propria pratica prediletta, dunque l’affermazione di un abitare informale, forse inedito in maniera così politicamente organizzata per Livorno, nel caso dell’ambiente un interessantissimo terreno di discussione potrebbero essere gli Orti Urbani. Gli Orti nascono nel 2013 con un’occupazione di terreni; terreni fermi, paralizzati da speculazioni varie e matrioske aziendali, nel frattempo impiegati persino da discarica abusiva. Occupati i terreni, ripuliti dalla sporcizia ed organizzato il tutto in senso agricolo, un’assemblea ha gestito il percorso, attraverso meccanismi assembleari e di democrazia dal basso. Un progetto pensato sia a monte che a valle: terreno agricolo in un’area problematica come quella livornese, autentica oasi in territorio urbano ma anche intervento politico welfaristico, che vedeva nel disoccupato e nel precario un soggetto di riferimento. L’iniziativa fu presa infatti in un primo momento non da un comitato agricolo bensì da un gruppo di disoccupati, mobilitati dal bisogno di prodursi direttamente gli alimenti, nei limiti del possibile. Un progetto insomma sperimentale, che interveniva a metà campo, tra l’ambiente ed il sociale: offriva attraverso strumenti ecologici, ambientalisti, risposte di ordine sociale, come un progetto che sussuma e si faccia carico di entrambi gli aspetti. Gli orti sono quindi in grado di rappresentare emblematicamente entrambe le criticità del territorio, di parlare per esse. Questa capacità rappresentativa fa degli orti urbani un progetto potente, per quanto riguarda il principio, l’impostazione iniziale di un ragionamento generale sull’ecologia sociale per il territorio livornese, in quanto sintesi della duplice criticità di cui parlavamo poco sopra.
Ora, il modo in cui gli Orti Urbani intervengono nelle vertenzialità cittadine sul tema dell’ambiente non è immediato; non risolvono direttamente i problemi relativi alle principali vertenze ambientaliste cittadine. Nel senso, per fare un esempio banale e semplice, che con la loro mera presenza, empirica ed ontologica di certo non vanno a risolvere i problemi legati alla gestione dei rifiuti. A nostro giudizio infatti una realtà come gli orti nei meriti della questione ambientale ha un limite forte: non può entrare nei meriti specifici delle questioni, perché questi sono dei contesti di discussione spesso parziali e tecnici; è nel campo della problematica stessa che si trova cioè la soluzione. Discutere di inceneritore significa sapere produrre una soluzione anche, un’alternativa all’inceneritore stesso come accade per esempio con la teoria e la pratica dei RIFIUTI ZERO. Tutte queste sono soluzioni tecniche e specifiche, quindi tattiche, rispetto ad un campo problematico più ampio, che è quello ecologico sociale, campo con il quale sicuramente interagiscono andandone anche a disegnare in maniera determinante alcuni contorni.
Ecco, è forse con la questione ecologica presa nella sua generalità che gli Orti Urbani possono intrattenere una relazione aperta e costruttiva, per non dire propositiva. Non semplice ambientalismo, quindi. Gli Orti Urbani possono interagire con la dimensione ecologica dei problemi di carattere ambientale, proprio per le caratteristiche sociali dalle quali sono caratterizzati: come spazio verde sottratto alla speculazione, si inseriscono in un quartiere portandoci qualcosa in più. In una città discarica come Livorno viene opposta e proposta una modellistica sociale diversa, nella quale i perimetri urbani non siano colate di cemento a favore soltanto della rendita immobiliare; uno spazio verde come risposta ad un problema di carattere politico ed urbanistico. Ecco un punto in cui l’ambientalismo diviene ecologia: un’alternativa “verde” che offre una possibilità sociale. Questo è un dato generale e quindi anche ecologico, che si riflette sull’intero sistema-città: la città, come organismo olistico possiede i suoi equilibri e squilibri immanenti e l’ecologia è una disciplina con i requisiti adatti ad affrontare un ragionamento di carattere anticapitalista disegnato esattamente sul sistema-città. Specie per una città come Livorno dove i dati ambientali hanno un’importanza rilevantissima, per non parlare della crisi identitaria forte che sta attraversando la città sotto più aspetti; tutti imperativi locali che trovano una potenziale risposta nei ragionamenti ecologici.
