Comunicazione e culture

Mbembe, dal postmoderno al brutalismo

Achille Mbembe, uno dei più importanti autori del pensiero postcoloniale, insegna storia e scienze politiche all’Università di Witwatersrand in Sudafrica. Mbembe, già famoso in Necropolitica per le analisi su sopraffazione e diritto di uccidere, evidenzia un nuovo concetto per analizzare la dimensione del contemporaneo: il brutalismo inteso come economia e come forma di governo che si basa sulla sovranità assoluta del capitale e sulla soppressione delle vite umane.

Va ricordato che il brutalismo è, prima di tutto, una corrente architettonica nata negli anni cinquanta del ‘900 in Inghilterra, in immediata contrapposizione al Movimento Moderno. Il brutalismo si caratterizza per l’uso di materiali grezzi e non lavorati, come il cemento armato a vista, e per la sua estetica essenziale e geometrica. L’origine del nome “brutalismo” è incerta, ma è generalmente attribuita allo storico dell’architettura Reyner Banham, che lo usò per la prima volta nel 1955 per descrivere l‘Unité d’Habitation di Le Corbusier a Marsiglia. Mbembe usa nel pensiero antropologico politico un corpo di concetti proveniente dall’architettura, pratica che ha un importante precedente nell’uso, per le scienze umane, della nozione di postmoderno in Lyotard. A livello di movimenti architettonici sia il brutalismo che il postmoderno si oppongono al Movimento Moderno. Il Movimento Moderno, che si era sviluppato negli anni venti e trenta, si caratterizzava per l’uso di materiali moderni, come l’acciaio e il vetro, e per l’estetica minimalista. Brutalismo e postmoderno, invece, si caratterizzano per l’uso di materiali tradizionali, come il cemento armato e la pietra, e per un’estetica molto più complessa e articolata.

In questo scenario infatti il Movimento Moderno tendeva a concentrarsi sulla tecnologia e sul concetto di futuro mentre brutalismo e postmoderno si ispirano alla storia e alla cultura, mediando e incorporando elementi di stili architettonici precedenti. In questo senso, In questo senso, Mbembe e Lyotard si toccano prima di allontanarsi, velocemente, viste anche le notevoli divergenze tra i due movimenti che si riflettono anche sul piano antropologico politico. Il brutalismo è infatti un movimento espressivamente più radicale e si caratterizza per l’uso spettacolare di materiali grezzi e non lavorati, come il cemento armato a vista. Il postmoderno, invece, è un movimento più eclettico, incorpora elementi di stili architettonici diversi, creando un’estetica spesso ironica e giocosa o inattesa come nel caso della lettura che dava Joe Venturi, Insomma, brutalismo e postmoderno sono due movimenti architettonici che si oppongono al Movimento Moderno, ma che si differenziano tra loro per radicalità, la brutalità dell’esposizione del cemento messo sul campo, da una parte e per il loro eclettismo, la sovrapposizione di stili nel postmoderno, dall’altra.

Mbembe, nel suo testo uscito recentemente in Italia, sostiene che il brutalismo definisce lo stesso stato della società contemporanea, quello della sovranità assoluta del capitale, ed è caratterizzato da quattro elementi principali:

La centralità del capitale. Il capitale è la forza dominante nella società brutalista, il motore dell’economia, la fonte del potere politico e la misura del valore umano.
La soppressione delle vite umane. Le vite umane sono sacrificate sull’altare del capitale. Le persone sono semplicemente ridotte a “risorse” da sfruttare e gli individui sono marginalizzati.
La militarizzazione della società. La società brutalista è militarizzata. La violenza è usata per controllare la popolazione e mantenere l’ordine sociale.
La sorveglianza totale. La società brutalista è sorvegliata. Le persone sono costantemente monitorate dal governo, dalle imprese e dalle tecnologie digitali.

Mbembe sostiene che il brutalismo è una forma di governo totalitaria – grezza, materiale, di impatto, priva di contaminazioni o mediazioni come per il suo omologo in architettura – che minaccia la libertà e la dignità umana ed è la dimensione del sovranismo assoluto del capitale.

Alcuni critici hanno sostenuto che Mbembe ha esagerato la portata del brutalismo e che il suo quadro concettuale porta soprattutto verso una antropologia negativa. Altri hanno affermato che il brutalismo è un concetto utile per comprendere il peso reale delle sfide che la società contemporanea deve affrontare. L’impressione è che Mbembe abbia prodotto, concettualmente, un ennesimo stadio supremo del capitalismo, violento e quasi invivibile , privo però di un pensiero politico adeguatamente di rottura, costringendo se stesso a rifugiarsi , sul piano prescrittivo, in una dimensione ibrida che sta tra la morale, l’affermazione della necessità della sopravvivenza, e il diritto.

Giova anche ricordare un paio di punti:

– Il rapporto tra brutalismo, capitalismo e colonialismo. Mbembe sostiene che il brutalismo non solo è strettamente legato al capitalismo ma anche al colonialismo, altra espressione di sovranità assoluta, visto che entrambi esprimono una visione del mondo antropocentrica, antropica e violenta.
Le implicazioni del brutalismo per il presente. Mbembe conclude, di conseguenza, il suo libro sostenendo che questo intreccio tra brutalismo, capitalismo e colonialismo riproduce continuamente violenza e diseguaglianza. C’è infine da evidenziare l’uso che Mbembe fa del concetto di animismo.

