Livorno calcio: l’azionariato popolare è una prospettiva possibile?

C’è veramente da rallegrarsi nel vedere la massiccia risposta degli sportivi alla campagna di azionariato popolare per acquisire la proprietà del Livorno Calcio. Dopo anni di depressione per la gestione incompetente e arrogante della famiglia Spinelli, e per di più in tempi di pesante crisi economica aggravata dalla pandemia, il fatto che il Livorno continui ad essere considerato un “bene comune” da difendere e valorizzare e che così tanti tifosi vogliano impegnarsi in un‘impresa di questo genere dimostra che c’è ancora spazio per resistere al calcio moderno, e più in generale ai processi di distruzione della socialità e di identità collettive come quella di una città che si rispecchia nella propria squadra di calcio, nella sua tradizione e nei sui valori.

Attualmente, grazie a Spinelli e alla banda di improbabili che ha chiamato a Livorno, la società ha accumulato un debito che nessun soggetto sano di mente potrebbe pensare di ripianare, in barba a chi parlava dei bilanci cristallini del Gabibbo giallo e del suo erede, a cui alcuni giornalisti locali per motivi di audience continuano a offrire spazio con interviste compiacenti dove raccontano balle e sbeffeggiano la città. 

Purtroppo tutte le possibili soluzioni per il futuro del Livorno ormai passano attraverso la retrocessione in D e il fallimento. Spinelli vuole evitare la bancarotta e far sparire il Livorno e tutti i suoi debiti nel buco nero delle categorie dilettantistiche. Ma sono costretti ad attendere la retrocessione e il fallimento anche gli eventuali interessati all’acquisto della società, che non butterebbero certo dalla finestra i soldi per pagare i debiti di Spinelli. Quindi in realtà della salvezza del Livorno, che già da anni praticamente gioca solo per onor di firma ai campionati ai quali partecipa, non importa niente a nessuno.

Ma oltre alla famiglia Spinelli c’è un altro responsabile di questa situazione: si chiama Ghirelli ed è il presidente della Lega Pro. Non è concepibile che un qualsiasi dirigente sportivo possa accettare che si riduca una società di calcio in queste condizioni senza che nessuno paghi di persona, né è concepibile che personaggi inaffidabili che hanno già partecipato a precedenti fallimenti possano ripresentarsi in altre piazze e ripetere anno dopo anno le stesse identiche operazioni. A Ghirelli interessa solo che il Livorno retroceda sul campo, in modo di scongiurare l’ennesimo fallimento a campionato in corso e potersi vantare della regolarità del torneo.

A questo giochino di una tranquilla retrocessione sul campo non ci stiamo. A questo punto, come abbiamo detto più volte, bisognerebbe togliere lo stadio a Spinelli e ai suoi compari (lo pagano l’affitto?) e sbattere in faccia a Ghirelli le sue responsabilità, facendo della vicenda del Livorno un caso nazionale per iniziare finalmente a mettere un freno all’economia dei fallimenti che negli ultimi dieci anni, sempre con gli stessi protagonisti che girano, ha portato alla scomparsa di 150 squadre professionistiche, tra cui alcune piazze che hanno fatto la storia del calcio italiano.

E dopo? L’azionariato popolare può essere una soluzione? Per quanto ci riguarda vorremmo contribuire studiando e valutando insieme a tutti gli interessati le varie esperienze che ci sono in Italia e all’estero per capire se veramente si tratta di una strada percorribile. Per il momento c’è da dire che le precedenti esperienze di azionariato popolare in Italia non hanno avuto un grande successo e ad oggi non vi sono società professionistiche gestite secondo questa formula.

In alcuni casi l’azionariato popolare è servito per acquisire solo una quota di minoranza delle azioni in modo da poter partecipare ai consigli direttivi e poter accedere alla documentazione amministrativa, ma senza aver modo di incidere sulla gestione effettiva della società.

In altri casi più che di “azionariato popolare” si è trattato di “azionariato misto”, dove in pratica alcuni piccoli imprenditori locali hanno messo insieme una cordata per rilevare la società e gli sportivi hanno partecipato con una quota di minoranza, anche in questo caso senza poter contare più di tanto.

Il vero azionariato popolare, quello basato sul contributo paritario di un notevole numero di persone che versano poche centinaia di euro a testa, forse potrebbe permettere di acquisire la società (soprattutto in caso di fallimento e ripartenza dai dilettanti) ma ben difficilmente di gestire una squadra in grado di frequentare categorie importanti. Già per la serie C si parla di budget che si aggirano intorno ai 4-5 milioni l’anno, con entrate ridotte all’osso per l’assenza dei diritti televisivi e la scarsa rilevanza degli incassi. Per le categorie superiori ovviamente il budget è ancora più alto. Olretutto viviamo in una città dove tutti gli indicatori economici sono disastrosi e di soldi ne girano pochi.

Sarebbe un peccato che tutti coloro che hanno aderito alla campagna in corso rimanessero delusi. Dovrebbero innanzi tutto essere consapevoli che il loro non sarebbe un investimento ma un contributo a fondo perduto, che non sarebbe sufficiente versare una piccola somma di denaro una tantum perché oltre ad acquisire la società poi c’è da gestirla, e che in prospettiva difficilmente si potrebbe andare oltre la serie D.

