Lo sfruttamento messo a nudo. “L’Alfasuin” di Giovanni Iozzoli

Con L’Alfasuin (Sensibili alle foglie, 2018, pp. 127, € 13,00), Giovanni Iozzoli, scrittore e saggista, srotola una vera e propria scrittura militante che scava in profondità sotto la facciata pulita e rispettabile di molte aziende le quali, in nome dell’eccellenza italiana, non esitano a sfruttare selvaggiamente i propri lavoratori come se si trattassero di prigionieri in tanti contemporanei campi di lavoro forzato. Sotto le apparenze rispettabili e quietamente ‘borghesi’ si celano tanti agguerriti sfruttatori del cosiddetto «lavoro vivo»: come scrive l’autore in una nota finale, «lo scopo di questo libro è di trasporre in forma narrativa una delle pagine più dure e inquietanti del declino italiano: lo sfruttamento selvaggio del lavoro vivo in settori – come la logistica o l’agroalimentare – in cui da anni prospera ogni genere di illegalità, violenza e sfruttamento».
La forza del romanzo sta appunto nell’integrare, negli interstizi della narrazione, una forte carica di denuncia, una scrittura che è contemporaneamente narrazione e riflessione sulla società italiana degli ultimi anni. Siamo  a Modena, fra gli anni Novanta e i Duemila: la vicenda ruota attorno all’Alfasuin, un’azienda di prosciutti e insaccati e mostra la progressiva caduta di un barbaro sistema di sfruttamento dei lavoratori di fronte alle sempre più pressanti lotte messe in atto soprattutto da dipendenti di origine straniera, ai quali vengono negati i più elementari diritti sindacali (ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti – si potrebbe aggiungere – non è casuale). La penna di Iozzoli scopre, scoperchia e denuncia: siamo in Italia, in una ricca provincia del Nord e non in un lontano paese del Terzo Mondo o dell’Europa dell’est, laddove i diritti dei lavoratori cessano di esistere insieme allo sgretolamento dell’Unione europea. La scrittura rivelatrice dell’autore mette in luce le sottili maglie di quella «microfisica del potere» di cui parla Foucault: un potere fine e indistinto, ambiguo, che sussiste, senza che ce ne rendiamo conto, in ogni aspetto della vita quotidiana e sociale. Dietro la normalità, dietro le facciate eleganti e rispettabili, si celano dimensioni di sfruttamento e di illegalità tranquillamente patrocinata e sostenuta dalle strutture che dovrebbero invece garantire i diritti dei cittadini. La mostruosità che si cela sotto la maschera rispettabile della società ci può far pensare al film di John Carpenter, Essi vivono (They live, 1988), in cui i ricchi e i potenti, sotto il loro aspetto elegante e gradevole, nascondono in realtà le fattezze di mostruosi teschi. Come la lente dell’entomologo, la narrazione di Giovanni Iozzoli analizza scientificamente i sottili ingranaggi delle strutture sociali all’ombra dell’«eccellenza italiana», di aziende padrone «di un territorio fondato sulla centralità dei salumi e della pace sociale».
Sotto la facciata di interviste televisive – che decantano in forma spettacolare la rispettabilità e la laboriosità di una dinastia di capi d’azienda – emergono, come un oscuro magma sotterraneo, storie di intimidazioni e di violenza, magari effettuate alla lontana tramite prestanomi, come la cooperativa di facchinaggio di due fratelli siciliani legati alla criminalità organizzata. Su tutto emerge la tragica storia di Abdallah, un lavoratore egiziano che cerca in ogni modo di mantenere la famiglia al Cairo, ingiustamente licenziato e investito da un camion durante un blocco alla fabbrica. E qui emerge – in maniera ancora più pesante e tragica se pensiamo che si tratta di una vicenda ispirata alla realtà, alla figura di Abd El Salaam Ahmed El Danf, un lavoratore ucciso a Piacenza nel settembre 2016 in circostanze analoghe – la terribile dicotomia fra valore della vita umana nonché dei diritti umani e il valore, invece, economico e finanziario del profitto capitalistico. Il profitto di un’azienda appare perciò più importante della vita di un lavoratore: l’autista del camion, anch’egli una vittima, ricattato e incitato dai padroni che lo spingono a forzare il blocco, accelera col suo mezzo e inevitabilmente uccide il lavoratore egiziano che stava effettuando la protesta. La scrittura si impenna in una dimensione realistica e mostra la fine di una vita umana completamente schiacciata dalla violenta logica del profitto e del lavoro:

