Italiani feriti in Iraq, stato d’emergenza e impegni “morali”

La vicenda dei cinque italiani feriti in modo piuttosto serio in Iraq ci ricorda il nuovo modo di fare la guerra che si è imposto nel nostro paese.  Prima di tutto si tratta di una missione voluta nel 2015 dal governo Renzi in accordo con l’allora presidente degli Usa, Obama. Prevede il supporto italiano, con truppe dedicate alla formazione di militari locali, nella lotta contro l’Isis e la protezione di ditte italiane che rappresentino, in qualche modo, l’interesse nazionale nell’area. L’autorizzazione della missione non è mai passata dal voto parlamentare eppure fino allo scorso anno gli effettivi italiani in Iraq erano circa 1600 quest’anno ridotti a mille. Dall’inizio dell’anno nella zona di Kirkuk, dove sono stati feriti gli italiani, l’Isis ha ripreso una serie significativa di attentati contro coalizione alleata e governo iracheno. Quello di qualche giorno fa, dedicato alle forze della coalizione e non agli italiani nello specifico, è un attentato che fa parte della ripresa di questo tipo di attentati. Bisogna ricordare che l’Iraq è scosso da forti disordini (380 morti in due mesi di proteste contro il carovita e 8000 feriti) e da una guerriglia endemica creata da un numero di conflitti non del tutto stimabile. I costi nella missione? Nel 2017  da un’approfondita analisi , condotta dall’Osservatorio sulle spese militari italiane , emergeva un aumento dello stanziamento generale di circa il 7 per cento di tutte le missioni, Iraq compreso, rispetto all’anno precedente: 1,28 miliardi di euro contro gli 1,19 miliardi del 2016. Soldi destinati a finanziare, due anni fa, l’impiego di 7.600 uomini, 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei e 13 navali in decine di missioni attive in 22 Paesi, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano.  Un ponte per  ricorda poi che i costi delle varie missione italiana,dal 2003 ad oggi hanno raggiunto i 3 miliardi di euro: una cifra smisurata, che se usata per fini civili (costruzione di scuole, ospedali, potabilizzatori, ricostruzione dell’infrastruttura economica) avrebbe consentito una più efficace opera di contrasto di Daesh e della divisione settaria del paese. Attualmente, per ogni 7 euro investiti in missioni militari, solo 1 euro viene destinato alla cooperazione. Una percentuale che,  sempre secondo Un ponte per che opera nell’area da oltre un quarto di secolo, andrebbe semplicemente invertita. La missione di “addestramento”  irachena fa parte di questo quadro strategico e di questi costi storici nell’area , è stata decisa saltando il parlamento, sull’onda dello stato di emergenza contro l’Isis (e su richiesta di qualche azienda),  e viene governata dal consiglio supremo di difesa presieduto dal capo dello stato. Il consiglio supremo di difesa, con il passare del tempo, è diventato sempre piu’ un organo che prende decisioni politiche e militari a prescindere dal parlamento e, se necessario, anche dal governo (si veda l’ormai classico articolo di Riccardo Bellandi Il Consiglio Supremo di Difesa e la crisi libica: quando il capo dello Stato si fa partecipe dell’indirizzo politico. Quaderni costituzionali, n. 3 (settembre 2011) il Mulino, 2011). In questo quadro per rilegittimare, agli occhi di se stesso, la missione in Iraq a Mattarella è bastato commemorare l’anniversario della vicenda di Nassiriya, proprio in questi giorni erano sedici anni dai fatti, per dire, in un discorso pubblico che confermare la nuova missione in Iraq, quella partita senza passare dal parlamento con il governo Renzi, come un “impegno morale”. E cosi’ chiuso il discorso, in modo tombale, fino alle prossime cattive notizie. Repubblica, già araldo di diverse missioni di “pace”, ha provato a mettere in discussione le notizie ufficiali, lo stesso sindacato dei militari ha parlato di missioni senza un vero senso. Ma il vento di destra che spira forte sul paese ha messo presto a tacere ogni discussione.

redazione

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