Vampiri a Vienna
“Non vi immaginate nemmeno che enorme influenza abbiano i giornali, in questo nostro secolo, sulla popolazione e persino sulle scelte dei governanti. Giornali che parlavano e parlano di avvistamenti di vampiri nel Banato e nei territori orientali dell’impero, esseri che emergono dai sepolcri e succhiano il sangue dei vivi”. In questo modo Gerard van Swieten, Archiatra di Sua Maestà l’imperatrice Maria Teresa, concluse un suo lungo discorso nel salotto del poeta di corte Pietro Metastasio, nella sua elegante dimora di fronte alla Hofburg, in cui, oltre al padrone di casa, si trovavano Helmut Terker, il bibliotecario imperiale e il cerusico Antonius Klok. Si era nel marzo del 1755 ed era appena stato annunciato il ritorno a Vienna della commissione inviata da Maria Teresa nella Slesia, per appurare che non vi fossero vampiri e altri esseri succhiasangue nel territorio asburgico. Il potere dei giornali, i media di allora, era stato tale da manovrare le scelte di una sovrana: tra notizie vere e false, le antesignane delle odierne fake news, Vienna e l’intero occidente erano stati bombardati di notizie su vampiri e resurrezioni, su pratiche magiche e occulte che avvenivano in quelle estreme lande dell’Europa orientale. Parigi, Londra, Berlino, Roma e Vienna si erano popolate di creduloni e di impauriti che temevano di trovare i vampiri persino sotto il proprio letto. E allora Maria Teresa, sfinita e incollerita, spedì la commissione in quei territori: le ultime notizie riguardavano una vampira, tale Rosina Polackin, la guaritrice di un remoto villaggio che, una volta morta, sarebbe ritornata a perseguitare i suoi compaesani.
Van Swieten si alzò e diede una pacca sulle spalle a Metastasio. “Sapete – gli disse sottovoce – non è vero quel che si dice a corte, che nell’alloggio del Metastasio devi proprio turarti il nasio! State tranquillo, herr Pietro, sono solo dicerie, come quelle sui vampiri, ah, ah, ah”. Metastasio, imbambolato, lo guardava con occhi stanchi e assonnati (che crudele quel van Swieten, forse alludeva al meteorismo che affliggeva il povero poeta!) perché aveva passato tutta la notte sveglio a finire il suo ultimo melodramma che avrebbe dovuto consegnare di lì a poco all’imperatrice, e annuì quasi meccanicamente. “Signori, non vi tedierò più con questi discorsi ma sappiate che la mia relazione, dal titolo Note sul vampirismo di Slesia dell’anno 1755, è quasi pronta. Sono stati bravi i nostri messi: mi hanno spedito un mucchio di lettere con descrizioni accurate e molto precise. Vi posso assicurare che i vampiri non esistono. Perché non usciamo e andiamo ad accogliere il ritorno della commissione?”. Ciò detto invitò gli altri signori a seguirlo. Metastasio ne aveva poca voglia, era un tipo freddoloso e avrebbe preferito restare a casa vicino al fuoco del caminetto ma fu costretto a seguire gli altri, se non altro per buona creanza.
Uscirono e si diressero verso il Duomo di Santo Stefano, dove era stata predisposta una cerimonia ufficiale. E dopo un po’ i messi arrivarono, a dire il vero abbastanza malconci: erano il professor Johann Lorenz Gasser, docente di Anatomia a Vienna e Christian Franz Xaver Wabst, protomedico dell’imperial regio esercito. Scesero dalla carrozza scortata da soldati a cavallo, anch’essi affaticati e malconci (sia i soldati che i cavalli) e si diressero sul palco d’onore. Il professor Gasser era bianchiccio e smunto, intabarrato nella sua gorgera e il protomedico recava sulle spalle un mantello strappato. Van Swieten li accolse e si rivolse alla folla facendo un breve sunto della sua relazione: insomma, i vampiri non esistono affatto e sono solo credenze di popolazioni ignoranti e analfabete, che certo non possono avere alcun senso in una grande città come Vienna.
