Livorno Incagliata

C’è nell’aria da tempo nella mia città un progressivo senso di smarrimento che si percepisce a pelle e che interessa i versanti politici e sociali e a cui si associa un visibile malessere di tipo esistenziale che colpisce trasversalmente tutte le generazioni, giovani in primis. L’invecchiamento della popolazione, le ampie zone di povertà, la precarizzazione, la disoccupazione, le difficoltà economiche delle famiglie, lo scarso rendimento scolastico, sono solo alcuni evidenti segni di un vortice di bassa pressione che si è dislocato da decenni sopra Livorno. Sul clima grava anche l’enorme perturbazione dell’emergenza abitativa attestato dalle occupazioni di immobili dismessi e abbandonati:le sedi delle ex circoscrizioni 1 e 3 in via delle Sorgenti e in via Corsica, la Caserma Del Fante in via Adriana, l’ex Atl in via Meyer, l’ex Cecupo in via degli Asili, gli ex asili Chayes e 4 Stagioni in via Cambini e in corso Amedeo, gli ex distretti di via Ernesto Rossi e di via San Gaetano, l’ex stazione di via Firenze, il grattacielo della Cigna, la palazzina di via Corcos e il palazzo Maurogordato. Tutti questi immobili sono occupati da circa 600 persone è questo l’effetto della governamentalità sociale labronica. Il sopraggiungere della crisi ha svelato il volto della nostra ridente città.
I meccanismi di governo del territorio si sono mostrati sfasati in ritardo rispetto ai fenomeni che dovevano governare. L’avvento delle nuove tecnologie informatiche non è riuscita a mettere radici nel territorio e neppure altri filoni legati alle produzioni ecosostenibile delle energie alternative. La valorizzazione turistica del territorio e delle nostre tradizioni non ha trovato un ambiente adatto al suo sviluppo e le episodiche iniziative culturali non sono mai state in grado di mettere in movimento processi virtuosi di sviluppo. La progressiva desertificazione industriale è stata subita ed affrontata con categorie di pensiero vecchie non adatte a costruire cambiamenti del modello produttivo. Ne è una prova evidente il linguaggio utilizzato dai politici mai uscito dal novecento. L’incapacità di elaborare nuove categorie e nuovi sistemi di riferimento ha ingessato e falsato l’analisi dei fenomeni in corso di cambiamento lasciando scoperto e indifeso il nostro territorio con tutte le conseguenze che oggi ferocemente emergono. In estrema sintesi il quadro è il seguente: la crisi non smette di mordere, rafforzata dal ricatto di un debito pubblico che mai riusciremo a pagare e che a luglio ammontava a 2.410 mld di euro, il che significa un debito di 40.165 euro procapite. Ciò si riflette nel nostro piccolo microcosmo cittadino di provincia aumentando le contraddizioni insanabili che segnano il nostro territorio. Questo contro la vulgata che dipinge la nostra città come un’isola abbastanza felice piazzando Livorno nel 2018 al 37° posto nell’ indice di benessere della 110 provincie italiane. Ma diamo uno sguardo che ad alcuni dati che ritengo siano molto significativi:
1) Livorno è un paese di anziani.
Sopra i 65 anni sono il 26% della popolazione contro il 12,3 dei giovani da zero ai 14 anni, un pilastro economico per la nostra città.
2) C’era una volta il Matrimonio.
Di 158.916 abitanti con un età media di 47.6 anni la metà non è coniugata e neanche ci pensa, vista la forte difficoltà a poter disporre di un lavoro stabile e di case in affitto per bassi redditi.
3) Culle vuote.
La popolazione è in declino da anni, ma si continua ad urbanizzare. La Popolazione straniera residente a Livorno al 1° gennaio 2017 ammontava a 11.629 abitanti. La popolazione straniera residente (dato anno 2014) contribuisce per circa il 14% all’incremento del tasso di natalità provinciale. La provincia di Livorno è penultima in Toscana per nati di cittadinanza non italiana, ultima Viareggio (9.24%). Saldo di popolazione secondo il rapporto ASL 6 del 2015 è negativo in quanto neppure il saldo migratorio riesce a compensare i decessi e gli emigrati.