E qui è importante ricordare che l’animismo è una visione del mondo che riconosce la presenza di un’anima o di un’intelligenza in tutti gli esseri viventi, inclusi piante, animali e persino oggetti inanimati. Questa visione si contrappone, in Mbembe, a quella antropocentrica che sta alla base del brutalismo, secondo la quale l’uomo è l’unica creatura vivente che ha valore e dignità.

Mbembe sostiene che il brutalismo è una manifestazione dell’antropocentrismo, in quanto è un’architettura che esprime la volontà dell’uomo di dominare la natura e gli altri esseri viventi. Il brutalismo è caratterizzato da forme massicce e imponenti, che simboleggiano la forza e il potere dell’uomo. Inoltre, il brutalismo spesso utilizza materiali grezzi e industriali, che sottolineano la distanza tra l’uomo e la natura. In questo senso, il brutalismo può essere visto come un’espressione dell’animismo negativo.

In Mbembe l’animismo negativo del brutalismo si manifesta in un culto del sé e dei suoi molteplici duplicati, animati dalle tecnologie digitali. Le persone sono ridotte a oggetti da consumare, digitalmente animate, e le macchine sono divinizzate.

In questo scenario però l’animismo è anche un modo per esprimere la perdita di significato e di identità che caratterizza la società brutalista. Nella società, rispondendo all’animismo negativo, si cerca di trovare un senso di connessione e di appartenenza in un mondo che è diventato sempre più alienante.

Mbembe sostiene così che l’animismo è un fenomeno complesso, chiamiamolo compresenza di negativo e positivo ma è chiaro che il ritorno all’animismo è una tendenza significativa dell’epoca contemporanea. Certo, l’animismo è una credenza antica e diffusa, che attribuisce a oggetti, luoghi e esseri materiali un’anima o un’entità spirituale. Oggi però la rimodulazione dell’ animismo nel moderno accade, ad esempio, nella crescente attenzione alla spiritualità della natura. Sempre più persone si sentono connesse alla natura e credono che essa abbia una sua propria saggezza e bellezza. Mentre, da parte sua, l’animismo negativo, presente nel brutalismo, è una manifestazione di potenza nella separazione tra società e natura.

Diventa così interessante, dal punto di vista dell’antropologia politica, entrare nelle differenze tra l’animismo di Latour e quello di Mbembe. Latour e Mbembe condividono l’idea che l’animismo sia una visione del mondo che attribuisce un’anima a tutti gli esseri viventi, compresi gli oggetti inanimati. Tuttavia, ci sono anche alcune differenze fondamentali tra le loro interpretazioni dell’animismo.

Latour vede l’animismo come una forma di attivismo politico. Sostiene che l’animismo può aiutare a combattere l’antropocentrismo, la visione del mondo che pone l’uomo al centro dell’universo. Mbembe, invece, vede l’animismo soprattutto come una reazione alla crisi di significato e di identità che caratterizza la società contemporanea. Sostiene che l’animismo può aiutarci a trovare un senso di connessione e di appartenenza in un mondo che è diventato sempre più alienante. L’animismo, secondo Mbembe, può aiutarci a trovare un senso di sé che non sia definito dalla nostra posizione nella società o dal nostro consumo di merci. Questo piano di contrapposizione tra Latour e Mbembe ci riporta alla difficoltà di quest’ultimo di pensare politicamente a favore di una dimensione maggiormente etica, e prescrittiva, o persino esistenziale nella sua contrapposizione al brutalismo.

Infine due parole sulla differenza tra l’animismo di Latour e Mbembe e il feticismo della tradizione marxista.

Tutte queste elaborazioni concettuali si oppongono alla visione antropocentrica del mondo. L’animismo sostiene che tutti gli esseri viventi, inclusi piante, animali e persino oggetti inanimati, hanno un’anima o un’intelligenza. Il feticismo, invece, sostiene che le merci assumono un carattere magico e religioso, attribuendo loro un potere che non posseggono in realtà.
Qui si arriva all’importanza delle relazioni tra gli esseri viventi. L’animismo sostiene che gli esseri viventi sono interconnessi e che le loro azioni hanno un impatto reciproco. Il feticismo, invece, sostiene che le merci sono il risultato di relazioni sociali e produttive, e che il loro valore non è intrinseco, ma deriva dalle relazioni in cui sono inserite.

Brutalismo di Mbembe, quindi, se perde forza sul piano della allusione al pensiero politico, come accade alle teorie del capitale genere “stadio estremo dell’umanità”, acquista quella modalità costruzionistica presente in un animismo non solo negativo, non solo critico ma anche relazionale e sociale. A differenza del feticismo di origine marxiana, che però si è appoggiato su un pensiero politico a lungo solido, l’animismo di Mbembe non conosce solo il negativo della merce ma anche la forza della relazione sociale. E stiamo parlando di una forza di relazione primordiale che sta al di sotto delle razionalizzazioni della teoria politica odierna fin troppo modellizzata, anche quando assume caratteri di straordinaria complessità, sul piano razionale. Per motivi di questo tipo, il testo di Mbembe è da tenere in considerazione.

Per Codice Rosso, nlp

 

 

 

 

 

 

 

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