Abbiamo letto che il sindaco avrebbe aderito alla campagna di azionariato popolare, ma avremmo preferito che il sindaco facesse il sindaco occupandosi, come abbiamo scritto più volte, di una manifestazione d’interesse per la cittadella dello sport. Non vorremmo che qualcuno avesse la tentazione di usare ancora una volta il Livorno a fini di costruirsi un consenso politico. Non sarebbe una novità: per dieci anni abbiamo avuto un assessore allo sport proveniente dalle telecronache sportive di Granducato TV, ora abbiamo un sindaco che era il conduttore di trasmissione sportive nelle quali il suo principale consulente era un ospite fisso.

La realtà è che partiamo da una situazione di debolezza e inadeguatezza della politica locale, non solo nel calcio ma in tutti gli aspetti dello sviluppo della città: pensiamo, tanto per fare due esempi, alle questioni del turismo e della sanità. Nonostante la presenza di milioni di croceristi nel nostro porto non si è trovato il modo di promuovere la città e di far sì che qualcuno di loro spenda almeno qualche euro a Livorno invece di salire su un autobus e visitare le città vicine. Per la sanità, totale subordinazione alla Regione e alle sue politiche di smantellamento, con tanto di distruzione premeditata della ex sede legale di Monterotondo oggi in totale degrado.

Anche nel caso della società di calcio è necessario un salto di qualità: il caso Yousif dovrebbe aver insegnato che sperare nell’arrivo non solo dello sceicco, ma anche di un imprenditore mediamente ricco e competente che riporti il Livorno in serie A, è del tutto illusorio. Il futuro del Livorno si gioca su due pilastri fondamentali: lo sviluppo di un settore giovanile all’altezza del calcio professionistico e un progetto per la gestione pubblico-privata degli impianti sportivi. In entrambi i casi il ruolo dell’amministrazione locale è fondamentale. In genere i progetti per la costruzione di nuovi stadi o la ristrutturazione di quelli esistenti hanno rappresentato la svendita di beni pubblici al privato in cambio della gestione della squadra e del consenso politico che produce. Non a caso sono molti i casi di presidenti delle società professionistiche che erano o sono anche dei costruttori: il primo che ci viene in mente è lo storico presidente dell’Ascoli Rozzi. Spesso queste operazioni edilizie, condotte con molta spregiudicatezza, sono state propagandate come una manna dal cielo in termini di produzione di nuova occupazione o reddito sul territorio: niente di tutto questo. Il più delle volte si è trattato soltanto di nuove colate di cemento in città già provate dalla speculazione e dell’edificazione di ecomostri brutti e inutili.

Nel nostro caso però la ristrutturazione del Picchi è indifferibile, visto che lo stadio casca a pezzi ed è anche pericoloso. Non si tratta di svendere un bene pubblico, ma di realizzare un progetto che comprenda tutti gli impianti della zona sportiva dell’Ardenza, ne garantisca l’utilizzo per tutta la cittadinanza e valorizzi il quartiere. Leggiamo invece che il sindaco è andato a Roma a chiedere cinque o sei corse di cavalli per i mesi estivi come se questo potesse salvare l’ippodromo, inevitabilmente destinato a chiudere come altre decine in tutta Italia. E questo ci fa pensare che non ci siano idee chiare sul futuro della città.

Anche per quanto riguarda il calcio giovanile, il Comune ha un ruolo centrale: va individuato un impianto che possa costituire la base per la nuova società di calcio e rappresenti anche un importante centro di aggregazione sociale ed educativo per i ragazzi. Preferibilmente dislocato in un quartiere popolare, in modo da riviverlo e valorizzarlo. Anche la gestione del settore giovanile di una società professionistica è costosa (si può ipotizzare circa 1 milione e mezzo l’anno) ma potrebbe essere abbordabile -questa sì- in regime di azionariato popolare. In questo modo gli sportivi si troverebbero in mano una struttura e non rischierebbero di vedere il loro contributo svanire nel pozzo senza fondo di una società mal gestita. Inoltre la presenza di un settore giovanile forte sarebbe la migliore assicurazione per il futuro del calcio a Livorno. Le società medio-piccole che stanno nelle categorie più importanti hanno tutte un forte settore giovanile: pensiamo non solo ai soliti esempi come l’Atalanta o l’Empoli ma anche ad altri casi meno reclamizzati come l’Entella, che non sarebbero certo inarrivabili se si iniziasse un discorso serio con persone competenti. In questo quadro l’azionariato popolare può avere davvero un ruolo. Leggiamo che alla campagna che è partita sono vicini anche alcuni ex amaranto che in passato avevano cercato di rilevare la società da Spinelli, il quale naturalmente aveva risposto picche. Questo fa sperare che si possa mettere insieme un gruppo di imprenditori interessati ad un progetto per la zona sportiva, una cordata in grado di investire seriamente nel Livorno e un azionariato popolare incentrato sulla costruzione di un importante settore giovanile, con l’aiuto delle istituzioni locali e di ex calciatori amaranto.

Prossimamente avremo modo di approfondire e discuterne con tutti. (red.)

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