Le elezioni servono davvero? Che facciamo dopo questi risultati?

Forse ai nostri giorni l’obiettivo non è quello di scoprire cosa siamo, ma di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire quello che potremmo essere..”   (Michel Foucault)

Introduzione

Le ultime elezioni regionali, al di là del 3 – 3 mostrati dai giornali e dalle tv, oltre le dichiarazioni di comodo di partiti e presidenti vincenti e mancati, hanno evidenziato 2 aspetti:

  1. Alle regionali ha votato il 57% della popolazione con diritto di voto.
  2. La sinistra, o quello che ne rimane e se possiamo usare ancora questo termine, è ormai un fantasma.

Due delle mille domande che ci possiamo fare:

  1. Le elezioni servono ancora?
  2. Che cosa facciamo e quale soggetto si deve dare una svegliata?

1. La questione del soggetto.

Nel 1983 esce l’articolo “ Perché studiare il potere: la questione del soggetto” presente nel lavoro di Dreyfus e Rabinow “Michel Foucault – Beyond Structuralism and Hermeneutics”.
In che modo e come si trasformano gli esseri umani in soggetti è il problema di fondo dell’articolo e del lavoro di Foucault in generale; il farsi soggetto di ognuno di noi si trasforma, nella società, attraverso un processo complesso e variegato che riguarda la grammatica generale, dunque il linguaggio, il processo produttivo che ci fa diventare un soggetto che lavora e la semplice oggettivazione del fatto di essere vivi nella storia naturale,cioè quello di essere un corpo biologico. Foucault ci suggerisce che è necessario analizzare razionalità specifiche e processi remoti per capire “come siamo rimasti intrappolati nella nostra stessa storia”. In questo senso il filosofo francese analizza le lotte in corso di quel periodo e le strategie che le attraversano:
1. Lotte trasversali , cioè lotte non limitate ad un solo paese.
2. Lotte contro gli effetti del potere (per esempio contro la medicina che esercita un potere incontrollato sui corpi)
3. Lotte contro un nemico immediato, vicino, visibile e non più il nemico principale..
4. Lotte che affermano il diritto ad essere diversi e soprattutto attaccano tutto ciò che isola l’individuo e rompe il legame con gli altri.
5. Lotte contro il potere-sapere, la competenza, la segretezza, la deformazione imposte alla gente.
6. Ma soprattutto lotte che ruotano al problema centrale: “chi siamo? Queste sono lotte contro il potere che categorizza l’individuo nella vita quotidiana, lo fissa alla sua identità, gli impone una legge di verità che egli riconosce e che gli altri devono riconoscere in lui”.
Foucault ci avverte anche “che mai nella storia delle società umane vi è una combinazione così abile di tecniche di individualizzazione e di procedure di totalizzazione al’’interno delle medesime strutture politiche”. Insomma questo potere invasivo e variegato si trova dappertutto e si esercita conoscendo i pensieri, i sentimenti, le anime, i nostri segreti più nascosti.. Quelle lotte e quel potere descritti nei primi anni 80 dal filosofo francese sembrano ancora, almeno in parte, parlarci dei nostri giorni.

2. Gli anni 80 e la tecnologia.

A distanza di quasi 40 anni la questione del soggetto non è certo risolta e continua a essere fondamentale e decisiva. A partire proprio dagli anni 80, dove appunto si articolavano e si concludevano quelle lotte vi è stato un diffuso processo di trasformazione economica, sociale, culturale: le selvagge ristrutturazioni della Thatcher, la diffusa finanziarizzazione dei mercati, le tv spazzatura di Berlusconi, il consumismo sfrenato preannunciato da Pasolini e la società dello spettacolo anticipata da Debord, i giornali piegati definitivamente a grandi capitali e molto altro ancora avevano l’effetto di modificare e di influenzare in maniera importante il nostro modo di essere, vedere, leggere e di guardare alla politica.
Nel libro “Il nostro desiderio è senza nome- Scritti politici” raccolta di post e articoli del blog di Mark Fisher vi è un capitolo dedicato alle elezioni intitolato “Non votate, non incoraggiateli” . Mark scrive che c’è stata un’epoca in cui le elezioni sembravano significare qualcosa. Si ricorda il senso di spaesamento provato il giorno della sconfitta della sinistra radicale di Michael Foot di fronte alle forze d’assalto del Kapitale capitanate dalla Thatcher ..Ma poi si domanda: possiamo votare ancora Tony Blair e tutti i nuovi politici se essi sono dei mentitori professionisti, possiamo ancora continuare a votare il meno peggio?
La questione di chi siamo, cosa vogliamo, quale tipo di lotta intraprendere e continuare a considerare le elezioni come qualcosa di ancora raggiungibile in termini di consenso, di cambiamento e di radicamento nel territorio è ormai imprescindibile. Inoltre il capitalismo digitale con i suoi social, i suoi motori e le sue applicazioni ha ulteriormente atomizzato il nostro immaginario collettivo e il modo di essere e fare politica (ormai è chiaro, come nel caso di Trump e Salvini e ora della Meloni, come la tecnologia digitale abbia giocato in favore di una destra reazionaria e conservatrice).
“La domanda centrale è se gli effetti negativi del capitalismo delle piattaforme sulle nostre vite siano specifici del capitalismo – nel qual caso le piattaforme sarebbero legittimi beni comuni da liberare dall’avidità del mercato – o se invece non siano proprio le piattaforme stesse, un po’ come per le automobili, ad essere connesse in maniera inestricabile alle leggi distruttive della società capitalista.(..) La conclusione che se ne trae è duplice: prima di tutto, il solo fatto di essere incollati agli schermi per avere interazioni “sociali” indotte è in sé stesso un fenomeno preoccupante, che sia votato al profitto oppure no; secondo poi, questo fenomeno è una manifestazione diretta dell’alienazione che sperimentiamo nel capitalismo. L’estrazione di profitto, in altre parole, non è l’unico modo in cui i social servono il capitalismo.Per la sinistra, allora, i social media rappresentano una minaccia immediata: attraggono le persone che sono naturalmente portate per le politiche socialiste e le catturano in un narcisismo automatico fatto di dichiarazioni pseudo-politiche, dove dare sfogo a quel loop negativo che li allontana dalla realtà di rapporti umani quotidiani.” (*Benjamin Y. Fong – Possiamo fare a meno di Twitter e Facebook?).

