Comunicazione e culture

La macchina mitologica della sicurezza e degli eroi

Nel momento in cui le immagini del poliziotto aggredito alla manifestazione torinese sono state rilanciate dai media, si è messa in moto una grande “macchina mitologica”, per come è stata definita da Furio Jesi. Le immagini mediatiche hanno fatto quindi da spalla alle dichiarazioni degli esponenti del governo e dell’opposizione: le dichiarazioni, accompagnate dal commento delle immagini ritagliate dal contesto generale della manifestazione, hanno fatto le veci di un mitologo-cuoco che – per utilizzare una metafora utilizzata dallo stesso Jesi – imbandisce il materiale mitologico per soddisfare la fame di mito degli esseri umani. La macchina mitologica, secondo Jesi, è il meccanismo attraverso cui si attinge all’universo informe del mito per consegnarlo al presente (cfr. F. Jesi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea, Einaudi, Torino, 2001, p. 104 e seguenti). Come scrive Jesi, “lo scopo della moderna scienza del mito o della mitologia, lo scopo dei mitologi moderni è questo: avere sulla tavola qualcosa di molto appetitoso, che senza esitare si direbbe vivo, ma che è morto e che, quando era vivo, non possedeva un colore così gradevole” (ivi, p. 176). D’altra parte, si tratta di un mito tecnicizzato, come Jesi, rifacendosi agli studi del suo maestro Károly Kerény (con il quale successivamente romperà, spostandosi su posizioni più radicali), definisce un sistema mitico vuoto e falso utilizzato unicamente dagli apparati di potere per raggiungere i propri scopi, come durante il nazismo e il fascismo.

L’uso che i media hanno fatto di quelle immagini è una macchina mitologica appartenente in tutto e per tutto alla “cultura di destra”: esse sono servite a ritagliare i buoni e i cattivi, a consegnare i buoni all’universo del mito, a un passato immemoriale e lontano. Quelli sono gli eroi, i degni di rispetto, i martiri buoni e onesti, senza macchia, che si immolano per difendere altre miriadi di buoni. Come scrive Jesi, la cultura di destra – fatta di “idee senza parole” – si serve di un passato trasformato in “pappa” modellabile come si vuole: “Tutto quello che il passato è stato, è divenuto una pasta che si può modellare e cuocere come si vuole: la materia per eccellenza dei miti tecnicizzati” (F. Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 186, edizione originale: 1979). Tale cultura si riallaccia al mito del sacrificio e dei morti esemplari: il sacrificio riesce a sopravvivere attraverso la memoria e il ricordo. Quelle immagini mediatiche rappresentano perfettamente il mito del sacrificio: come tali esse saranno consegnate ai posteri da un apparato giornalistico e televisivo, politico e sociale totalmente uniformato, dai social alla carta stampata. Quelle immagini rappresentano gli eroi che ripetono gesti antichi, perduti in un passato lontano e indefinito, che difendono la comunità dei buoni contro i cattivi. Esse servono anche a delimitare il campo: contro i buoni ci sono i cattivi, i violenti, coloro che attaccano l’intera comunità dei buoni. Ecco che tutti i partecipanti alla manifestazione vengono automaticamente trasformati in “violenti”: sono tutti violenti perché non condividono i valori difesi dai buoni, da coloro che da millenni ripetono i gesti eroici di difendere la comunità degli altri buoni. Ma chi sono gli appartenenti a tale comunità? Gli indifferenti, coloro che pensano solo alla propria vita di tutti i giorni, una vita magari benestante, fatta di Suv, di palestre, di vacanze, weekend e aperitivi: specchio rovesciato dell’attività lavorativa. Coloro che non si interessano alla politica o, nella loro indifferenza, abbracciano totalmente quella cultura di destra che così bene riesce a parlare all’uomo qualunque. Sono coloro che pensano che chi manifesta (per la Palestina o per qualsiasi altro motivo) sia soltanto un estremista violento. Sono infarciti di cultura di destra perché in essa “gli elementi culturali sono per così dire omogeneizzati: in questa pappa, dichiarata preziosa, ma anche ben digeribile da tutta la classe mediamente istruita, non ci sono più veri contrasti, vere punte, spigoli e durezze” (F. Jesi, Cultura di destra, cit., p. 162).

