La mummia di Cambridge
Mi trovavo in un antiquario di Cambridge e, tra gli oggetti esposti, vidi una prima edizione dei Tales di Edgar Allan Poe del 1845: che meraviglia! Era un’edizione straordinaria, con disegni a inchiostro di china che illustravano i più orrorifici racconti. Evidentemente il negoziante non ne conosceva il valore perché era in vendita a un prezzo veramente irrisorio. I miei compagni di viaggio, Rosamunda e Telonio, erano tutti intenti a guardare vecchi servizi di porcellana e dei quadretti antichi che descrivevano il viaggio di una carrozza postale: prima sotto il cielo sereno e in mezzo a piante e fiori, poi sotto un violento temporale, poi nella neve ecc. quando Telonio, romano de Roma, esclamò: “me so scordato la felpa in tintoria, porcaccia la miseriaccia, devo annà a prenderla prima della chiusura!”. E uscì dal negozio. Io comprai il libro di Poe facendo finta di nulla e sbirciai alcuni dei disegni che illustravano i racconti: erano bellissimi, erano la materializzazione perfetta degli incubi dello scrittore americano, dall’enorme lama che sovrastava la sua vittima in Il pozzo e il pendolo fino al mostruoso gorgo di Una discesa nel Maelstrom, dietro il quale si ergeva una imponente figura spettrale. Diedi uno sguardo anche al disegno che illustrava uno dei miei racconti preferiti, Some words with a Mummy, cioè Quattro chiacchiere con una mummia, in cui campeggiavano le ombre di un gruppo di distinti signori con cilindro che discutevano con un essere avvolto in antiche bende.
Mi ricordai all’improvviso che di lì a poco avevo un appuntamento con il mio amico, il professor John Orphelius Wright, che mi aspettava al Fitzwilliam Museum per mostrarmi una recente e interessantissima scoperta. Telonio era ormai diretto verso la tintoria; salutai velocemente Rosamunda, occupata a acquistare un bellissimo servizio da tè e mi incamminai verso il museo, mentre un freddo crepuscolo stava cominciando a fare capolino sugli antichi palazzi di Cambridge. Il professore mi aspettava in un ufficio al piano seminterrato, dove venivano raccolte le recenti acquisizioni del museo. Rimasi stupefatto quando vidi John che, insieme ad un altro elegante signore, ammirava un meraviglioso sarcofago aperto, all’interno del quale si trovava una gigantesca figura completamente avvolta da bende, non troppo diversa da quella del disegno che illustrava il libro di Poe che avevo acquistato al negozio di antiquariato e delicatamente riposto nello zaino. John mi spiegò che si trattava di una mummia proveniente da Alessandria ed apparteneva al periodo ellenistico, quindi era molto più tarda rispetto alle mummie dei faraoni dell’antico Egitto. Disse che sicuramente si trattava di un sovrano, ma non sapeva quale. L’altro signore, che scoprii poi essere un eminentissimo egittologo, studiava certe iscrizioni in greco antico che si trovavano sul sarcofago quando, con nostro grande stupore, una voce si levò dall’essere avvolto nelle bende. Con nostro maggiore stupore e spavento, uscì dal sarcofago e si mise a sedere su una elegante poltrona che si trovava nella stanza. Noi eravamo attoniti, imbambolati, bloccati in un orrore che non saprei riferire, quando la mummia cominciò a parlare in greco antico. John, ripresosi dallo spavento, dal momento che era un insigne conoscitore di molte lingue antiche, cominciò quasi meccanicamente a tradurre quello che diceva la mummia.
“Buonasera signori” – iniziò a tradurre il professor Wright – “Mi chiamo Filadelfo e sono stato il primo dignitario del re Tolomeo I Sotèr, signore di Alessandria e del regno d’Egitto. Con chi ho il piacere di discutere, questa sera?”. Sembrava che la mummia fosse abituata a fare conversazioni e che, quindi, non fosse la prima volta che chiacchierava con degli studiosi che non appartenevano al suo tempo. Dopo che ci fummo presentati e ci mostrammo stupefatti del suo savoir-faire, proseguì: “Capisco la vostra sorpresa, signori, ma oltre a svolgere conversazioni di ogni tipo alla corte del mio sovrano, sono abituato alle chiacchierate erudite perché non è certo la prima volta che il mio sarcofago viene aperto. Ho parlato con altri eminenti studiosi prima di voi: nel secolo XVIII a Parigi con Voltaire e Rousseau, poi con l’italiano Volta che, di fronte a un imperatore dell’epoca (mi sembra si chiamasse Napoleone), mi diede una bella scossa fotovoltaica, e, a Roma, anche col poeta e filologo italiano Panteri, cioè, no, Leopardi (che non ebbe bisogno d’interpreti perché sapeva alla perfezione il greco antico!). Addirittura, nel XX secolo, a Vienna, conversai davanti a una Sacher Torte con uno studioso che fumava sempre un sigaro oblungo, tale Sigmund Freud, se non ricordo male. E sapete una cosa? Mi sono fatto una passeggiata notturna in tutte queste epoche e sarei curioso di conoscere anche la vostra!”