Ora, la dimensione geopolitica che meglio esprime la prossimità rispetto alle condizioni materiali di vita, come abbiamo scritto sopra, è sicuramente quella comunale, cittadina, giacchè è esattamente qui che si costruiscono in maniera diretta ed immediata le opportunità di esistenza stessa. Ecco che, una “sinistra” rivoluzionaria, laddove ambisca a fare presa sul reale non possa ignorare questo dato fondamentale, impostando proprio a partire dai territori battaglie sociali. Quindi, in quest’ottica il ruolo dello Stato Nazione deve essere ridimensionato o comunque decisamente rivisitato, non più adesso interpretabile come il cuore del potere politico, di carattere negativo o positivo che si consideri, non più fine dell’azione politica rivoluzionaria. La dottrina ecologica tenta di elaborare strumenti di critica, persino di superamento, dello Stato Nazione. Un ribaltamento di piano dunque nell’impostazioni teorico-politica anticapitalista, tesa a prediligere proficuamente come campo di scontro il micro in luogo del macro, una costellazione infinita, spinozianamente, di occasioni di conflitto, decentralizzate, piuttosto che cavalcare sempre il pregiudizio, il mito ideologico della rivoluzione palingenetica, tendente a concentrare in un’unicità di azione e pensiero ogni eterogeneo snodo tattico, come fosse un riduzionismo; una molteplicità di punti di attacco in luogo di uno solo, impossibile ed opportunistico attacco, entrismo sterile all’interno delle istituzioni statali, pieni dell’illusione di poterne invertire il segno, i meccanismi, l tendenze nella concentrazione del potere. Un potere da smembrare e ricondurre in infiniti piani e livelli, non di certo strumentalizzare ingenuamente, da allontanare dalla sua attitudine verso la monoliticità e la concentrazione.
Gli Orti Urbani si scoprono così da questo punto di vista una partita importante, vitale almeno da un vista simbolico per il territorio, poiché capaci di caricare di immaginario su entrambi i fronti di cui dicevamo, quello ambientale e quello sociale, dal momento che sottraggono terreni a dei giochi speculativi, lanciando una sfida sul piano, oggi determinante, della visione di un nuovo modello di città. Se è vero che ogni crisi nasconda un’opportunità, quello che si sta giocando ora, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è il passaggio da una città schizofrenica e governata da meccanismi di sfruttamento intensivo ad una città che sia capace di autodeterminare il proprio futuro sviluppando dal basso quelle forme di resistenzialità, di opposizione ai modelli egemoni e quasi universali della città capitalista. Il locale contro l’universale, il microscopico contro il macro, il molecolare contro il molare per vincere la sfida al capitalismo: questa è una evidenza da cui nessuna teoria rivoluzionaria, nessuna posizione ideologica che aspiri ad un cambiamento concreto possa prendere le distanze. Non si spengeranno le luci del capitalismo un giorno, dal niente e come se niente fosse, non pioverà una rivoluzione dal cielo e presumibilmente è impensabile davvero un cambiamento generalizzato, globale, una rivoluzione cioè che sia caratterizzata da una contemporaneità universale: che da domani tutto il mondo sia rivoluzionabile o rivoluzionato. Sono i soli equilibri microscopici che possono innestare crepe e fratture nella carne del capitalismo, le minoranze che insieme, se messe in comunicazione possono partorire maggioranze inedite, dalla cui mescolanza, molteplicità illuminata potrebbe anche rinascere un movimento rivoluzionario adatto all’attualità più recente. L’attenzione al molteplice ed alle differenze: due principi di cui l’ecologia sociale, disciplina di sensibilità politica trasversale ed aperta , può sicuramente fregiarsi.

Diego Sarri

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