Metastasio, stanco, affaticato e oltremodo disgustato da tutta quella messa in scena, se ne tornò a casa pensando di andare subito a letto. Le tenebre stavano calando rapidamente su Vienna in quel giorno di marzo ancora freddo e il fuoco nel caminetto del poeta si stava consumando a vista d’occhio. Che freddo in quelle stanze! Come gli mancava la sua Roma, la dolce città della sua giovinezza dove abitava la sua amata Marianna Bulgarelli detta la Romanina, morta ormai da tanti anni. Roma, durante il carnevale, col suo clima mite, era stupenda e il poeta si immaginava la sfilata dei carri mascherati lungo il corso. “Freddo, solo freddo e neve c’è in questa città, e i miei reumatismi stanno peggiorando sempre di più”. Era ormai sera tardi e il poeta guardò fuori dalla finestra: stava cominciando a nevicare abbastanza fitto e, a un certo punto, vide svicolare nella strada davanti alla Hofburg due strani figuri. Erano il professor Gasser e il protomedico Wabst, non c’erano dubbi, ed erano avvolti in lunghi mantelli neri. Dove mai andavano a quest’ora? Non dovevano già essere alla tavola imbandita in loro onore, presso la residenza imperiale, alla presenza nientepopodimenoche dell’Imperatrice Maria Teresa? Li vide muoversi in modo circospetto e silenzioso e sembrava che attendessero qualcuno dietro l’angolo di un palazzo. Spuntò fuori un solitario passante, che se ne andava a zonzo nel centro di Vienna, e non appena girò l’angolo, Gasser gli si avventò sul collo. Il malcapitato, probabilmente dolorante, non riusciva a capire cosa fosse successo e scappò via. Altrettanto fecero i due messi imperiali e si diressero verso la Hofburg.
Il poeta, sbalordito e inorridito, si chiese perché mai uno dei due messi abbia morso sul collo un passante solitario. Si avvicinò al tavolo e prese uno dei giornali che, quello stesso pomeriggio, aveva portato van Swieten. Fu attratto da una notizia sui vampiri dell’est: “Essi emergono dal sepolcro e mordono al collo i solitari passanti notturni, sono i terribili vampiri che infestano il territorio asburgico ai suoi estremi confini”. E se, a dispetto di tutte le indagini scientifiche, di tutte le prove che i vampiri non esistevano e che avevano permesso all’Archiatra di scrivere la sua relazione, invece, i due messi fossero stati morsi sul collo da Rosina Polackin? Che strani pensieri, ma forse avevano un fondo di verità. Metastasio allora vinse la stanchezza, sfidò i reumatismi e raggiunse il salone dei festeggiamenti che, per fortuna, non era lontano da casa sua. In qualità di poeta cesareo, cioè poeta di corte dell’imperatrice, l’accesso gli fu facile.
Gli si parò dinanzi uno scenario incredibile: nella sala imperiale, intorno al tavolo d’onore, vide i due messi che stavano mordendo sul collo tutti gli invitati e i dignitari, imperatrice compresa. Vide distintamente van Swieten cadere riverso sul tavolo dopo il morso, col volto spiaccicato in uno strudel di mele, accanto a uno stralcio della sua relazione che avrebbe voluto leggere in anteprima alla sovrana, sul quale era scritto: “sono tutte sciocchezze e stupide credenze”. Fece appena in tempo a scappare e andò a barricarsi in casa. I giorni, le settimane, i mesi e forse gli anni che lo aspettavano sarebbero stati molto duri: un periodo di fughe, di barricate, di paure e di gelo. Vienna stava per essere sommersa dal morbo vampirico e, dopo una dolorosa fitta di reumatismi, si affacciò ancora alla finestra: una folla oscura e assetata di sangue si stava assiepando sotto le sue finestre nella notte. Chissà cosa avrebbero scritto i giornali il giorno dopo, se ancora esistevano. Il morbo, grazie a coloro che avrebbero dovuto estirparlo, si sarebbe diffuso attraverso il mondo e lui ne era l’ultimo, estremo cantore. Doveva sopravvivere per scriverne, scriverne e scriverne ancora. Nel tempo che gli restava, invece di scrivere un melodramma, come suo solito, stavolta avrebbe scritto un romanzo dai cupi gotici intrighi. Gli venne un titolo: “Vampiri a Vienna. Van Swieten e lo strudel insanguinato”.
gvs
(Alcune notizie sono state ricavate da F. P. De Ceglia, Vampyr. Storia naturale della resurrezione, Einaudi, Torino, 2023).

