La vittoriosa sconfitta di Donald Trump

Jorge A. Bañales

07/11/2020

Anche se ha perso le elezioni statunitensi il trumpismo non finirà. Per la seconda volta la maggioranza dei votanti ha respinto il miliardario di destra, ma i voti a suo favore sono aumentati di più di 6 milioni. Questo fenomeno ha comportato una rivoluzione all’interno del Partito Repubblicano e condizionerà la politica statunitense dei prossimi decenni.

Per più di due secoli buona parte del mito nazionale è stata il preteso eccezionalismo degli Stati Uniti: nazione di immigrati, terra di opportunità, patria dei liberi, democrazia stabile e immune dal caudillismo vizio di tante altre nazioni. Quattro anni fa, quando Donald Trump era solo un pacco di promesse fantastiche, un candidato trasgressivo e l’unica alternativa a una candidata democratica considerata corrotta –Hillary Clinton–, il miliardario newyorkese ottenne circa 62,9 milioni (46,1 per cento) di voti, quasi 3 milioni di voti meno della sua rivale, ma concentrati in stati che gli dettero la vittoria nel Collegio Elettorale.

Quattro anni dopo, quando la cittadinanza ormai conosce bene Trump e ha di fronte il caos del suo governo, il presidente ottiene, in chiusura di questa edizione, 69,6 milioni (47 per cento) di voti: 6,7 milioni in più rispetto al 2016. Le cifre non definitive davano al candidato democratico, Joe Biden, circa 73 milioni di voti (50,5 per cento). La sorte si deciderà, un’altra volta, nel Collegio Elettorale.

Il grande perdente di questo ciclo elettorale è il Partito Repubblicano, i cui membri nel Congresso hanno tollerato, come minimo, e hanno avallato, in gran parte, le politiche inaffidabili di Trump, i suoi appelli alla violenza, il persistente tanfo di corruzione intorno ai suoi affari personali e familiari e la sua pretesa di lealtà. Da quando, nel gennaio 2017, Trump è arrivato alla Casa Bianca, quasi la metà dei 250 repubblicani che erano nel Congresso hanno abbandonato i loro posti, cosa che ha lasciato spazio a nuovi parlamentari, eletti, fondamentalmente, con il supporto del trumpismo più militante. Nei mesi precedenti a queste elezioni, decine di figure prominenti del partito, tra i quali ex governatori, ex comandanti militari ed ex gerarchi dei servizi segreti, hanno diffuso lunghi messaggi pubblici di denuncia contro il presidente. A giudicare dai risultato delle elezioni, questi ribelli non gli hanno tolto voti.

La sopravvivenza del caudillo

Il partito, di per sé, ha perso funzionari con lunga esperienza, quelli che manovravano la macchina di raccolta fondi e di sostegno alle candidature municipali, statali e nazionali. Nella sua ultima convenzione nazionale –nella quale Trump è stato incoronato senza opposizione– il Partito Repubblicano non ha neanche pubblicato una piattaforma, quella dichiarazione di promesse sempre tanto idealista quanto vana.

In cambio, sono avanzati quei repubblicani che sono stati più obbedienti ai capricci di Trump. Martedì scorso è stato rieletto il presidente del Senato, Mitch McConnell, del Kentucky, che ha usato il suo controllo della Camera Alta per confermare qualsiasi giudice federale designato da Trump e impedire che si votassero le iniziative della Camera dei Rappresentanti, dove i democratici sono in maggioranza. È risultato rieletto anche il senatore Lindsey Graham, della Carolina del Sud, che presiede il Comitato Giudiziario della Camera Alta, che ha svolto un ruolo decisivo per respingere l’impeachment di Trump e ha accettato senza problemi la conferma di una giudice alla Corte Suprema di Giustizia pochi giorni prima delle elezioni. Nel 2016, otto mesi prima delle elezioni, i repubblicani al Senato avevano rifiutato perfino di riunirsi per ascoltare un candidato del presidente Barack Obama alla Corte Suprema di Giustizia, con la giustificazione, all’epoca, che era opportuno attendere il verdetto della cittadinanza alle urne.

L’ascesa del trumpismo e la scomposizione del Partito Repubblicano mostrano un profondo cambiamento nel panorama politico degli Stati Uniti, dove la maggioranza bianca che ha dominato per secoli si avvia ad essere una tra le molte minoranze. Questo accade mentre sta ormai per scomparire definitivamente la cosiddetta Grande Generazione, quella che ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale, e la Generazione del Boom, a malincuore, suona la ritirata verso la destra del palco. È in questo settore di cittadini che il trumpismo avanza con una visione catastrofica del futuro «se vincono i socialisti»: la distruzione della «nostra America» ad opera della moltiplicazione di minoranze militanti e l’invasione di immigranti multicolori.