Restammo in silenzio, stupefatti, imbambolati, ma Filadelfo incalzò: “mi potete raccontare in che anno siamo e cosa succede intorno a noi?”. John, conservando un invidiabile sangue freddo, cominciò a raccontare alla mummia i principali avvenimenti contemporanei in cui gran parte avevano purtroppo eventi negativi come guerre e crisi sociali. Il racconto del professore durò circa una mezz’ora e la mummia rimase un attimo in silenzio e poi cominciò: “Signori, non che le altre epoche fossero un giardino incantato, di guerre e violenze ne ho sentite fin troppe ma come la vostra, se mi permettete, mai! Un genocidio, come quello di Gaza (in un territorio, tra l’altro, che era meraviglioso ai miei tempi), supportato in silenzio da governanti che si dicono razionali, una guerra pressoché mondiale che vi circonda con armi di distruzioni di massa, uso di AI – che fatico ancora a capire cosa sia – in ogni angolo della vita quotidiana, tutto ciò mi turba profondamente! Non vi immaginate nemmeno cosa è stata la nostra epoca alessandrina, in cui certo non sono mancate le guerre ma non terribili come le vostre! Popolazioni sterminate da governanti che si dicono filo-occidentali! E cos’è questo occidente? Voi che vi dite razionali, qui, a Cambridge, cuore della società occidentale, coi vostri college e le vostre istituzioni che chiamate scientifiche, non sapete più cosa sia l’umanità. I filosofi del passato – e che ho pure conosciuto – che occhieggiano dai ritratti nei refettori dei vostri college inorridirebbero a vedervi! Per non parlare degli studiosi e artisti dei miei tempi: Skopas, Lisippo, Prassitele, Apollonio Rodio, Eratostene, Strabone, Archimede, Eudosso di Cnido sono solo alcuni degli artisti, letterati e scienziati che conobbe la nostra epoca, tutti volti a costruire una razionalità lontana da guerre e conflitti. La vostra scienza produce troppa distruzione, da quello che ho capito! Siete disumani, e disumana è la vostra società improntata su un monoteismo esasperato! La vostra scienza è adorata come un altro, unico dio! Il nostro politeismo mai ha provocato le distruzioni che ci sono nel vostro mondo!”
Avrei voluto ribattere a Filadelfo che non eravamo tutti come diceva lui, non poteva generalizzare così e pregai John di tradurgli le mie obiezioni quando Filadelfo si alzò dalla poltrona e, senza che potessimo fare nulla per fermarlo, si diresse all’ascensore (probabilmente lo sapeva già utilizzare grazie a una precedente visita nel nostro mondo) e quindi all’uscita.
Uscì dal museo e cercammo di seguirlo ma camminava velocemente, come spinto da una forza sovrumana. Ormai, in quel tardo pomeriggio di pieno inverno, era già completamente buio e l’enorme sagoma di Filadelfo si aggirava per le vie di Cambridge seminando involontariamente scompiglio e terrore. Voleva soltanto farsi una passeggiata per capire di più il nostro mondo ma purtroppo nessuno capì le sue bonarie intenzioni. Tutte le persone fuggivano, i negozianti chiudevano le serrande (a proposito, Rosamunda rimase chiusa nel negozio di antiquariato e Telonio nella tintoria) e Filadelfo venne investito da un gigantesco Suv elettrico e, alla fine, abbattuto dai mitra degli uomini dell’ispettore Sherlock, chiamato a far rispettare l’ordine pubblico. Io, John e l’egittologo ci trovammo di fronte al gigantesco corpo di Filadelfo, ormai riverso a terra. L’ispettore, trafelato, ci chiese chi mai fosse quell’energumeno pericoloso e subito gli risposi: “Non era un energumeno e neppure pericoloso. Si chiamava Filadelfo e conosceva i nostri orrori. Forse tornerà tra un centinaio d’anni e, probabilmente, lo uccideremo ancora”.
gvs

