La democrazia parlamentare in Italia: una crisi profonda e irreversibile

Continuiamo la pubblicazione di contributi in vista del referendum del 20-21 settembre . Stavolta tocca a Jack RR che, prima del covid, ci aveva mandato un report su un convegno istituzionale dedicato all’industria del turismo sul territorio (Redazione).

Dopo l’accesa stagione di dibattiti dedicati ai costi della politica siamo passati dopo  all’atto conclusivo che potrebbe sancire una eventuale norma di riduzione del numero dei parlamentari: il referendum 2020.
Ricordare il contesto in cui nacque la discussione sui costi della politica è fondamentale:  la causa scatenante la troviamo tra il patto di stabilità e i vincoli di bilancio sugli Stati Ue,  gli enti territoriali e  le amministrazioni pubbliche. Cominciò una nuova stagione di marketing della moralità pubblica in contemporanea con  una nuova fase di regolazione di gestione delle masse monetarie con attenzione ai livelli di inflazione, di costo del lavoro e redditi da lavoro.

Il potere di regolazione, difficile da contrastare e anche da raccontare, con il tempo ha fatto il suo effetto, assieme alle campagne stampa sulla “casta”, convincendo l’opinione pubblica dell’esistenza di una inefficienza generalizzata nei settori pubblici per dimostrare non la necessità di un risanamento pubblico ma quella di una estesa e “risanatrice” azione privatizzante accompagnata a un processo di liberalizzazione. In un lasso di tempo così lungo, dove queste concezioni sono diventate egemoni, dove i processi finanziari si sono sviluppati a tal punto da risucchiare intelligenza e conoscenza al vecchio potere politico degli Stati Nazione c’è da domandarsi se a difendere quella che oggi è solo retorica della democrazia possa essere il mantenimento del numero dei parlamentari. In un contesto dove la comunicazione si avvale di supporti e applicazioni ormai nelle disponibilità di tutti, il concetto fisico del rapporto tra parlamentare e popolazione di riferimento è davvero inappropriato. Chi per sostenere il NO fa leva su questo argomento dimostra di essere all’oscuro di come vengono messe in campo politiche di gestione di massa. Vedere oggi un parlamentare che si aggira su un territorio fa pensare solo al fatto che si sia smarrito.
Oggi dobbiamo valutare effettivamente la realtà del rapporto tra Parlamento e potere effettivo lasciando in secondo piano questioni di risparmio o meno su stipendi e vitalizzi.
Forse il parlamento oggi serve per le attività di lobbying ma non è da giurarci visto che per come si generano le norme nazionali dopo gli input normativi europei è meglio fare la stessa attività di lobbying presso le sedi europee e non di certo presso un parlamento nazionale  ( si veda l’articolo Perché abbiamo bisogno di una legge sul lobbying in Italia).
Quindi in quale modo approcciarsi a questo referendum? L’argomento appare molto marginale in un contesto come quello di oggi dove il potere non passa per le mani del parlamento se non per cose domestiche di minor valore. Proprio cogliendo l’occasione del referendum potremmo fare uno sforzo di riflessione e cercare di ricostruire le azioni e le strategie del potere reale quello che modifica le nostre vite. Il parlamentare era stato istituito perché portasse le istanze di un territorio all’interno di qualsiasi discussione politica. Oggi questa garanzia per una rappresentatività esiste o no? Chi ascolta le istanze e regola gli interessi anche legittimi della popolazione? Chi conosce bene la popolazione? Rispondendo a queste domande resta facile capire a chi è passato in mano il potere politico. Non a caso nel settore privato sono emerse holding che operano nel settore web che fidelizzando i propri servizi coltivano un rapporto di estrema valenza politica in modo capillare con le singole persone. Il “soddisfatti o rimborsati” ha un vero peso politico crea fiducia e rimette potere a chi effettivamente ti conosce molto bene e rende più comoda la tua esistenza. Insomma, di quale referendum stiamo parlando?

Per codice rosso, JackRR

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