4) Il lavoro che manca.
Il 7 settembre 2017 la camera di commercio della provincia di Livorno ha diffuso i seguenti dati: ogni 100 residenti abbiamo 40 occupati, 28 pensionati e 32 senza reddito.
5) Meno male c’è nonna.
Ad ogni gruppo di 100 giovani corrispondono 165,3 anziani over 65. I pensionati a Livorno sono 32.353 con un valore medio a pensione di 1002 euro.
6)Il Libeccio e l’aria di mare non fanno più bene alla salute.
L’eccesso percentuale di mortalità per tumore a Livorno-Collesalvetti rispetto alla media regionale toscana dura da anni è c’è da credere, in mancanza di una vera e seria indagine epidemiologica, mai fatta, che le cose non siano molto cambiate negli anni dal 2009 ad oggi.
Infine dai dati dell’rapporto URBES su Livorno per il 2015 notiamo: i giovani che non lavorano e non studiano sono 20%; l’uscita precoce dalla formazione il 17.5%; il diploma superiore lo ha il 61,7% dei giovani, mentre un titolo universitario soltanto il 23,5%. I metri quadri di verde per abitante risultano essere di 13 m² contro i 32,2 m² a livello nazionale. Gli orti urbani sono 6.9 m² contro i 18,4 m² nazionali. Questi semplici valori per capire quale è la cornice all’interno della quale si vive e si muore nell’ isola felice di Livorno. Quindi a fronte della miseria che avanza col suo inseparabile bagaglio di emarginazione sociale, mancanza di opportunità di lavoro, carestia di case ERP, riduzione ai minimi termini dei servizi di assistenza agli anziani e alle famiglie mono reddito, di scuola e sanità, cosa fare? Nessuno risponde! Qualcuno prova, nel vuoto politico-programmatico a muovere qualcosa ma senza nessun effetto concreto. Parole al vento, dichiarazioni di principio che prendono solo la forma di echi senza produrre alcun effetto.
L’alternativa a quella presente e rompere con i piani di recupero industriale che ripropongono di resuscitare il vecchio nella speranza di un nuovo miracolo industriale. Occorre volgere lo sguardo verso anche altri orizzonti oltre il porto a una nuova tipologia di direttrici: del riuso, del riciclo, dell’ecologico, delle energie alternative, dell’eco sostenibilità dei sistemi produttivi, dell’eco-edilizia, della domotica e a forme di economia senza denaro, alla moneta sociale, al micro credito a forme di finanza etica. Troppe volte prevale la chiacchiera poetica sulle questioni concrete. Questa poetica dell’immateriale, che caratterizza la retorica politica non riuscirà mai, dico mai a prevalere su tematiche squisitamente economiche. Dobbiamo metterci in testa che è l’economia che determina l’agenda e scrive lo spartito della musica che si suona nelle istituzioni. Perciò lasciamo alla poesia il compito di scavarci l’anima e di suggerire suggestioni e sogni, ma caliamoci nei fatti concreti, cioè nelle strutture economiche. Cambiamo l’approccio metodologico ai problemi concreti. Ci occorre qualcosa di altro. Un’azione calibrata su metodologie più partecipative che rappresentative che metta radici nei quartieri accompagnato da una seria valutazione della dimensione economica-politica-sociale dei problemi che sostanzino i progetti. Lavorare per progetti partecipati forse è questa la via da percorrere. Il bersaglio è quello di costruire un’architettura nuova della nostra società e dei rapporti di forza che le caratterizzano. Nell’attesa è bene cominciare dal basso, dalla microfisica dei fenomeni per poi salire e andare oltre disarticolando quello che non và… e le cose che non vanno sono molte.

{dattero}

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