3. Il corpo e la politica.

Le elezioni degli ultimi decenni rappresentano soltanto una parte di un insieme storico e sociale che non abbiamo capito e attraversato; nella nostra misera parte di Occidente non siamo riusciti a comprendere e a reagire alla grande trasformazione antropologica in corso negli ultimi decenni, la globalizzazione, quella che conta, con i suoi capitali finanziari e i suoi modi di ridistribuire il lavoro, il lavoro che non c’è più, la chimera del posto fisso, l’automobile ed il suo falso mito, la lavatrice, gli anni 60, la casa, la famiglia, la pensione, il partito comunista e la sua lunga e travagliata trasformazione, gli anni di piombo, il gossip e il voyeurismo ovunque, la diffusione dell’eroina, il calcio miliardario, il consumismo sfrenato, le tv del nulla e tutto quello che si muoveva intorno al nostro corpo. Non abbiamo compreso fino in fondo lo spirito borghese “ la sua tendenza ad organizzare la vita, entro un microcosmo, dove tutti i rapporti sociali rivelino la presenza di mura ben salde: quelle della casa, dell’azienda familiare, delle città” (Furio Jesi- Germania segreta). Ma queste mura non esistono più..
In seguito non abbiamo compreso le nuove generazioni, il vuoto che si stava creando fra il mondo reale e l’orizzonte di senso, la mancanza di distanza tra spazio digitale e pensiero riflessivo, la tecnologia invasiva e istantanea e il rapporto con il nostro corpo, la malattia psichica, le nevrosi, la debolezza, la vecchia, la solitudine, la povertà.
” L’uomo neuro connesso, iperconnesso capisce ma non sente. Il virus ha portato in superficie i sentimenti più intensi (paura, amore, dolore, rabbia) Fino a questo momento, al “realismo capitalista” si è risposto, da sinistra, con un’acquiescenza delle politiche, altrettanto “realiste” di fronte alle imposizioni neoliberali. Viene da domandarsi se la situazione nella quale ci troviamo non abbia proprio in questo indifferente “realismo” la propria radice ultima, e se il virus e la contaminazione dei corpi non siano spie della nostra incapacità di vedere i corpi (noi e gli altri) e di amarli e di averne cura. Che cosa è la politica se non la cura del vivere? Il virus è sintomo della crisi non solo di una società e di una economia, ma anche della politica. Una politica distaccata dalla vita e dai corpi. La destra finisce per attirare interessi di classe che una parte della sinistra, blindata tra compatibilità e paure, non sa raggiungere. “(Cristina Morini- Corpo dunque sono – La politica del vivere).

4. Politica ed estinzione.

Oltre le elezioni regionali e quelle future, oltre il linguaggio e le forme della sinistra del 900, dobbiamo contribuire a ricreare un insieme sociale, culturale e umano tenendo conto delle nuove lotte in essere ( salario minimo, reddito di base garantito, lavorare tutti e meno, riprendersi la tecnologia, il femminismo, l’ecologia sociale, l’antirazzismo, i percorsi partecipati, ecc) e quelle che verranno, che adesso non possiamo intravedere, ma che riguarderanno profondamente il futuro della terra. O la sua estinzione.
“Non possiamo ignorare che siamo entrati nell’orizzonte dell’estinzione, se non vogliamo ridurci a cantare una messa insipida di buoni sentimenti. Dobbiamo chiederci se sia possibile dissipare l’orizzonte dell’estinzione, quando i processi di oggettivazione si svolgono all’ombra della depressione o dell’autismo, ma alla fine dobbiamo porci la domanda più difficile: è possibile un pensiero felice nell’orizzonte dell’estinzione? Se riusciamo a rispondere sì a questa domanda, allora dobbiamo riformulare il ruolo dell’azione consapevole nella prospettiva auspicabile di un esodo di comunità autonome capaci di porsi il problema dell’autodifesa in un’epoca che si annuncia all’insegna della guerra civile globale. (Bifo – Il giorno prima del diluvio)

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