Visioni

La “nuda vita” di Mickey

La letteratura e il cinema di fantascienza possiedono in sé, in nuce, il grande potere di sovvertire lo stato di cose presenti mediante la forza dell’immaginario. Quando la fantascienza non è al servizio del potere, si configura come un non indifferente elemento sovvertitore dello status quo. Domenico Gallo, noto studioso e autore di fantascienza, in una recente intervista uscita su “Duels” (qui), a tale proposito, così afferma: “parafrasando Karl Marx, secondo me la fantascienza è quella letteratura che è contro lo stato di cose presenti. La fantascienza che non rappresenta un progetto di trasformazione, una tensione contro il potere, in generale fa cagare”. Gallo qui si riferisce alla letteratura ma ciò può valere sicuramente anche per il cinema. E certamente non “fa cagare” Mickey 17 (tratto dal romanzo Mickey7 di Edward Ashton), il nuovo film del regista sudcoreano Bong Joon-Ho, perché mette in scena una fantascienza distopica intrisa di forte tensione contro il potere e contro lo stato di cose presenti.

Infatti, sotto il travestimento distopico, è la società contemporanea ad essere rappresentata dal film, affrescata metaforicamente mediante un gruppo di individui imbarcati su un’astronave in fuga da una Terra sempre più inquinata e invivibile. Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), un ricco politico razzista e xenofobo, insieme alla moglie Ylfa (Tony Collette), finanzia una spedizione verso il pianeta Niflheim per avviare una vera e propria opera di colonizzazione. Se il pianeta assume inizialmente connotazioni utopistiche, come la realizzazione di una vita migliore, si scopre ben presto che l’intento di Marshall è quella di dare vita ad una specie di nuova ‘razza pura’, non priva di una caratterizzazione di stampo nazista, composta di soli bianchi americani. Gli individui imbarcati sull’astronave, come quelli che popolavano il treno di Snowpiercer (2013), rigidamente divisi in classi sociali, rappresentano il sistema di produzione capitalista, sempre alla ricerca fagocitante di nuovi territori da devastare. Alla guida di questo sistema c’è un personaggio iperbolicamente caricaturale come Marshall; ma, se riflettiamo bene, caricatura alla fine non lo è neanche tanto se pensiamo ai vari Trump e Musk che incontriamo ai vertici della società capitalistica odierna. Se ognuno, nel momento in cui sale a bordo, viene reclutato per un compito specifico, il protagonista Mickey Barnes (un bravissimo Robert Pattinson) si imbarca sull’astronave in qualità di “sacrificabile”: il suo lavoro, cioè, consiste nel fungere da cavia a qualsiasi tipo di esperimento (nuovi farmaci sperimentali, radiazioni, nuovi cibi ecc.) e, letteralmente, morire. Il suo lavoro è quindi quello di morire per poi essere ristampato ogni volta mediante una particolare stampante 3 D capace di creare cloni umani.

Ne ricaviamo, perciò, che il lavoro può uccidere e che si può uccidere in nome del lavoro, come avviene ai poveri di Parasite (2019) disposti a ferire e uccidere pur di avere un’occupazione presso la famiglia ricca del film. Certo, il lavoro può uccidere e uccide soprattutto gli strati più deboli della società, come i migranti, spesso considerati non persone (ne è un esempio, in Italia, il caso del bracciante indiano abbandonato e lasciato a morire). Come ha notato Giorgio Agamben, ci sono alcuni individui le cui vite sono “indegne di essere vissute”, “nude vite” tranquillamente sacrificabili, come gli internati di un campo di sterminio. Nella macina capitalistica, le “nude vite” appartengono in special modo ai migranti e agli immigrati ma anche a tutti quei lavoratori costretti a svolgere le loro occupazioni in condizioni di precarietà e insicurezza, perché così torna comodo al datore di lavoro. Ma Mickey, a differenza dei lavoratori sacrificabili vittime del capitale, dei palestinesi di Gaza e di tutti coloro che vengono sterminati ai quattro angoli della Terra dall’atroce macchina bellica globale, ogni volta viene ‘ristampato’ (allegoria mostruosa della fordiana catena di montaggio, su cui si basa il capitalismo moderno), fatto rinascere e nuovamente ingaggiato per morire, anche dopo pochi minuti.

La società moderna occidentale, come scrive Robert Kurz, relega ad una dimensione disumana tutti coloro che, considerati puramente soggetti del valore capitalistico, non sono capaci di riprodursi come tali: vengono pertanto rivestiti di disumanizzazione e privati dei “diritti umani”. Questi ultimi, infatti, sono riservati soltanto a coloro che sanno riprodursi come oggetti dotati di valore. Mickey è un ‘paria’, è un transfuga, un fuggitivo dalle spire di quello stesso capitalismo (la criminalità organizzata e le sue vendette) e si imbarca sull’astronave nello stesso identico modo in cui il protagonista della serie TV Squid Game sceglie di partecipare al gioco mortale per sfuggire alle tenaglie della società che lo stringono e lo torturano nella vita di tutti i giorni.

Ma Barnes, oltre ad assumere la connotazione di pura vittima sacrificabile, diviene anche un possibile elemento perturbatore e sovvertitore dell’ordine iperbolicamente spettacolare di questa società: a un certo punto viene infatti creato un suo “multiplo”, rigorosamente vietato dalle regole imposte da Marshall. Letteralmente si sdoppia in una sorta di “doppio demonico”, un personaggio identico a lui ma che possiede i lati più ‘negativi’ e tenebrosi della sua personalità. Il tema del doppio ‘demonico’ sovvertitore lo incontriamo più volte nella letteratura e nel cinema, dal racconto William Wilson di Edgar Allan Poe fino, ad esempio, ai film Lo studente di Praga (Der Student von Prag, 1913) di Stellan Rye e Paul Wegener e Inseparabili (Dead Ringers, 1988) di David Cronenberg. Il ‘paria’, il “sacrificabile” può quindi anche trasformarsi in ribelle sovvertitore, capace di minare all’interno il sistema che lo esclude e lo marginalizza.

Se l’astronave può essere considerata come un affresco della società capitalistica contemporanea, il pianeta Niflheim rappresenta uno scorcio ancora intatto, ancora non toccato dalla furia devastante della distruttiva omologazione occidentale. Marshall non esita a eliminare come pericolosi “alieni” le forme di vita presenti sul pianeta, dei curiosi animali soprannominati “striscianti”. Ma, come afferma il personaggio di Nasha (Naomi Ackie), i veri alieni non sono loro, nativi del pianeta, ma i terrestri invasori (discorso che può valere anche per i nativi americani annientati e marginalizzati dai ‘bianchi’ conquistatori) che non esitano a sterminarli nello stesso identico modo in cui Lucy Mirando, a capo della sua potente corporation, non esita a trasformare in carne da macello la nuova razza di “supermaiali” in Okja  (2017). Mickey e le altre “nude vite” (compresi gli animali) che, come lui, mai fanno mostra di vittimismo di fronte agli altri, possono essere annientati, uccisi, trasformati in cavie di una scienza al servizio del capitale e dei suoi ordigni distruttivi, deboli, sempre deboli, umili e indifesi ma, chissà, anche profondamente sovvertitori, ribelli, pulviscoli conduttori di rinascita e rivoluzione.
gvs

Riferimenti bibliografici:

Giorgio Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995.

Massimo Fusillo, L’altro e lo stesso. Teoria e storia del doppio, Mucchi, Modena, 2012.

Robert Kurz, Ragione sanguinaria, Mimesis, Milano, 2014.