I poliziotti attaccati, mostrati in quelle immagini, diventano eroi epici che difendono i valori della libertà contro gli oppressori: sono come Achille proditoriamente ferito da Paride (l’odioso nemico troiano, il cattivo, il vigliacco rapitore di Elena), sono come Perseo che combatte contro i mostri e contro Medusa o Teseo contro il Minotauro, sono come il paladino Orlando attaccato dai pericolosi nemici turchi nella Chanson de Roland. Come, per usare dei miti moderni, Goldrake o Mazinga, mutilati e ridotti in pezzi (lo vediamo in diverse puntate degli anime), attaccati dai cattivi alieni che si vogliono impadronire della Terra. Ecco perché i re e i capi devono portare i loro omaggi agli eroi: la premier che visita in ospedale i due tutori dell’ordine non fa altro che compiere gesti antichi appartenenti ad un passato immemoriale, rimasticato dalla cultura di destra e imbandito agli spettatori televisivi. Gli atti eroici, del resto, meritano il più alto onore. Questo è il linguaggio offerto dalle immagini: semplice, diretto, essenziale, in un momento di abbassamento e di semplificazione dei toni in cui gli eroi diventano gente comune, indifferentemente appartenenti alla comunità dei buoni, i bravi ragazzi della porta accanto. I cattivi, invece, diventano sempre più lontani e cattivi: stranieri, arrivati dall’estero (gli “xenoi” degli antichi greci, gli stranieri al massimo grado), appartenenti a una non meglio definita “brigata del martello” (come si legge in un titolo delirante apparso su un quotidiano). “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, diceva il Galileo messo in scena da Bertold Brecht.

Anche il termine “sicurezza” è stato inglobato dalla macchina mitologica: è stato trasformato in un valore appartenente anch’esso ad un passato immemoriale, assoluto e perfetto. Tutti gli eroi preservano la sicurezza delle radici dei buoni, dell’appartenenza a una cultura comune – quella ‘italiana’ e ‘cristiana’ – minacciata dagli stranieri e dai violenti. E il decreto che ne porta il nome è una punizione da attuarsi contro i cattivi, gli esterni, i forestieri violenti. Esso è la giusta punizione che deve essere invocata da tutti i cittadini per bene ed è arrivata puntuale come una rappresaglia nazista. Solo la difesa della sicurezza, del resto, merita gli onori più alti: il presidente del consiglio non si recherà mai a visitare in ospedale un qualsiasi operaio infortunato sul luogo di lavoro, ferito dai macchinari o caduto da un’impalcatura, al quale quella stessa decantata sicurezza è stata negata.

L’uso delle immagini da parte dei media e le reazioni della classe politica dimostrano quindi che la cultura di destra si è ormai estesa dovunque, anche in quella parte di politica che ancora crede di spacciarsi come “sinistra”. D’altra parte, lo stesso Jesi scrisse nel lontano 1979 (osservazioni validissime anche oggi) che “il linguaggio delle idee senza parole è una dominante di quanto oggi si stampa e si dice, e le sue accezioni stampate e parlate, in cui ricorrono appunto parole spiritualizzate tanto da poter essere veicolo di idee che esigono non-parole, si ritrovano nella cultura di chi non vuol essere di destra […]. Questo deriva dal fatto che la maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale di destra” (F. Jesi, Cultura di destra, cit., p. 26). La macchina mitologica è sempre in agguato e arriva dovunque, più veloce di un drone, più rapida di un messaggino whatsapp.

Per Codice Rosso, Guy van Stratten