I segni dell’urto sono tremendi, gli occhi riversi verso l’alto, una gamba piegata in modo innaturale. I colleghi lo osservano attoniti, ipnotizzati, con le mani in faccia, qualcuno con le lacrime agli occhi tira fuori il cellulare e trova il coraggio di filmare: “Devono vedere quello che ci fanno, devono vedere tutti, come ci hanno ridotto”.
Abdallah è riverso a terra, schiacciato e impotente, come le loro vite da sei euro lordi all’ora.

In una società attraversata dalle dinamiche di uno spettacolo, nato in seno al capitale, che è anche generatore di potere, di esclusione, di emarginazione e di segregazione dei più deboli, la vita umana non conta davvero più nulla.
Un’altra figura spicca, nel romanzo, a fianco di Abdallah: si tratta del sindacalista Gino Lombrosini, messo fuori gioco dai manager dell’Alfasuin per mezzo di una falsa accusa di corruzione nei confronti dell’azienda. Ma, e qui sta il succo dell’intera storia, nonostante le accuse infamanti, Gino continua a ricevere incredibili manifestazioni di solidarietà da tanti compagni e lavoratori che stazionano davanti al carcere nel quale egli è rinchiuso. Forse, qualcosa nel meccanismo di questo spettacolo si è inceppato, un ingranaggio si è rotto, si è bloccato come in un sabotaggio riuscito. Quella facciata esteriore si sta incrinando, si riesce a vedere più in profondità. Il meccanismo di linciaggio mediatico che si scatena, in forma spettacolare, nella società contemporanea dominata dalla rete e dai social (la levigata società del «mi piace» sui social impegnata, come afferma il filosofo coreano Byung-Chul Han, nell’«espulsione dell’Altro»), stavolta sembra non funzionare:

Era un comportamento atipico. Nell’Italia di oggi, bastava un vago sospetto di malaffare per scatenare lo sdegno, l’indignazione social e giustificare ogni passività: «sono tutti uguali, tutti ladri, non fidiamoci di nessuno». Invece questi ragazzotti – pakistani bengalesi, marocchini, senegalesi, albanesi ed egiziani – parevano esprimere una fiducia e una devozione intatta, nei confronti del loro leader e del loro sindacato. A prescindere persino dalla versione così doviziosamente cucinata dalla Questura e tanto generosamente diffusa da ogni testata giornalistica.

Qualcosa sta cambiando, «perché al di là del contesto specifico, dell’episodio singolo, questi buzzurri scurotti, con la loro presenza lì davanti, sfidavano silenziosamente e fermamente il racconto pubblico, la versione ufficiale delle cose. Un fatto inedito».
Qualcosa sta cambiando, la lotta sta cominciando ad avere il suo effetto. I corpi, sottoposti alla logica e alla dinamica di un potere che, foucaultianamente, imperversa su di essi fino alla morte, forse stanno riacquistando una loro dignità e stanno riemergendo diritti perduti e sommersi. Lo sfruttamento è nudo, ma il cammino è ancora lungo, sembra voler dirci l’autore. Intanto, però, un seme è stato gettato, la solidarietà sembra avere preso il posto dell’indifferenza, del qualunquismo e dell’abulia che investe le contemporanee esistenze di un’umanità passiva fruitrice del web e delle notizie. Un «fatto inedito» che, lentamente, può sabotare l’abulico meccanismo del capitale e può contribuire a cambiare qualcosa.

 

Guy Van Stratten

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