Il profilo del trumpismo si è definito con maggiore chiarezza a partire dal 2016: non è conservatore, non è repubblicano. È quello che dice il caudillo. E al caudillo si perdonano gli eccessi perché la «nostra America» combatte una battaglia cosmica contro le forze del male. La sfida che deve affrontare l’intero Paese è che il movimento è forte, corrisponde al temperamento del suo leader e, così com’è successo in Argentina con il peronismo, può sopravvivere bene al caudillo per decenni.

Quindi democratici immusoniti

Grazie a una mobilitazione senza precedenti di fondi, organizzazioni non governative e gruppi specifici (neri, latini, asiatici, omosessuali, immigrati, sindacalisti, chiese, accademici, scienziati), il Partito Democratico sperava in una vittoria schiacciante, un risultato elettorale che non solo sfrattasse Trump dalla Casa Bianca, ma desse a Biden quella maggioranza al Senato di cui ogni presidente ha bisogno per essere efficace. Invece la montagna ha partorito un topolino: hanno conquistato la presidenza, non hanno raggiunto la maggioranza al Senato e hanno perso almeno tre seggi alla Camera dei Rappresentanti, passati in mano ai repubblicani. Per mesi, quasi tutti i sondaggi di livello nazionale davano a Biden un vantaggio tra i sette e i dieci punti percentuali su Trump, che a sua volta non è riuscito a superare in tutto il suo mandato il tetto del 45 per cento di approvazione popolare per la sua amministrazione.

Van Jones, ex assessore di Obama e ora opinionista della CNN, ha descritto con precisione il disincanto che oggi provano gli elettori democratici e indipendenti, che «si aspettavano non solo un verdetto politico, ma un verdetto morale» su Trump. «Penso che molti democratici siano addolorati. Volevamo vedere un rifiuto della direzione in cui stava andando questo Paese. C’è la vittoria morale e la vittoria politica. Non sono la stessa cosa. Credo che la gente volesse una vittoria morale», ha dichiarato.

Quando si conosceranno ulteriori dettagli sul comportamento dell’elettorato, si vedrà se, come molti democratici si aspettavano, le donne offese dal maschilismo di Trump si siano schierate in modo decisivo contro il presidente o se, al contrario, molte hanno ascoltato le previsioni di caos sociale da lui ripetute e sono corse dal maschio protettore a cercare riparo. Gli elettori latinos, intanto, hanno ottenuto in questa elezione il titolo della minoranza più numerosa e i democratici hanno fatto grandi sforzi per conquistare quello che, ancora una volta, è risultato un mito: il voto latino. Ci sono nel Paese circa 62 milioni di latinos e circa 32 milioni sono abilitati al voto (cioè sono cittadini maggiori di 18 anni); di questi, circa 23 milioni sono registrati per votare e forse 15 milioni hanno partecipato. Sui latinos del sud ovest del Paese, più preoccupati per la pandemia, i posti di lavoro e il costo dell’assistenza sanitaria, ha fatto poco effetto la propaganda di rozzo anticomunismo con la quale Trump ha vinto in Florida, domicilio di molti immigranti cubani, venezuelani e nicaraguensi.

In assenza di una vittoria netta, i democratici affrontano ora una riorganizzazione del loro partito che può essere drastica come quella che stanno già subendo i repubblicani. La pandemia di covid-19 e la turbolenza politica continua ed estenuante che Trump provoca giorno dopo giorno forse fanno dimenticare che appena cinque o sei mesi fa gli Stati Uniti erano lo scenario di enormi manifestazioni di massa contro il razzismo e la brutalità poliziesca e che appena otto mesi fa era ancora in corso la disputa nel Partito Democratico per la selezione del suo candidato presidenziale, una contesa nella quale il senatore del Vermont, Bernie Sanders, raccoglieva le preferenze della gente più giovane ed entusiasta.

Il Partito Democratico ha scelto la moderazione di Biden invece della «rivoluzione politica» di Sanders e di mantenersi accanto, con simpatia e solidarietà, ma senza coinvolgersi troppo, nell’esplosione sociale che viveva il Paese. La decisione di schierare Biden come rivale di Trump ha contribuito poco a canalizzare quella energia in questo processo, che ora finisce per essere impelagato in controversie per i voti per questo grande meccanismo di filtro della democrazia: il Collegio Elettorale.

 

Fonte: https://rebelion.org/la-victoriosa-derrota-de-donald-trump/

Traduzione di Nello Gradirà per Codice Rosso

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