Karlsruhe: conflitto tra poteri in Europa e siluro all’Italia

Non è la prima volta che la corte costituzionale di Karlsruhe prende decisioni che orientano in Europa la successiva stagione politica ed economica . È già avvenuto con la storica sentenza dell’estate del 2009, che fu interpretata come chiaro orientamento del primato della costituzione tedesca sulla procedura comunitaria in quel caso legata alla ratifica del trattato di Lisbona del 2007. Una decisione, allora come oggi, presa con lo stesso numero di favorevoli e contrari (7 contro 1) che prevedeva che  la procedura di ratifica del Trattato di Lisbona, di fatto già avvenuta, da parte della Repubblica federale tedesca non potesse invece ritenersi conclusa sino a quando la legge, che prevedeva la partecipazione del Parlamento tedesco alle politiche comunitarie, non fosse modificata secondo le indicazioni dello stesso Tribunale costituzionale federale di Karlrsuhe. Stiamo parlando del Bundesverfassungsgericht che, allora come oggi, emise sentenza di parziale violazione della costituzione tedesca nell’esercizio della governance comunitaria. Si trattava, allora, di una decisione che andava a incidere sulla governance politica, nel momento in cui il Trattato prevedeva maggiore potere decisionale europeo sull’allocazione delle risorse nella Ue rispetto parlamenti nazionali e allo stesso consiglio d’Europa, ma finì per influenzare anche quella bancaria visto che fu usata come strumento condizionante per legittimare l’atteggiamento della Germania nei confronti della Grecia, dal maggio 2010 fino alla capitolazione di Tsipras. Non solo: le stesse decisioni della BCE di Draghi, dall’estate 2012 al Quantitative Easing, sono passate, attraverso agguerriti ricorsi, attraverso la corte di Karlsruhe e hanno condizionato il comportamento della stessa banca centrale europea tanto che la corte europea di giustizia in due occasioni importanti, 2017 e dicembre 2018, aveva espresso pareri favorevoli alle politiche Bce per metterla al riparo dagli effetti delle decisioni, e dei ricorsi, della corte suprema tedesca.

La sentenza della corte di Karlsruhe del 5 maggio 2020, che riguarda proprio il Quantitative Easing della Bce del 2015,  rappresenta quindi una nuova tappa dello scontro interno tedesco sul comportamento istituzionale in Ue, del condizionamento della governance europea, sia politica che a livello di banca centrale, e un l’emersione di un problema che si fa palese: la contraddizione tra Karlsruhe e il Lussemburgo (sede della corte europea di giustizia). In questo modo il conflitto tra poteri in Germania e in Europa è di duplice natura: giuridico, che investe le rispettive alte corti, e di governance monetaria, che tocca la Bundesbank e la Bce e, di conseguenza l’intero eurosistema bancario di cui fa parte l’Italia. Il nostro paese ha però un problema in più quello legato alle condizionalità dei finanziamenti per uscire dalla crisi: se in materia la Germania fosse troppo influenzata dalla propria corte costituzionale, influenzando a sua volta la Bce, per l’Italia sarebbe molto difficile avere grossi margini di manovra per la ricostruzione del dopo Covid. Per essere chiari la decisione dei giudici di Karlsrhue non fa riferimento al pacchetto di misure decise dalla Bce nelle ultime settimane per fronteggiare la crisi economica legata alla pandemia di coronavirus: a marzo l’istituto di Francoforte ha varato un pacchetto di acquisto di titoli per 750 miliardi di euro in funzione anti-spread per frenare la speculazione e dare fiato ai paesi più colpiti e più indebitati.

Ma nella situazione attuale, in cui i governi sono ancora in una impasse sugli strumenti da mettere in campo per aiutare i paesi e si attende la proposta della Commissione sul Recovery Fund, la sentenza della Corte tedesca aggiunge un ulteriore elemento di incertezza. Basta leggere un recente editoriale della Frankfurter Allgemeine per capire che, oltre alla sentenza giuridica, in Germania è in atto una pressione di una parte importante dell’opinione pubblica tedesca per condizionare il comportamento del governo federale, e della Bundesbank, per la istituzione di criteri restrittivi, e di controllo rigido del bilancio degli altri stati, nell’erogazione dei fondi comunitari per la ricostruzione (qualsiasi natura assumano). Naturalmente c’è chi ha preso la balla al balzo:  l’Olanda ha fatto sapere che intende porre una serie di condizioni per dare il via libera definitivo alla possibilità di usare una linea di credito del Meccanismo europeo di Stabilità dedicata alla pandemia del coronavirus: l’Aia chiederà ai paesi che faranno ricorso al Mes la firma di un memorandum d’intesa da parte dei paesi beneficiari, la realizzazione di un’analisi di sostenibilità del debito e prestiti di una durata inferiore a quelli che vengono normalmente concessi dal fondo salva-Stati. Si tratta, comunque la si guardi,  del contrario del metodo chiesto dall’Italia in queste settimane: insomma tra Karlsruhe e l’Aja è partito un vero siluro verso l’Italia. Ci affonderà? Per Milano Finanza si, addirittura la seconda testata economica italiana suggerisce di accelerare l’uscita dall’Euro dopo la sentenza di Karlsruhe, nel frattempo il Financial Times avverte sui rischi della stabilità dell’eurozona in questa situazione e si fa portavoce dei malumori della Bce con i suoi funzionari che definiscono “ridicola” la richiesta di Karlsruhe di documentazione sul QE del 2015.

Fare previsioni catastrofiche, in questa situazione, è facile quanto prematuro. Di sicuro, con la sentenza di Karlsruhe si è aperta una nuova fase di criticità politiche, giuridiche e finanziarie che riguarda la Germania, l’Europa e l’Italia.

a cura della redazione di Codice Rosso

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